ko de mondo, immagini sul finire della terra

febbraio 22, 2012

corollario

febbraio 22, 2012

In merito allo scritto che precede:

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

(David Foster Wallace, qui)

Poi c’è anche dell’altro, altri livelli di lettura e condivisione del testo, anzi dei due testi, quello e questo, e giù e giù in profondità, ma oggi non ho voglia di sforzarmi troppo sulla strada della comprensione. 

fulvia rimembri ancor

febbraio 22, 2012

Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le ciliege nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due. Da mangiarsi dopo quella cioccolata svizzera autentica di cui Fulvia pareva avere una scorta inesauribile. Ci si era arrampicata come un maschiaccio, per cogliere quelle che diceva le più gloriosamente mature, si era allargata su un ramo laterale di apparenza non troppo solida. Il cestino era già pieno e ancora non scendeva, nemmeno rientrava verso il tronco. Lui arrivò a pensare che Fulvia tardasse apposta perché lui si decidesse a farlesi un po’ più sotto e scoccarle un’occhiata da sotto in sù. Invece indietreggiò di qualche passo, con le punte dei capelli gelate e le labbra che gli tremavano. «Scendi. Ora basta, scendi. Se tardi a scendere non ne mangerò nemmeno una. Scendi o rovescerò il cestino dietro la siepe. Scendi. Tu mi tieni in agonia. » Fulvia rise, un po’ stridula, e un uccello scappò via dai rami alti dell’ultimo ciliegio.

Proseguì con passo leggerissimo verso la casa, ma presto si fermò e retrocesse verso i ciliegi. «Come potevo scordarmene?», pensò, molto turbato. Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei  aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole. Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. «Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così.» Poi, guardando il sole disse: «Sei brutto.»

delete

febbraio 21, 2012

E Dio disse ELIMINA: righe da Uno ad Aleph. INVIO. CONFERMA.
E così l’Universo cessò di esistere.

E allora Lui rifletté per qualche eone, sospirò e aggiunse: SVUOTA CESTINO.
E così non è mai esistito.

Arthur Clarke ( su Sagarana)

in questa vita incerta

febbraio 20, 2012

«In ogni caso il pigiama dovrei lavarlo più spesso, – rifletté Tengo.- In questa vita incerta, non si può mai sapere quando accadrà qualcosa. Anche lavare spesso il pigiama può essere un metodo per fronteggiare gli imprevisti.»

Sono in dirittura d’arrivo, comunque. Non ne posso più ma non posso fare a meno di finirlo, soprattutto per ‘sto Tengo qui. 

l’epopea della crisi

febbraio 20, 2012

 Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’Arcipelago Gulag o a Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.

Questo è il finale di un articolo molto interessante di Lanfranco Caminiti sul suo blog Ambaradam. E’ un lungo articolo, ma da leggere. Mi colpisce soprattutto in relazione all’ impressione che da qualche giorno mi gira per la testa quando penso al nuovo governo Monti e al silenzio che l’arrivo di questo austero signore e dei suoi grigi ministri ha prodotto nel nostro paese,  come fosse una pietra tombale. In questo pezzo ho trovato una bella chiave di lettura.

Altrettanto interessante, soprattutto per i rimandi, questo articolo di Girolamo De Michele su Carmilla-

nella solitudine dei campi di cotone

febbraio 18, 2012

da Nella solitudine dei campi di cotone, di Bernard-Marie Koltès

-Bene. Allora le propongo l’uguaglianza. Pago una giacca nella polvere con una giacca nella polvere. Diventiamo uguali. Uguali nell’orgoglio, uguali nell’impotenza, ugualmente disarmati, ugualmente esposti al freddo e al caldo. La sua seminudità, la sua mezza umiliazione gliela pago con metà delle mie. Ci resta un’altra metà. E’ più che sufficiente per avere ancora il coraggio di guardarsi, di dimenticare quello che tutti e due abbiamo perso per sbadataggine, per rischio, per speranza, per disperazione, per caso. A me in più resterà l’inquietudine persistente del debitore che ha già saldato il conto.

-Perché quello che sta chiedendo astrattamente, intangibilmente, a quest’ora della notte, perché quello che avrebbe chiesto a un altro a me non l’ha chiesto?

- Non si fidi del cliente. Ha l’aria di cercare una cosa e invece ne vuole un’altra che il venditore non sospetta e che alla fine riuscirà a ottenere.

-Se lei fuggisse io la rincorrerei, se lei cadesse sotto i miei colpi starei vicino a lei fino al suo risveglio. E se lei non tornasse in sé starei al suo fianco fin nel suo sonno, nella sua incoscienza, al di là. Eppure io non ho voglia di fare a botte con lei.

- Io non ho paura di battermi, ma diffido delle regole che non conosco.

- Non ci sono regole, ci sono solo mezzi, ci sono solo le armi.

- Provi a raggiungermi, non ci riuscirà. Provi a ferirmi: quando il sangue scorrerà, sarà da tutte e due le parti e ineluttabilmente ci unirà. Come due indiani che si scambiano il sangue vicino al fuoco, in mezzo alle bestie feroci. Non è l’amore, non è l’amore. No. Lei non potrà raggiungere niente che non sia già stato raggiunto. Perché un uomo prima muore, poi cerca la sua morte e alla fine la incontra per caso, sul tragitto casuale da una luce a un’altra luce e dice: Dunque era solo questo.

