Una foto

Perché mi piace tanto questa foto ?, penso. In realtà, qui, il commento,”è bellissima”, nasce da una commozione che chiamerò umana. Che non è quella legata alla figura di Primo Levi che ci è stato insegnato a conoscere, il Levi dei campi di concentramento, ma da quello che Levi è stato in tutto il suo essere un grande intellettuale e un grande uomo e che questa foto mi sembra che ci mostri, come dicono bene gli articoli di Doppio Zero a cui si fa riferimento in un commento del post che ho condiviso (su fb).

La commozione nasce, per me, dalla postura del corpo di Levi, proteso verso lo schermo e dal modo in cui lo fissa. In questa postura si rivela lo sforzo di concentrazione e di pensiero di Levi. E questa sensazione, stranamente, mi commuove, da una parte perché mi appare come la foto di un tempo che fu, un tempo in cui la macchina era strumento, uno strumento con cui “dialogare” a tu per tu, con una concentrazione, appunto, che oggi è molto difficile ritrovare qui davanti, con quella stessa capacità di pensiero articolato e lento che avevamo prima che il mondo ci sembrasse un caos, una palla in fiamme lanciata verso chissà dove. L’altra parte della commozione, invece, è proprio per Levi, come se attraverso questa immagine e le molte altre che ci sono di lui e il suo pensiero potesse in qualche modo mostraci una strada, come un invito a leggere e rileggere le tante cose che ha scritto su tutto, come se Levi potesse diventare, almeno qui in Italia, un antidoto. Quindi, un po’ la commozione che si prova davanti a uno che si scopre maestro, che si vorrebbe avere come maestro. E anche sentire che bisognerebbe un po’ cercare di somigliare a lui, imparare: osservare, chiedere, pensare, parlare.

GUIDE TURISTICHE

Descrivere una cosa è come usarla: la si distrugge; i colori sbiadiscono, gli angoli si smussano, alla fine ciò che è descritto comincia a dissolversi, a sparire. E’ una cosa che riguarda soprattutto i luoghi. La letteratura di viaggio ha compiuto grandi distruzioni, è stata un flagello, un’epidemia. Le guide hanno rovinato per sempre la maggior parte del pianeta; pubblicate in milioni di copie, in molte lingue, hanno indebolito i luoghi, li hanno immobilizzati, dato loro un nome e sfumato i contorni.

Anch’io, nella mia ingenuità giovanile, avevo iniziato a descrivere i luoghi. Quando poi ci sono tornata su, quando mi sono sforzata di fare un profondo respiro e ho lasciato che mi togliessero il fiato con la loro intensa presenza, quando ho provato di nuovo ad ascoltare i loro mormorii, ho avuto uno shock. La verità è terribile: descrivere significa distruggere.

Per questo bisogna fare molta attenzione.E’ meglio non usare i nomi; è meglio evitarli e nasconderli, fornire con attenzione gli indirizzi in modo da non tentare nessuno al pellegrinaggio. Cosa troverebbe là? Un luogo morto, polvere, un torsolo rinsecchito.

Nel Libro delle Sindromi, di cui ho già parlato, c’è anche la cosiddetta Sindrome di Parigi, che riguarda soprattutto i turisti giapponesi che visitano la capitale francese. E’ caratterizzata da shock e vari sintomi vegetativi come respirazione superficiale, palpitazioni, sudorazione e eccitazione. A volte si possono avere anche delle allucinazioni. In questi casi si somministrano dei calmanti e si consiglia il ritorno in patria. Questo genere di disturbi si spiega con la delusione delle aspettative dei pellegrini: la Parigi nella quale arrivano non rispecchia a pieno quella che conoscono dalle guide, dai film e dalla televisione.

(I vagabondi, Olga Tokarczuk, Bompiani, 2019, trad. Barbara Delfino)

noi credevamo

Sarebbe bello continuare a credere in qualità come bellezza, gentilezza, amore, tutte cose a cui ci avevano abituato a credere, pensando, noi, che le avremmo insegnate ai nostri figli e che” tutto sarebbe stato sempre più bello”. Ci avevamo creduto, nella vita. Invece abitiamo in un mondo egoista e ci facciamo anche noi egoisti, vili e meschini e non siamo più capaci di insegnare niente. Perché non abbiamo più la forza di farlo, perché non ci crediamo più.

