passioni esplosive

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti

Da mio padre ho impa­rato la magia dei numeri, le segrete geo­me­trie della mate­ma­tica, la sim­me­tria para­dos­sale tra mol­ti­pli­ca­zione e divi­sione, la ricerca di un impos­si­bile equi­li­brio tra caso, volontà e desi­de­rio. Altro che Santo Graal. Eppure, come molti sanno, i suoi scritti hanno qua­lità alta­mente evo­ca­tive, una natura deci­sa­mente poe­tica. In una inter­vi­sta dichiarò «non so se sono un bravo arti­sta, ma spero di essere ricor­dato come un buon poeta». Il nostro Buko­w­ski ari­sto­cra­tico.
Mia madre invece mi ha inse­gnato a costruire il pen­siero, a strut­tu­rare un discorso, a dare corpo a un’idea, un sen­ti­mento. 70% tec­nica, chia­rezza, flui­dità e 30% con­cetto, per­ché se quel trenta ha una qual­che qua­lità basta anche il dieci. Infatti i suoi scritti – saggi, arti­coli, o testi cri­tici – sono sem­pre ful­mi­nanti, cal­vi­ni­sti, lucidi come serial kil­ler e para­dos­sal­mente fluidi, spesso iro­nici, facili da leg­gere (almeno per chi pos­siede il sesto senso boet­tiano: pen­sare).
Entrambi mi hanno incul­cato il valore della curio­sità, vero motore della cre­scita, delle neces­sa­rie meta­mor­fosi, dell’intelligenza, della crea­ti­vità. «It’s evo­lu­tion baby» can­ta­vano i Pearl Jam qual­che anno fa. Lo scia­mano sho­w­man e l’intransigente intel­let­tuale (la car­te­siana spac­ca­palle come la chia­mava affet­tuo­sa­mente Boetti) mi hanno con­ta­giato qual­cosa delle loro rispet­tive for­mae men­tis, diverse ma entrambe con un fondo mania­cale e com­pul­sivo. Come loro, sono inca­pace di fare qual­cosa solo per pia­cere o per pas­sa­tempo, come loro devo tra­sfor­mare tutto in lavoro, in impe­gno con sca­denze e doveri. La gab­bia dorata della pro­get­tua­lità e insieme la corona di spine della ricerca. Anne-Marie, come ogni brava madre, mi ha sem­pre spinto a cer­care la mia strada, mi ha inco­rag­giato con infi­nito affetto che non sem­pre ho ricam­biato.
Il volume, rea­liz­zato con l’amico edi­tore Lon­dei e con gli arti­sti Bazan, Pic­colo e Pon­trelli, vuole essere un ten­ta­tivo di com­pen­sare con un po’ di poe­sia, ver­bale e visiva, le ingiu­ste durezze della vita. Mau­ri­zio è un edi­tore di indi­ci­bile finezza; Ales­san­dro, Donato e Gioac­chino sono arti­sti con cui lavoro da anni (…). Per loro Anne-Marie ha scritto i testi cri­tici, nel con­te­sto di mostre da me curate o nelle quali c’era comun­que il mio zam­pino gal­le­ri­stico. Ho poi rac­colto alcuni miei versi, can­zoni e idee per cor­to­me­traggi scritti tra il ’90 e il ’96 (solo 7 anni come Rim­baud, che bla­sfemo…) e chie­sto ai tre arti­sti di com­men­tarle visi­va­mente. Ognuno di loro ha rea­liz­zato 27 dise­gni, per un totale per­ciò di 81 opere; inol­tre ogni volume con­tiene uno degli 81 dise­gni ori­gi­nali, da cui il per­ché della limi­ted edi­tion a 81 esem­plari.
Alcuni dei miei scritti sono pale­se­mente dedi­cati a mia madre, per altri solo il tempo e l’esperienza delle dina­mi­che men­tali e affet­tive mi hanno per­messo di ricol­le­garli a lei. Solo la distanza, tem­po­rale e spa­ziale, mi ha fatto capire che l’impulso ori­gi­na­rio, la matrice incon­scia di que­sti slanci lirici fos­sero ricon­du­ci­bili a lei, al suo esem­pio, alle sue straor­di­na­rie qua­lità umane ed intel­let­tuali, al suo amore per me e al mio amore per lei. Un clas­sico caso edi­pico.
Ricon­du­ci­bili, dicevo, a tutto ciò, ma anche alle sue stra­va­ganze, e que­sto è meno noto. Solo una matta poteva pre­sen­tarsi a casa dei suoi – pic­colo paese della pro­vin­cia fran­cese, anno 1959 — con un fidan­zato nero (e tre anni dopo spo­sare Boetti). Solo un’illuminata avven­tu­riera poteva deci­dere di seguire per amore il con­trab­ban­diere di cera­mi­che di Val­lau­ris attra­verso i vali­chi alpini ster­rati e non con­trol­lati a bordo di una Fiat 500 (sem­pre Boetti). Solo una dadai­sta fol­go­rata poteva accet­tare di par­tire da Torino il giorno di Natale, dire­zione Istan­bul, per andare a bere un caffè come si deve (ancora Boetti, assieme a Salvo, con una DS Citroën da rot­ta­mare). Anne Marie mi fece sco­prire Vian, Camus, Rim­baud, Ver­laine, Bre­ton, Hesse. Ma anche