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il vero incontro

Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?

(Sorpresi dalla gioia. Leggere e incontrare C.S.Lewis, in minima&moralia, da un pezzo di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S.Lewis)

incipit

Ci sono alcuni libri e racconti che si aprono con un’ immagine, una frase, capaci di farti essere immediatamente lì, in quella città o con quel personaggio. Inizi che si fissano nella testa e non te li scordi più, sono quel libro e quel racconto per sempre.

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. 

 

una categoria dello spirito

Dalla finestra arrivò il suono di una sirena, forse una nave che entrava in porto, e immediatamente sentii un enorme desiderio di essere uno di quei passeggeri di quella nave, di entrare nel porto di una città sconosciuta che si chiamava Lisbona e di dover chiamare al telefono una donna sconosciuta per dirle che era uscita una nuova traduzione di Fernando Pessoa, e quella donna si chiamava Maria do Carmo, sarebbe venuta alla libreria Bertrand indossando un vestito giallo, amava il fado e i piatti sefarditi, e io sapevo già tutto questo, ma quel passeggero che ero io e che guardava Lisbona dal parapetto della nave non lo sapeva ancora e tutto sarebbe stato per lui nuovo e identico. E questa era Saudade, Maria do Carmo aveva ragione, non era una parola, era una categoria dello spirito. A suo modo, anch’essa, era un rovescio.

(Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, 1988)

Quota 84
Nel giorno del mio compleanno

Dalla torre degli anni che chiamo vita
Guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
Non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo-
La storia incerta, il nodo al fazzoletto,
Il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
In un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
La lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
E la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
Sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
E la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
Meglio ricordate che rivissute.

Anne Stevenson

© traduzione italiana di Carla Buranello

 

 

 

AsterusherPrefazione

a mia sorella Agostina, che sa

Le case sono mie; mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe; miei i ricordi, mia l’idea di questo libro, e miei i testi  (dove il poliptotico possessivo vuole essere perentorio come le cinque pi del Beniamino Venarvaghi di Gadda: “E d’un oggetto o d’un bene o d’una patata o d’un quadrupede di sua personale pertinenza soleva ad ogni buon conto pensare: “Questo cavallo e questa carrozza di mia propria privata privatissima personale proprietà”. Cinque pi sicché: Una di fila all’altra”). Nessun dubbio, quindi, che il presente libro possa legittimamente sottotitolarsi come autobiografia [……..]

(Austerhusher, Autobiografia per feticci, Michele Mari, Francesco Pernigo, Corraini Edizioni, 2015)

la bellezza consola

l’Italia del ’56

Così scrive Alberto Arbasino (uno che è venuto forse il momento di prendere in considerazione e leggere davvero) in Ritratti Italiani parlando di Pier Paolo Pasolini:

Ecco Amado mio: ” Hai un profumo che mi piace tanto… Dove vai a comprarti la brillantina?” ” In merceria… a Morsano…” disse il ragazzo. ” [……] E voilà Comisso, La favorita: ” Ma cosa vi date sui capelli voi napoletani per farli diventare così lucenti?” “Brillantina Venùs” risponde naturale e felice. [……]”. Analoghe appaiono le strutture, nell’autore giovane e nello scrittore più anziano: diari appena mossi ……… di una inquietudine ingorda e inesausta nel ‘battere’ teneri ragazzi contadini (Pasolini) oppure giovanotti in età militare (Comisso)…… in una Italia minore ancora antica e rustica e attonita e gentile, e semivuota, ma tradizionalmente bisessuale e disponibile anche più della Grecia e della Tunisia, finché durò la segregazione serale dei sessi.  Permissività, movimenti giovanili e discoteche spazzeranno poi questa tradizione o illusione ……

Seconda fase. Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea, latina, rinascimentale, sia popolare sia d’élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antiche. Le reminiscenze sono ampie e concordi: innumerevoli ‘alti luoghi’ amabili e sicuri, in tutta la nazione, in nessuna guida indicati ma suggeriti dal tam-tam collettivo e istintivo del Genius Loci, sedi e siti di incontri maschili immediati e anonimi, e di sfoghi sfrenati di gruppo, senza criminalità né polizia.

Luoghi ormai mitici, in una geografia golosa del rimpianto, non disgiunta da lamentazioni sul presente: la pineta di Castelfusano; le arcate aperte del Colosseo; i bastioni alberati di città come Lucca e Modena, Ferrara e Verona; porti grandi e piccoli come Chioggia e La Spezia, Anzio e Brindisi; i giardini di Sabaudia; la Montagnola di Bologna; le Cascine di Firenze; parecchi cinema milanesi e napoletani; isole di cui si narravano miracoli; ………

Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. Standardizzazione e omologazione anche dell’atteggiamento omosessuale, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. [……] Questi sono i temi della mutazione antropologica drammaticamente trattati anche dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo.

Fernweh

Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Humboldt mise a punto uno strumento per misurare l’intensità del blu del cielo: il cianometro, emblema di uno dei suoi grandi talenti, ovvero la capacità di unire osservazione scientifica e visione poetica del mondo, e di intrecciare così mondi che fino ad allora avevano vissuto separatamente.

Andrea Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, trad. di Lapo Berti, Luiss University Press, 2017

leggenda privata

“Riuscendo sull’aja, mentre l’agente magnifica le possibilità di erigere mostruosi gazebo là dov’era il campo di bocce, vengo aggredito e risucchiato da qualcosa cui non ero preparato: il contenitore frigo dei gelati! E subito, ad avvelenare la piena sorgiva dell’emozione, il tarlo dell’analisi: perché c’era qualcosa che non quadrava lì, qualcosa che c’era sempre stato e di cui mai mi ero reso conto: ALGIDA era scritto sulla pancia leggermente bombata dell’ordigno, laddove altro che Mottarelli non chiesi. Ora, chi fosse troppo giovane per saperlo, un ragguaglio storico. La marca di gelati normale era Motta (fondata 1919): Motta il Mottarello, Motta il Cono, Motta la Coppa del Nonno. La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse che per l’audacia di sfidare l’impero-Motta) era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Mottarello) e del prepotente Cornetto: dunque perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata? E che figura ci facevo io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, “Posso dire una parola? e reinsiste più volte, finché i Rokers concedono: “E dilla!”, e quello: “C’è un Algida laggiù che mi fa gola!”, al che corrono tutti laggiuù, Shel Shapiro compreso. E’ troppo pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahabharata, nel Beowulf ? D’altronde, ” C’è un Algida laggiù che mi fa gola” è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…”

Un grande Michele Mari, in Leggenda privata, Einaudi, 2017

di quel libro

e della donna che lo scrisse mi prese il ritrovarmi detta lì dentro, che mi prendeva subito per mano e mi portava con sè, sempre e comunque, sulle navi e tra i ghiacci, sulle colline di Sicilia e tra le particelle elementari dell’universo, senza lasciarmi mai andare.

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