se la mia vita

Se la mia vita o la tua o di altri fosse tradotta in architetture chissà che costruzioni incredibili, mancanza di logica, spreco di materiali, equilibri per miracolo, terreni sbagliati.

Saul Steinberg (in esergo al nuovo libro di Marco Belpoliti, Pianura)

Il karma e la cicogna

Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna. Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? (K. Blixen, La mia Africa, Feltrinelli, Milano 1996)

Credo che molto prima che sia completo si possa vedere il disegno della propria vita, basta stare attenti al ripetersi degli eventi. Se cominci a raccontarti la tua vita e ti accorgi che ci sono fatti che si ripetono più o meno uguali, due sono le conclusioni che puoi tirar fuori:

non sei proprio cambiata per niente

e quello è il tuo disegno.

A un certo punto, devi solo guardarlo.

allegria del naufragio

Allora aprì un piccolo libro bianco che aveva sul tavolino, a quei tempi era sempre in cerca di una parola che suonasse vera, che fosse vera, non so se capisci, ne sentiva così poche intorno a sé che cominciava quasi a dubitare che ne esistessero ancora. Insomma, prese questo libro in mano e lesse questa frase che, lo so già, a te sembrerà troppo religiosa, ma voglio dirtela lo stesso: …una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà- non credo che, almeno per chi ha conservato un po’ di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante- anche se, come è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”.

A che punto siamo?

“Dovremo innanzitutto guardare in modo diverso la terra in cui viviamo e le città in cui abitiamo. … … Perché noi abbiamo perso la capacità di abitare. Abbiamo accettato che le nostre città e i nostri borghi fossero trasformati in parchi di divertimento per i turisti… … Dovremo … porci seriamente la sola domanda che conta, …semplicemente “a che punto siamo?” E’ questa la domanda a cui dovremo provare a rispondere, come possiamo e dovunque siamo, ma in ogni caso con la nostra vita e nn solo con le parole.” (A che punto siamo? , 20 marzo 2020, testo richiesto e poi rifiutato dal Corriere della Sera, in Giorgio Agamben, A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet, 2020)

quanto ad essere felici

Quanto ad essere felici, questo è il terribilmente difficile, estenuante. Come portare in bilico sulla testa una preziosa pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e di fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille oscuri e pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata.

Cristina Campo, da una lettera a Gianfranco Draghi, febbraio 1959

[in esergo a Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza, 2020]

il perturbante

quando arrivano l’estate e il caldo, nel palazzo in cui abito, un palazzo tirato su negli anni ’70, progetti di edilizia speculativa, quattro appartamenti per pianerottolo, sei piani compreso il piano terra, per un totale di venti appartamenti di varia dimensione, dai cinquanta agli ottanta metri quadri, affaccio sul monte di fronte, vale a dire a nord, a tramontana e ai venti che arrivano giù di corsa dagli Appennini, oppure verso la piazza striminzita di pini e altri palazzi nati più o meno nello stesso periodo e quindi ugualmente tristi, nel mio palazzo, quindi, arrivano anche gli scarafaggi ovvero le piattole.

Solo il nome mi fa venire la nausea, ma tant’è: arrivano lo stesso. Quest’anno per ora poche. Avevo speranza che il virus le avesse sterminate, magari, ho detto, forse è andata così. qualche settimana fa, invece, ne ho trovata una morta e rinsecchita in terrazza. lo stato della salma faceva chiaramente intendere che, purtroppo, non si trattava di un residuo dello scorso anno, nascosto sotto un vaso per tutto l’inverno, ma ho continuato a crederci. fino a che una settimana fa, entrando in cucina per farmi un caffè, ne ho vista con orrore un’altra, rovesciata di schiena e zappentante, quindi viva, lungo il muro che corre tra il fornello e la porta dello sgabuzzino.