L’uccello Nicola

Makkelnikov la sta facendo arrabbiare. Con quella sua aria distaccata, fintamente assente – a volte si domanda se invece non dorma, sotto quegli occhiali, o forse ha escogitato un sistema tutto suo di stare sveglio dormendo- quel suo drizzare immediatamente la schiena non appena lei alza gli occhi e guarda fisso, aspettando una risposta. “Ma sa, non si può mai sapere…” Non risponde mai alle sue richieste, anche se non è che lei ne avanzi tante: per lo più, pensa, anche a lei, non importa molto in certi giorni, entrare, chiudere la porta, sorridere in cerca di una familiarità che non c’è, e non può esserci, le ha detto deciso una volta, appoggiare la borsa, togliersi la giacca e fissarla allo schienale della sedia che non scosta dal muro, così che la giacca va a coprire la borsa, come proteggendola dagli sguardi, creando nello stesso tempo una specie di convitato di pietra tra loro. Uno che non c’è ma c’è, pensa.

E’ un modo per prendere tempo. Annusa l’odore di cera per mobili che da qualche tempo avverte entrando lì dentro, un odore che la riporta molto indietro nel tempo. Si ricorda il barattolo giallo, coperchio a incastro da aprire infilando la punta della lama tonda di un coltello, la consistenza untuosa della cera, il pezzo di panno di lana con cui strofinare con movimenti circolari i ripiani del tavolo o dei cassettoni. Roba da borghesi, di certo, ma quell’odore non si scorda, è odore di casa una volta.

Makkelnikov si aggiusta la piega dei pantaloni, che tutto deve essere in ordine, a quanto pare, tutto ben allineato come i libri della parete dietro alle sue spalle. Le piacerebbe dare un’occhiata, potersi fermare a leggere i titoli, sapere cosa mai può esserci nella biblioteca, cosa legga la sera prima di dormire. Ma è una persona ligia, prima il dovere e per il piacere, dopo, non c’è tempo.

Non è la prima volta che prova dentro di sé un certo fastidio per quella situazione. Oddio, definirlo fastidio, pensa, riduce di un po’ quello che prova . E’ più di un fastidio, comunque, un disagio forse, più acuto in certi momenti, in certe giornate, ma non capisce ancora cos’è.

Pensa che sia un residuo del suo spirito ribelle, perché anche la signorina Morningligth è stata in fondo all’anima sua uno spirito ribelle. Talmente in fondo all’anima sua, pensa, che la ribellione non ce l’ha mai fatta a risalire fino alla gola.

Ne è quasi sicura, di non sopportare certi aspetti di Makkelnikov, certi suoi modi perbene, certi suoi vestiti, i capelli ben pettinati, mai un ricciolo fuori posto. Ma non è mai stata capace di dirlo.

“Lei farebbe una cosa del genere?”

Sì!,Sì!, Sì!, la farei, pensa. La vorrei tanto fare, pensa, ma non posso.

Un libro per l’infanzia

Colette Rosselli (che solo molto più tardi e con stupore avrei saputo essere stata moglie di Indro Montanelli, quello della statua imbrattata di rosa a ricordo, purtroppo non indelebile, delle sue imprese coloniali ) scrisse, negli anni ’50, un libro per sua figlia Alessandra. Racconta un pomeriggio della bambina Susanna, Ucchi il cane e l’uccello Nicola in visita al giardino zoologico della città, dove incontrano zebre educate, elefanti timidi, leoni dormiglioni, orsi che pescano, pinguini con gli occhiali, scimmie un po’ dispettose, tutti animali molto affabili e gentili con cui Susanna conversa amabilmente. Anche Nicola, che è un gran chiacchierone, vorrebbe fare conversazione, ma Susanna gli ha comprato un palloncino rosso prima di entrare, e Nicola vorrebbe parlare ma non può, perché altrimenti il palloncino rosso scapperebbe via. Sul finire della giornata Nicola si allontana verso il recinto delle giraffe che scambiano il palloncino per una mela e lo addentano.

