Fernweh

Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Humboldt mise a punto uno strumento per misurare l’intensità del blu del cielo: il cianometro, emblema di uno dei suoi grandi talenti, ovvero la capacità di unire osservazione scientifica e visione poetica del mondo, e di intrecciare così mondi che fino ad allora avevano vissuto separatamente.

Andrea Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, trad. di Lapo Berti, Luiss University Press, 2017

leggenda privata

“Riuscendo sull’aja, mentre l’agente magnifica le possibilità di erigere mostruosi gazebo là dov’era il campo di bocce, vengo aggredito e risucchiato da qualcosa cui non ero preparato: il contenitore frigo dei gelati! E subito, ad avvelenare la piena sorgiva dell’emozione, il tarlo dell’analisi: perché c’era qualcosa che non quadrava lì, qualcosa che c’era sempre stato e di cui mai mi ero reso conto: ALGIDA era scritto sulla pancia leggermente bombata dell’ordigno, laddove altro che Mottarelli non chiesi. Ora, chi fosse troppo giovane per saperlo, un ragguaglio storico. La marca di gelati normale era Motta (fondata 1919): Motta il Mottarello, Motta il Cono, Motta la Coppa del Nonno. La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse che per l’audacia di sfidare l’impero-Motta) era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Mottarello) e del prepotente Cornetto: dunque perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata? E che figura ci facevo io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, “Posso dire una parola? e reinsiste più volte, finché i Rokers concedono: “E dilla!”, e quello: “C’è un Algida laggiù che mi fa gola!”, al che corrono tutti laggiuù, Shel Shapiro compreso. E’ troppo pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahabharata, nel Beowulf ? D’altronde, ” C’è un Algida laggiù che mi fa gola” è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…”

Un grande Michele Mari, in Leggenda privata, Einaudi, 2017

l’amore ai tempi del colera


Dal punto di vista amoroso, scrive ancora Barthes, il fatto diventa conseguente, perchè subito si trasforma in segno: è il segno, non il fatto, che è conseguente (a causa delle sue ripercussioni). L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere.

Talvolta, a furia di deliberare sul “niente” (questo è quanto direbbero gli altri) finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza delizia)…

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

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Sarebbe interessante capire che cosa penserebbe oggi Barthes, quale discorso amoroso farebbe in presenza dei nuovi mezzi di (non)comunicazione, dei social, delle tracce sparse di noi che lasciamo agli altri e che gli altri lasciano.

A noi? non lo sapremo (quasi) mai, ma del resto la cosa è reciproca, anche gli altri non sapranno mai se i sassi che lasciamo per strada servono a ritrovarci o a perderci, se mai esiste una strada.

E’ notevole, a pensarci, questa corrispondenza non biunivoca: ognuno di noi, in certi momenti,  sa a chi vorrebbe lasciare la sua traccia, ognuno sa da chi vorrebbe che le sue impronte fossero seguite, ma, in assenza di parole dette, in assenza di viso, di labbra, di occhi (tutti elementi che comunque rimangono per me un segno di reale: è il corpo la bussola), nessuno saprà mai se l’altro, quello per cui lascia il suo odore, lo sta seguendo. E il gioco, chiamiamolo gioco per questa volta sola e con una certa titubanza, perchè chiamarlo così già sarebbe un pensar positivo sotto certi aspetti, è ancora più complicato in certi casi e ci sono momenti in cui dubiti seriamente che sia ancora un gioco.  Non potrai mai saperlo fino alla fine.

Un altro dubbio, ti rimane, però, di segno opposto, che cancella il primo: che nonostante tutto sia ancora amore. Con la spinta ad agire in qualche modo che ne consegue.

Ma, scrive Barthes, invano: il tempo amoroso non consente di mettere sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting-out; la mia follia è misurata, non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è “spontaneo” è la mia paura – la mia indecisione.

Non è un caso che si chiami rete: siamo in trappola.

oppure

…oppure conveniva che questa era solo follia e che era bene uscirne al più presto, prima che fosse tardi. Perchè a volte sembrava che persino il pavimento delle stanze oscillasse. Uscire dall’impasse.

Martin Freud, continua Barthes parlando ancora della figura della Gradiva, un giorno era stato preso in giro durante una gara di pattinaggio e il padre lo aiuta a uscire da questa situazione come, scrive Barthes, ” se liberasse un animale prigioniero delle reti di un bracconiere”.

“Con estrema delicatezza, egli dipanava una dopo l’altra le maglie che trattenevano la bestiola, non mostrando alcuna fretta e sopportando senza spazientirsi i bruschi movimenti che l’animale faceva per liberarsi, fino a che le avesse sbrogliate tutte e che la bestia potesse così scappare via dimenticando tutto di quell’avventura.” Così Martin Freud. *

Ma non c’è sempre un padre, né una madre, né qualcuno. A volte non c’è rimasto nessuno, pensava. La stessa delicatezza bisognerebbe saperla usare con se stessi.

A volersi bene.

*Martin Freud, Freud, mon père, citato da Roland Barthes.

 

 

pronto soccorso

 All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore.

2. La Gradiva è una figura di salvezza, propiziatrice, una Eumenide, una Benevola. Ma, così come le Eumenidi non sono che delle vecchie Erinni, dee della vendetta, anche nella sfera amorosa esiste una Gradiva malvagia. Anche se inconsciamente e per delle motivazioni che possono avere origini nel proprio tornaconto nevrotico, l’essere amato sembra allora volermi spingere sempre più addentro nel mio delirio, sembra voler mantenere viva e esulcerante la mia ferita d’amore: come i genitori di certi schizofrenici che, a quanto sembra, non smettono mai di provocare o di aggrvare le follia del figlio con piccole ingerenze conflittuali, così l’altro cerca di rendermi pazzo. Per esempio: l’altro si adopera a mettermi in contraddizione con me stesso (il che ha per effetto di paralizzare in me ogni linguaggio); o, anche, alterna atti di seduzione a atti di frustrazione (episodio consueto nella seduzione amorosa); passa senza preavviso da un regime all’altro, dalla tenerezza intima, complice, alla freddezza, al silenzio, al commiato; o infine, in un modo più sottile, ma non meno doloroso, si ingegna a “rompere” la conversazione, sia imponendo di passare bruscamente da un argomento molto serio (che mi sta a cuore) a uno di nessuna importanza, sia interessandosi visibilmente, mentre sto parlando, ad altro. In poche parole, l’altro mi riporta continuamente alla mia impasse da cui non posso uscire e in cui non posso restare…

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 1979)

 

Undicesima ora del giorno

UNDICESIMA ORA DEL GIORNO

Biglietto numero 23

G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

(Pier Vittorio Tondelli, Biglietti per gli amici, a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani, 2001)

Ma tutto questo è ancora letteratura, dice, contro cui bisogna combattere, perchè la letteratura, dice, è illusione e non realtà. Allora, chiede, perchè ne sono tutti così innamorati,  fino alla fine dei giorni ? Oppure, dice, mi lascio un’altra possibilità: che quella che alcuni chiamano illusione, sia in realtà quello che altri chiamano desiderio, confondendosi gli uni con gli altri. 

leggere

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    Ryuji Taira

    La leggerezza è uno stato di fragilità, uno stato volatile, non duraturo, non ha radici forti. Ma c’è, in questi esseri, una capacità di radicarsi nei suoli più inattesi, nelle fessure dei muri, nelle crepe, una bellezza elementare, una pienezza nel mostrarsi  che non ha pari e che in certo modo commuove.

    © alessandra terranova