Ma tu come ti difendi?

Ma tu come ti difendi?

Tengo due sigarette e una moneta
nella tasca interna del giubbotto

Mangio in riva al mare
sembra azzurro da qui
alla giusta distanza la vista migliora

Guardo i miei genitori
indovino quali rughe saranno le mie
vorrei sotto l’occhio sinistro la piega che ha mia madre
e che le mie mani invecchiassero come quelle di mio padre
salutarli è ogni volta accorciare il tempo insieme

Vivo sei giorni a settimana
uno lo tengo da parte
per quando saremo vecchi

 

© Inedito di Francesco Zani

Kilkunastoletnia

Un’adolescente

Io-un’adolescente?

Se qui, ora, d’improvviso, mi comparisse davanti,

dovrei forse salutarla come una persona cara,

benché mi sia estranea e lontana?

Versare una lacrimuccia, baciarla sulla fronte

per la sola ragione

che la data di nascita è la stessa?

Siamo così dissimili,

che forse solo le ossa sono uguali,

la calotta cranica, lo orbite oculari.

Perché già i suoi occhi sembrano un po’ più grandi,

le ciglia più lunghe, la statura più alta

e tutto il corpo è fasciato

da una pelle liscia, senza un’imperfezione.

In verità ci legano parenti e conoscenti,

ma nel suo mondo, di questa cerchia,

vivi lo sono quasi tutti,

mentre nel mio quasi nessuno.

Siamo così diverse,

così diversi i nostri pensieri e le parole.

Lei sa poco-

ma con caparbietà degna di miglior causa.

Io son molto di più-

ma non in modo certo.

Mi mostra qualche poesia,

scritta con grafia nitida, accurata,

come ormai io non scrivo più da anni.

Leggo quelle poesie, le leggo.

Be’, forse quest’unica,

se solo si accorciasse

e correggesse qua e là.

Il resto non promette nulla di buono.

La conversazione langue.

Sul suo modesto orologio

il tempo è ancora instabile e costa poco.

Sul mio è molto più caro e esatto.

Per commiato nulla, un sorriso abbozzato

e nessuna commozione.

Solo quando sparisce

e nella fretta dimentica la sciarpa.

Una sciarpa di pura lana,

a righe colorate,

che nostra madre

ha fatto per lei all’uncinetto.

La conservo ancora.

(  Wislava Szymbrorska, dalla raccolta Tutaj (Qui), 2009, in Wislava  Szymbrorska, La gioia di scrivere, Tutte le poesie (1945-2009), a cura di Pietro Marchesani, Gli Adelphi, 2009)

 

 

i fatti

C’è una differenza fondamentale: mentre le immagini della memoria sono il residuo di un’esperienza continua, una fotografia isola le sembianze in un istante staccato. Ma nella vita il significato non è istantaneo. Viene scoperto perché connette, e non può esistere senza sviluppo. Senza una storia, senza una rivelazione non si dà significato.
I fatti, l’informazione non costituiscono di per sé significato.
(John Berger, Fotografia e verità, su Doppiozero)

certo le mie poesie non salveranno il mondo

Ambra (di Eavan Boland)

Che un tempo ci sia stato un grande dolore, non ha mai avuto importanza:

gli alberi sulle colline, nei boschetti, che piangono –
un oro di plastica che cola

a terra per secoli e stagioni –
fino ad ora.

In questo bel pomeriggio di settembre in cui tu non ci sei
tengo stretto, come se la mia mano lo potesse custodire,
un monile d’ambra

che mi hai donato un tempo.

La ragione dice questo:
i morti non possono vedere i vivi.
i vivi non rivedranno i morti.

L’aria chiara di cui abbiamo bisogno per ritrovarci è
svanita per sempre, eppure

questa resina un tempo
ha raccolto semi, foglie e anche piccole piume mentre cadeva
e cadeva

e ora in un’atmosfera solare sembrano vivi
come non mai

come se il passato fosse presente e il ricordo stesso
un baltico miele–

uno sfregamento agli orli del visibile, un’esibizione di solo quello
che si può conservare

in un’imperfetta traslucenza.

 

Tempo e violenza (Le Lettere, 2010), a cura G. Sensi e A. Sirotti

 

 

con la polenta e dodici nocciole

     Sono al bivio di S.Donato, da dove si vede Cascina della      Langa, così alta e sola che dietro non ha che il cielo.        Pare che la si debba arrivare in cinque minuti, ma non m’ inganna. Ci arriverò che il cielo ha cambiato colore, e in cucina il lume acceso che lo vedi da lontanissimo e dal comignolo il fumo che sboccia sotto il tegame del sugo d’ossi di porco che certamente troverò stasera, con la polenta e dodici nocciole.

Beppe Fenoglio, Appunti partigiani, in Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, di Pietro Negri, Einaudi, 2006

Il giardino di Pia Pera

Al giardino ancora non l'ho detto (AL)

A quel punto lessi la poesia, prima nella mia traduzione, e poi nell’originale:

Al giardino ancora non l’ho detto-

non ce la farei.

Nemmeno ho la forza adesso

di confessarlo all’ape.

I haven’t told my garden yet-

lest that should conquer me.

I haven’t quite the strength now

to break it to the Bee.

Non ne farò parola per strada-

le vetrine mi guarderebbero fisso-

che una tanto timida-tanto ignara

abbia l’audacia di morire.

I will not name in the street

For shops would stare at me-

that on so shy- so ignorant

should have the face to die.

Non devono saperlo le colline-

dove ho tanto vagabondato-

né va detto alle foreste amanti

il giorno che me ne andrò.