La liberazione

C’era tutto il tempo

C’è anche, credo, da riflettere sul fatto che l’esistenza umana godeva di larghi margini di lentezza, di artigianale approssimazione, ed era fondamentalmente sconnessa , in una maniera che per chi ha venti o anche trent’anni è difficilissima da immaginare. Solo un’immane catastrofe, di portata inconcepibile, potrebbe riportarci a quelle beate condizioni di autonomia. La tecnologia era già potente, non c’è dubbio, ma non era una parte così preponderante della psicologia, non aveva ancora la capacità di soddisfare immediatamente ogni pulsione, dopo averla stimolata. Lasciava a ogni singolo individuo un suo stile e una sua riserva di libertà che è stata totalmente dissipata, come se non avesse nessun valore. Era normalissimo assentarsi, non dare notizie di sè per giorni o per settimane. E dunque, come è logico supporre, le persone si pensavano con maggiore intensità, con maggiore pazienza, e questo pensarsi poteva essere realmente percepito, e ricambiato. C’era tutto il tempo necessario a dipingersi un fantasma sulle pareti del cuore, a ritoccarne i contorni e le sfumature fino al momento in cui prendeva vita propria, non era più una immaginazione arbitraria ma una presenza e un ospite da onorare. Ogni atto di comunicazione, anche il più frivolo, possedeva una quantità variabile di difficoltà e memorabilità. Che qualcuno ti rispondesse al telefono, che fosse lì ad aspettare la tua chiamata, oppure che non se l’aspettasse affatto, tutto questo era di per sé un contenuto umano, un veicolo di erotismo e di amicizia o di violenza, e la stessa fila che avevi fatto davanti alla cabina, con la pila di gettoni intiepidita nel cavo della mano, poteva decidere il senso di molte parole, farle fermentare nella testa prima che venissero pronunciate. Più o meno come nel Medioevo, una lettera era un oggetto concreto, di carta e di inchiostro, che giungeva a destinazione ricoperta dalla polvere delle lontananze, percorrendo strade che, al momento di imbucarla, immaginavamo incerte e tortuose. C’era molte limitazioni, dal numero di scatti fotografici consentiti dalla lunghezza di un rullino (fino a un massimo di trentasei!) a quello dei solchi di un disco. I viaggi in treno erano così lunghi che nella forzata intimità degli scompartimenti a sei posti, coi loro braccioli muniti di posacenere stracolmi di mozziconi, una civiltà narrativa secolare celebrava i suoi ultimi fasti, come solo poteva accadere tra sconosciuti che non si sarebbero più rivisti, e che quasi mai si scambiavano il nome.

i-ne-qui-vo-ca-bi-le

Le sarebbe piaciuto che fumasse quando era lì. Immaginava lunghe volute di fumo che uscivano dalla bocca mentre fissava davanti a sé la finestra cercando di vedere un punto dove ancorarsi, il punto dove incontrare le parole che voleva dire. Ma non fumava, quindi niente da fare.

“Non capisco che cosa ci sia da capire, signorina Morninglight. Ho la netta impressione che lei si agiti per niente. Abbiamo già analizzato insieme quello che è successo e i risultati, a mio parere, sono inequivocabili.” Scandì l’ultima parola per aumentarne il peso specifico. I-ne-qui-vo-ca-bi-li, graziosa parola.

In realtà, la realtà reale, non aveva nessuna voglia di stare seduta su quella poltroncina. Nella realtà irreale stava saltellando tra marciapiede e strada come l’ attore di un vecchio film in bianco e nero. O come lei si immaginava. Ma saltellare da tempo era proibito per le strade. Oltre che pericoloso per una della sua età, che già sentiva –già significava da molti anni- i segni del tempo i-ne-qui-vo-ca-bi-li.

E quindi, per forza di cose, per forza del tempo e delle cose, era lì seduta. Accavallò le gambe. Aveva preso, forse fin da subito, l’abitudine di lisciare con il dito pollice di entrambe le mani i braccioli della poltrona dove la stoffa di solito non aderiva mai perfettamente con il telaio di legno. C’era una piega proprio in cima e il suo compito era quello di eliminarla. Ma non ci riusciva mai, avanzava sempre un bordino di stoffa, la cucitura. A fare un lavoro fatto bene, si sarebbe dovuta piegare in avanti e tirare giù la fodera verso terra, pensò. Se fosse stata più coraggiosa e più matta, se fosse stata una persona più felice l’avrebbe fatto o almeno avrebbe pensato che sarebbe stato divertente farlo.

O forse non era mania di precisione, non solo. Era anche il contatto con qualcosa di morbido che però non osava trasformare in un gesto più inequivocabilmente evidente.

“Era voglia di accarezzare, le pare, signorina Morninglight ?” Ovvio: non si scappa dall’evidenza dei fatti.

Si era di nuovo persa. “Sarà per un altro giorno, allora.” Un altro giorno, sì.

E ora che faccio, dove vado, quanto resta del giorno e della luce? Molto, poco, a seconda dei giorni. Non c’era altro da fare che ripercorrere a ritroso le strade, concedendosi qualche poco convinta e inutile deviazione per allungare il tempo. Di saltellare, neanche il minimo accenno. Caos dentro molto, ma niente stella danzante.

Tamburellò con le mani sul tavolo. Scosse la testa. Una serie di gesti inutili. Si sentiva vagamente in trappola, un’anguilla in una nassa. Le anguille almeno si divincolano, pensò. Invece si sentiva come un toro nel corridoio della marchiatura, tra due paratie guardando in avanti. Incapace di muoversi, di ribellarsi. “Allora sarà per un altro giorno, signorina Morninglight.”