Col­trane, Davis, Cole­man, Joplin, Dylan e misco­no­sciuti blues dei Rol­ling Sto­nes tipo I’m going home. Nella Sau­zeau appare tal­volta que­sto inso­spet­ta­bile risvolto da cat­tiva ragazza che può farle dire «in fondo i Bea­tles erano dei fighetti snob» oppure «dammi una siga­retta che sono anni che non fumo». Era lei a por­tarmi in giro per mostre, non Boetti. Fu lei a por­tarmi a vedere la Madonna del Parto a Mon­ter­chi, nel pic­colo cimi­tero dove è sepolta la madre di Piero della Fran­ce­sca. Negli anni più bui della nostra fami­glia era lei la colonna, la garan­zia di una par­venza di nor­ma­lità. Nel ’77, in viag­gio da soli mio padre ed io, non la chia­mammo per giorni, Ali­ghiero chiuso in hotel a pro­get­tare, oppure in una Opium House a «ammaz­zare il tempo». Io tutto il giorno a cavallo per le strade di Kabul, dico Afgha­ni­stan non Por­to­fino. Ci dava per dispersi, ma stra­na­mente non chiamò l’Interpol, aveva una strana fidu­cia in quell’uomo e un’enorme dose di otti­mi­smo. Sau­zeau è sem­pre stata corag­giosa, deter­mi­nata mal­grado i mille dubbi che affio­rano solo nelle menti intel­li­genti. Negli stessi anni in cui fonda la Casa Edi­trice Edi­zione delle Donne firma con Boetti l’ambizioso Con­cept Book I mille fiumi più lun­ghi del mondo. Poco tempo dopo lascia l’uomo della sua vita, troppo inca­si­nato e fati­coso, per amore di noi figli, mia sorella Agata ed io, per pro­teg­gerci.
(…) Che bello fu saperti orgo­gliosa e felice dei miei primi suc­cessi musi­cali e di gal­le­ria, l’algida rigo­rosa intel­let­tuale fran­cese diven­tava più tifosa e chias­sosa di una matrona napo­le­tana. Che bella che eri con il tuo caschetto di capelli neri e quei mini vesti­tini di zip mul­ti­co­lori di cui dise­gna­sti un’intera col­le­zione che destò scal­pore nella con­for­mi­sta Torino della metà degli anni 60. Quelle foto in bianco e nero di te e Ali, dav­vero vestiti solo di bianco e di nero, tu appesa al suo brac­cio, lui bef­fardo e sghi­gnaz­zante, sul serio la cop­pia più sexy di que­gli anni. Solo la Deneuve e Mastro­ianni si sono un po’ avvi­ci­nati al vostro livello di stile. (…) Qual­che giorno fa, stu­diando una bella carta di Boetti in archi­vio, abbiamo deci­frato un suo pic­colo com­mo­vente testo (ovvia­mente scritto con la sini­stra) dis­si­mu­lato per pudore in uno dei col­lage dell’opera. Dopo un lungo e far­ra­gi­noso conto mate­ma­tico da lui scritto per crip­tare l’anno di ese­cu­zione si legge «estate orri­bile», seguito da pen­sieri e con­si­de­ra­zioni varie, e si con­clude con «addio Sau­zeau amore mio».
Volevo chia­marti per dir­telo, ma poi ho pen­sato che sen­tire un qua­ran­ta­cin­quenne con tre figli grandi sin­ghioz­zare al tele­fono come un bimbo sarebbe stato quan­to­meno disdi­ce­vole, non appro­priato. Sono pur sem­pre il Conte Boetti…eccheccazzo.
(…) Quando poi arri­verà il momento del tuo tra­sloco defi­ni­tivo non pre­oc­cu­parti, sono sicuro che ci ha visto bene Wil­liam Blake: «sarà come alzarsi e andare in un’altra stanza». Pro­ba­bil­mente ti rag­giun­gerò in un lasso di tempo che imma­gino non troppo lungo. Sai bene che, da Gio­van Bat­ti­sta «Cheick El Man­sur» Boetti fino a tuo marito, i Boetti maschi non cam­pano poi tanto. Siamo fatti così, punk da secoli, live fast die young. E ci va anche bene, stiamo più con­cen­trati. Mi acco­glie­rai sulla tua nuvo­letta, stile un po’ Klee un po’ Matisse, con un tocco di Rothko, un bri­ciolo di Cézanne, uno spruzzo di Monet, il tutto con­dito di tes­suti Uzbe­chi. Mon­ta­gne di libri ovun­que. Dalle fine­stre ammi­re­remo dei Con­sta­ble e dei Tur­ner. Mi pre­pa­re­rai del tè, il pro­fumo di siò chai afgano e gel­so­mino si span­derà nell’aria, il sole farà risplen­dere la mon­ta­tura dorata dei tuoi occhia­lini e mi addor­men­terò al dolce suono del tic­chet­tio delle tue dita sui tasti dell’Olivetti 64. Non esi­ste suono che io ami più di quello. Quel bal­letto mec­ca­nico denso di pause e sospen­sioni è per me quanto di più sino­nimo ci sia dell’idea asso­luta di «mamma». È la mia «made­leine».
(…) Ultima cosa, pro­ba­bil­mente qual­che pet­te­golo ha già spif­fe­rato tutto, ma devo con­fes­sar­telo uffi­cial­mente: io la mat­tina fac­cio il cow­boy. Ti voglio bene Sozò.

