Col cuore legato

Di certe pesche si dice in italiano che hanno “l’anima spicca”, il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l’anima dal cuore, è chiamato l’eroe della fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell’impossibile.

Cristina Campo, Della fiaba, in Gli imperdonabili, Adelphi, 1987

se qualche volta

“Se qualche volta scrivo”- dice Cristina Campo-“è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre- attraverso la penna e la mano- come per osmosi.” (da Parco dei cervi, in Gli imperdonabili)

Il coraggio

“Occorrerà del coraggio per fare ciò che sono in procinto di fare: dire. Ed espormi all’enorme sorpresa che proverò di fronte alla povertà della cosa detta. Non appena l’avrò detta, ecco che dovrò subito aggiungere: non si tratta di quello! non si tratta di quello!”
Clarice Lispector

Niente da dire

A volte mi sembra che sia così come scrive qui, citando, Paolo Nori. Trovare queste parole di Agamben  in qualche modo, stupidamente, lo so, mi consola. E mi ritrovo, strano ma vero, soprattutto in quell’ ostinatamente,  come se desse un senso al mio modo di fare che altrimenti non arriverei a capire. Che può essere anche un senso negativo, a pensarci bene. Che Agamben stia parlando di altro che di me, è poi un’altra storia.

osservare il mondo con rispetto

Una volta mi è capitato di pranzare con Celati e, dopo pranzo, di fare con lui una passeggiata nelle colline dell’Appennino emiliano. Conoscendo i suoi scritti e il suo amore per il camminare, pensavo a una lunga passeggiata verso Canossa. E invece restammo imprigionati nel primo boschetto dietro casa per qualche ora, semplicemente a togliere edera, vitalba e altre piante infestanti da querce, olmi, frassini, aceri campestri, ciliegi selvatici. Era stata un sua idea o forse soltanto una reazione spontanea, non meditata, a un suo modo di guardare le cose. Appena cominciata la passeggiata aveva visto questi alberi sommersi dai rampicanti, forse sofferenti, certo costretti; e aveva cominciato con le mani a disbrogliare gli intrecci di liane e rami che salivano sui tronchi fino alle foglie in alto. E la contentezza che provava nel liberare questi alberi dalle loro incrostazioni fu contagiosa per me e per chi era con noi. E ci trovammo tutti a tirare queste liane, a sfrondare gli alberi da questi parassiti indesiderati che, alla lunga, li avrebbero soffocati. Mi è sembrato quello un atto che solo chi è abituato a osservare con rispetto  il mondo riesce a pensare. Un atto che richiede delicatezza, perché sfilando le liane e l’edera non si vogliono strappare anche le foglie o i rami degli alberi. Un atto che ha bisogno di tempo.  Così come di tempo ha bisogno il tradurre, il raccontare, che è qualcosa di diverso, forse, dal riempire file di fotografie o scaffali di pubblicazioni, senza mai scendere dal fuoristrada, senza mai davvero accordarsi con il ritmo delle cose.
Franco Nasi http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/speciale-gianni-celati-alberi-e-parole

incamminarsi

Sto per incamminarmi nel regno dei morti, è giusto che abbassi la voce. Per quanto mi riguarda, alcuni di essi non esistono più, mentre altri continuano a vivere nelle mie movenze, nella forma del mio cranio, nel modo in cui fumo una sigaretta o faccio l’amore, e quando mangio certi piatti mi sembra di agire su loro incarico. Sono tanti. per lungo tempo ci si sente soli tra gli esseri umani; finché un bel giorno si approda in mezzo ai propri morti, ci si accorge della loro presenza costante e discreta. Non fanno molto chiasso. Ho cominciato tardi a vivere in compagnia dei parenti di mia madre; un giorno ho udito la loro voce mentre stavo parlando, ho visto i loro gesti mentre salutavo qualcuno o sollevavo un bicchiere. La “personalità”, quel poco di nuovo che l’uomo aggiunge a se stesso, è trascurabile in confronto all’eredità che i morti ci hanno trasmesso. Persone che non ho mai visto continuano a vivere, ad agire, a produrre, a desiderare o temere qualcosa dentro di me. La mia faccia è la copia di quella del nonno materno, le mie mani mi sono state tramandate dalla famiglia di mio padre, il mio temperamento è uguale a quello di uno dei parenti di mia madre.

Sándor Márai, Confessioni di un borghese, Biblioteca Adelphi, a cura di Marinella D’Alessandro, 2003

donne-al-prato
Mia nonna e sua madre.