- La prego, non ha per caso detto qualcosa che desiderasse da me e che io nel frastuono della notte non ho sentito?

-Non ho detto niente, non ho detto niente. E lei? Nell’oscurità, nella notte così profonda che chiede tempo perché ci si abitui, non mi ha proposto niente che io non ho indovinato?

-Niente.

-Allora qual è l’arma?

qui il link per ascoltare la messa in scena radiofonica con Carlo Cecchi e Claudio Amendola, regia di Mario Martone (9 novembre 2011)

domani è sabato, in fondo, poi viene la domenica e poi di nuovo lunedì

febbraio 17, 2012

febbraio 17, 2012

dal sito di marco mancassola

 

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (T. S. Eliot)

febbraio 16, 2012

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

I

Andiamo allora, tu ed io,
Quando la sera è tesa contro il cielo
Come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi,
andiamo. Per certe semideserte strade,
ritrovi mormoranti di chi passa
notti agitate in alberghi  da poco,

ristoranti sparsi di segatura e gusci d’ostriche;

Strade che si susseguono come un tedioso argomento
di ingannevole intento
e ci inducono a una domanda opprimente
Oh, non chiedete cos’è
Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso  sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che strofina il  muso sui vetri della finestra
ha lambito con la  lingua gli angoli della sera,
ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli,
si è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,
è scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,
E vedendo che era una tenera sera d’ottobre
S’è inanellato intorno alla casa, e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo

Per il fumo giallo che scivola lungo la strada

Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un crostino e tè.

E infatti ci sarà tempo

Di chiedersi avrò il coraggio e avrò il coraggio?
Tempo di tornare indietro e scendere la scala,
Con una piazza in mezzo ai miei capelli -
Diranno: « Come gli si diradano i  capelli! »
Il mio abito da mattina,  il colletto che saldo sale al mento,

la cravatta  modesta, ma fatta valere da un semplice spillo,

Diranno: « Come son magre le sue braccia e le sue gambe! »
Avrò il coraggio di turbare l’universo?
In un attimo  c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà?

Perché già tutte ormai le ho conosciute, tutte le ho conosciute.
Ho conosciuto le sere, le mattine e i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;
Conosco le voci languenti con una cadenza languente
Sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.
Così che dovrei credere ?
E ho conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, dibattendomi su uno spillo,
Quando sono appuntato e mi contorco sul muro
allora come potrei  cominciare
A sputar fuori tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Perché dovrei credere?
E ho conosciuto già tutte le braccia, le ho conosciute tutte,
braccia adorne di braccialetti e bianche e nude
ma alla luce delle lampade coperte di lanugini castane.
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo avvolte in uno scialle.
E  allora che dovrei credere?-
e come dovrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Dirò, all’imbrunire ho vagato per strade strette ?
Ed ho guardato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini soli e scamiciati, ai davanzali?

Avrei dovuto esser due ruvide branche
in corsa sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme quieto, così!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato… stanco… o malato immaginario,
Sdraiato sul pavimento, qui accanto a  te e a me.
Dovrei, dopo il tè i gelati e i dolci,
Aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,

Sebbene abbia visto la mia testa divenuta calva
Portata su un vassoio,
lo non sono un profeta – e questo non mi importa;
Ho visto il momento della mia grandezza vacillare,
E ho visto l’eterno valletto tenermi il soprabito e ghignare,
E in breve, ne ero spaventato.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,

fra le porcellane, fra qualche chiacchiera

tua e mia, sarebbe valsa la pena
di farla finita con un sorriso,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda opprimente,
Di dir: « Son Lazzaro, venuto dai defunti,
Tornato a  dirti tutto, e  dirò tutto » -
Se uno, accomodandole il guanciale presso il capo,
Dicesse: « Questo non è quello che intendevo.
No, non così. »
E  sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate, dopo

i romanzi,  le tazze del tè,  le sottane che frusciarono sul pavimento.
E questo, e molto più?
E’ impossibile dir proprio quello che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno schermo:

sarebbe valsa la pena
Se uno, aggiustando un guanciale o levandole  uno scialle di dosso,
volgendosi verso la finestra, dicesse:
« No, non così.
Questo non è quello che intendevo. »

. . . . . . . . . . .

No, non sono il Principe Amleto, né  destinato ad esserlo;
sono un cortigiano del seguito,  uno che servirà
per ingrossare un corteo, avviare  una scena o due,
consigliare il principe, senza dubbio un docile strumento ,
ossequiente, contento d’esser utile,
Politico, uno cauto e meticoloso,
Pieno di solenni sentenze, ma un po’ ottuso;
quasi ridicolo,
o a volte veramente quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio, divento vecchio.
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca. E, a  mangiare una pesca, avrò coraggio?
Porterò calzoni di flanella bianca, e a spasso me ne andrò per la marina.
Ho sentito cantare le sirene l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.

Le ho viste  cavalcare l’onde verso il largo
Pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi
Quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nelle alcove del mare abbiamo languito
vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune
Finché  voci umane ci destano, e anneghiamo.

T. S. Eliot ( traduzione di Carmelo Bene?)