The hillisides must not know it-

Where I have rambled so-

Nor tell loving forest

The day that I shall go.

e non lo si sussurri a tavola-

né si accenni sbadati, en passant,

che qualcuno oggi

penetrerà dentro l’ignoto.

Nor lisp at the table-

Nor heedless by the way

Hint that within the Riddle

One will walk today-

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016

Un articolo sul Corriere di Emanuele Trevi

Una recensione del libro di Emanuele Trevi

la chiarezza

Discorso in occasione della consegna del Premio letterario della Libera Città Anseatica di Brema

Egregi convenuti, non posso attenermi alla favola dei vostri musicanti, non racconterò nulla, non canterò non terrò prediche. Però questo è vero: le favole sono finite, le favole delle città e degli Stati e tutte le favole scientifiche, anche quelle filosofiche, non c’è più il mondo degli spiriti, lo stesso universo non è più una favola, l’Europa, la favola più bella, è morta, ecco la verità e la realtà. La realtà, come la verità, non è una favola e mai una favola è stata verità. Ancora cinquant’anni fa l’Europa era tutta un’unica favola e l’Inghilterra era un mondo di favola. Oggi ci sono molti che vivono in quel mondo di favola, però vivono in un mondo morto e sono anche loro dei morti, chi non è morto vive, e non nelle favole, costui non è una favola. Neanche io sono una favola, non vengo da un mondo di favola, ho dovuto vivere una lunga guerra e ho visto morire centinaia di migliaia di persone e altre che ci passavano sopra e proseguivano il cammino. Tutto è proseguito nella realtà, tutto si è trasformato, in verità. In cinque decenni in cui tutto si è sovvertito, in cui tutto si è traformato, in cui da una favola millenaria sono nate la realtà e la verità, io sento di avere avuto sempre più freddo, via via che dal vecchio mondo ne nasceva uno nuovo, dalla vecchia natura ne nasceva una nuova.
Vivere senza favole è più difficile, perciò è così difficile vivere nel XX secolo, ormai ci limitiamo a esistere, noi non viviamo, nessuno vive più. Ma è bello nel XX secolo esistere, tirare avanti? Avanti, dove? Io non vengo da una favola, lo so, né vado verso una favola, questo è già un passo avanti e fa già la differenza tra prima e adesso. Ci troviamo sul più agghiacciante terreno dell’intera storia, siamo spaventati e precisamente spaventati in quanto immane è il materiale della nuova umanità e della nuova emozione di natura e della natura innovata. Tutti insieme siamo stati nell’ultimo mezzo secolo niente altro che un unico dolore. Questo dolore oggi siamo noi, questo dolore è, adesso, il nostro stato mentale. Abbiamo sistemi del tutto nuovi, abbiamo una visione tutta nuova del mondo e una nuova e in effetti quanto mai eccellente visione di quel mondo che sta attorno al mondo e abbiamo una morale affatto nuova e abbiamo scienze e arti affatto nuove: siamo colti da vertigine e sentiamo freddo. Abbiamo creduto che siccome siamo esseri umani avremmo perso il nostro equilibrio, ma non l’abbiamo perso, il nostro equilibrio, abbiamo anche fatto di tutto per non morire di freddo. Tutto si è trasformato perché noi l’abbiamo trasformato, la geografia esterna si è trasformata esattamente come quella interiore.
Noi accampiamo ora alte pretese, non siamo mai paghi di accampare alte pretese, nessun epoca prima della nostra ha accampato pretese altrettanto alte, il nostro esistere è già da megalomani, ma, siccome sappiamo che non possiamo precipitare e neanche morire di freddo, osiamo fare quello che facciamo. La vita ormai è solo scienza, scienza nata dalle scienze. Tutto a un tratto ora ci siamo lasciati risucchiare dalla natura, abbiamo preso confidenza con gli elementi, noi abbiamo messo alla prova la realtà, la realtà ha messo alla prova noi, ora conosciamo le leggi della natura, le infinite supreme leggi della natura e possiamo studiarle nella realtà e in verità, non dipendiamo più da congetture, guardando dentro la natura non vediamo più fantasmi, abbiamo scritto il capitolo più temerario nel libro della storia universale e precisamente ciascuno di noi, per suo conto, tra gli spaventi e nel terrore della morte, e nessuno seconda la propria volontà né secondo il proprio gusto, bensì secondo la legge della natura, e questo capitolo lo abbiamo scritto alle spalle dei nostri ciechi padri e dei nostri stupidi maestri, alle nostre stesse spalle, dopo tanti capitoli interminabili e insulsi il capitolo più breve, il più importante.
Siamo spaventati dalla chiarezza di cui all’improvviso è fatto per noi il nostro mondo, il nostro mondo di scienza, sentiamo freddo in questa chiarezza, ma questa chiarezza l’abbiamo voluta, l’abbiamo suscitata noi, non possiamo dunque lamentarci del freddo che ora impera, con la chiarezza il freddo aumenta, questa chiarezza e questo freddo d’ora in poi regneranno sovrani, la scienza della natura significherà per noi più alta chiarezza e un freddo molto più feroce di quanto possiamo immaginare. Tutto sarà chiaro, di una chiarezza sempre più alta e sempre più profonda e tutto sarà freddo di un freddo sempre più terribile, avremo in futuro l’impressione di una perpetua giornata perennemente chiara e perennemente fredda.
Vi ringrazio per l’attenzione, vi ringrazio per l’onore che oggi mi avete tributato.

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