(Matteo Boetti)

Paolo Zanotti

Tutta la parte di Pescino che sale verso San Siro e verso il monte è la parte noir della mia infanzia a Santa Margherita. È la città ottocentesca, un lungo viale di platani con la fila delle vecchie case, e vecchie statue allegoriche ogni tanto sulle facciate, e il negozio del fiorista, e qualche edicola, e i bar dove bambino bevevo la camomilla. Questa Santa Margherita è solo una parte della Grande Città Ottocentesca, che è una città autunnale, fatta di palazzi marroni tra qualche parco che perde le foglie, piogge e portici, vecchi negozi di scarpe e d’abbigliamento dove mi portava la mamma (e quella era Novara, credo, non più il paese), retrobottega con il ritratto della vecchia signora in bianco, ma la Grande Città Ottocentesca cresceva fino a che le vie non diventavano gigantesche, e i marroni sempre più cupi, e le vetrine sempre scintillanti, e allora capivo di essere andato a trovare mio cugino a Milano. Mi fanno paura questi posti, mi sento solo, mi sembra di averci già vissuto prima, di aver fatto il liceo a Torino, di aver visto un qualche assassinio nel parco dell’Allea di Novara, di essere svenuto davanti a una vetrina di scarpe.

Paolo Zanotti (intanto qui, poi frugo ancora), scoperto grazie a questo articolo di Niccolò Scaffai su Alias di ieri, domenica


Le canzoni…”si protendono in avanti”, parlano di “esiti e ritorni, di benvenuti e di addii.[…] La distanza è uno dei loro ingredienti, così come la presenza è, da sempre, uno degli ingredienti di ogni immagine grafica”. (John Berger, Some Notes About Song, in Trasporti e traslochi. Raccontare John Berger, di Maria Nadotti, Doppiozero, 2014)