Non so mai che fare quando le trovo, l’istinto sarebbe quello di scappare, un odio profondo verso queste bestie che escono di notte quando dormi e non le vedi e al mattino si rintanano mi impedisce ogni altra reazione. ma questa rantolava, o almeno così me la sono immaginata, e non ho avuto neanche il coraggio di schiacciarla con una scarpa, perché non mi piace per niente neanche il ricordo di quel crack.

Allora l’ho lasciata lì, a consumare in pace, mi sono detta, la sua agonia di bestia. che è durata parecchio, troppo a un certo punto, tant’è vero che dopo un’ora – o così mi è sembrato il tempo che ho aspettato- l’ho presa con un foglio di carta e l’ho buttata insieme all’immondizia che avevo deciso di portare giù in cortile.

Da allora, ogni notte, anzi ogni mattino poco prima del risveglio, sogno animali. a volte sono loro, le piattole, che si presentano alla fine del mio sonno, peraltro abbastanza disturbato di questi tempi, in coppie, in famiglie, madre padre e piccoli figli intrecciati e ruzzolanti per le scale appena apro una porta, a ricordarmi che loro ci sono, che non faccia finta di niente perché basta uscire per vedere quello che non vorrei vedere. altre volte invece sono altri animali , pavoni o cani neri, marmotte, tassi, che popolano scorrazzando stretti cortili di vecchie case al primo piano.

Ne registro la presenza, ogni mattina, prima di mettere i piedi sulla terra. Mi ricordano che la vida no es sueño, come a volte vorrei. Mi lasciano una certa inquietudine addosso con cui fare i conti, che non tornano mai.

è nell’equilibrio

ma c’è anche, accanto a questo sguardo volto indietro, un’altra direzione, una spinta a guardare in avanti, a guardare altro, a superare d’un balzo il presente e lanciarsi verso il futuro, non necessariamente il mio, il futuro in sé. E’ nell’equilibrio tra le due spinte che probabilmente si trova la strada. Immaginarsi come un punto da cui partono rette in più direzioni, a quanto ne so: avanti- il futuro, indietro- il passato, verso il basso- la profondità, verso l’alto, la leggerezza. Tutte le direzioni vanno seguite: contemporaneamente, mi verrebbe da dire.

Only connect

“Mi piace solo raccontare le cose che amo: le persone e le opere che mi hanno segnato; i luoghi, le stagioni, le ore e i momenti che mi hanno commosso. Si tratta di individuare i legami segreti ma tenaci che permettono di unire i frammenti della vita. Sempre mi ripeto l’esortazione che Edward Morgan Foster appose come epigrafe a Casa Howard, uno dei più belli tra i suoi bellissimi libri: ” Only connect”: devi solo stabilire le connessioni…”
( Sandro Lombardi, Gli anni felici. Realtà e memoria nel lavoro dell’attore, Garzanti, 2004)

Questo, per esempio, l’ho trovato ieri sera frugando nei cassetti che ho lasciato aperti proprio per ritrovare le cose che ho messo dentro e non mi è sembrato un caso, aver ritrovato questa cosa qui, o forse è vero che ci si sofferma su quello che in quel momento ci sembra più adatto a descrivere il nostro stato.

Anche a me piacerebbe trovare i legami che uniscano i frammenti della mia vita. Nel momento in cui lo penso, però, mi sembra di fare letteratura e questo è sempre stato, da un certo momento in poi, il problema: accorgermi della finzione. In fondo, nello stesso momento in cui si inizia a scrivere quello che ci passa per la testa si fa finzione, siamo un personaggio, non si sa quanto lontano da quel personaggio che siamo nella realtà. Solo che del primo, quello che siamo scrivendo, ce ne rendiamo conto, con l’altro, invece, pretendiamo di essere noi.

Anche stabilire le connessioni è fare letteratura: ognuno racconta di sé la storia che vuole raccontare, i pezzi li metti insieme a costruire la forma che più ti piace, che più ti torna. E quando c’è una storia comune i pezzi non combaciano mai perfettamente, la figura viene sempre un po’ sbilenca.