Il giardino di Pia Pera

Al giardino ancora non l'ho detto (AL)

A quel punto lessi la poesia, prima nella mia traduzione, e poi nell’originale:

Al giardino ancora non l’ho detto-

non ce la farei.

Nemmeno ho la forza adesso

di confessarlo all’ape.

I haven’t told my garden yet-

lest that should conquer me.

I haven’t quite the strength now

to break it to the Bee.

Non ne farò parola per strada-

le vetrine mi guarderebbero fisso-

che una tanto timida-tanto ignara

abbia l’audacia di morire.

I will not name in the street

For shops would stare at me-

that on so shy- so ignorant

should have the face to die.

Non devono saperlo le colline-

dove ho tanto vagabondato-

né va detto alle foreste amanti

il giorno che me ne andrò.

The hillisides must not know it-

Where I have rambled so-

Nor tell loving forest

The day that I shall go.

e non lo si sussurri a tavola-

né si accenni sbadati, en passant,

che qualcuno oggi

penetrerà dentro l’ignoto.

Nor lisp at the table-

Nor heedless by the way

Hint that within the Riddle

One will walk today-

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016

Un articolo sul Corriere di Emanuele Trevi

Una recensione del libro di Emanuele Trevi

la chiarezza

Discorso in occasione della consegna del Premio letterario della Libera Città Anseatica di Brema

Egregi convenuti, non posso attenermi alla favola dei vostri musicanti, non racconterò nulla, non canterò non terrò prediche. Però questo è vero: le favole sono finite, le favole delle città e degli Stati e tutte le favole scientifiche, anche quelle filosofiche, non c’è più il mondo degli spiriti, lo stesso universo non è più una favola, l’Europa, la favola più bella, è morta, ecco la verità e la realtà. La realtà, come la verità, non è una favola e mai una favola è stata verità. Ancora cinquant’anni fa l’Europa era tutta un’unica favola e l’Inghilterra era un mondo di favola. Oggi ci sono molti che vivono in quel mondo di favola, però vivono in un mondo morto e sono anche loro dei morti, chi non è morto vive, e non nelle favole, costui non è una favola. Neanche io sono una favola, non vengo da un mondo di favola, ho dovuto vivere una lunga guerra e ho visto morire centinaia di migliaia di persone e altre che ci passavano sopra e proseguivano il cammino. Tutto è proseguito nella realtà, tutto si è trasformato, in verità. In cinque decenni in cui tutto si è sovvertito, in cui tutto si è traformato, in cui da una favola millenaria sono nate la realtà e la verità, io sento di avere avuto sempre più freddo, via via che dal vecchio mondo ne nasceva uno nuovo, dalla vecchia natura ne nasceva una nuova.
Vivere senza favole è più difficile, perciò è così difficile vivere nel XX secolo, ormai ci limitiamo a esistere, noi non viviamo, nessuno vive più. Ma è bello nel XX secolo esistere, tirare avanti? Avanti, dove? Io non vengo da una favola, lo so, né vado verso una favola, questo è già un passo avanti e fa già la differenza tra prima e adesso. Ci troviamo sul più agghiacciante terreno dell’intera storia, siamo spaventati e precisamente spaventati in quanto immane è il materiale della nuova umanità e della nuova emozione di natura e della natura innovata. Tutti insieme siamo stati nell’ultimo mezzo secolo niente altro che un unico dolore. Questo dolore oggi siamo noi, questo dolore è, adesso, il nostro stato mentale. Abbiamo sistemi del tutto nuovi, abbiamo una visione tutta nuova del mondo e una nuova e in effetti quanto mai eccellente visione di quel mondo che sta attorno al mondo e abbiamo una morale affatto nuova e abbiamo scienze e arti affatto nuove: siamo colti da vertigine e sentiamo freddo. Abbiamo creduto che siccome siamo esseri umani avremmo perso il nostro equilibrio, ma non l’abbiamo perso, il nostro equilibrio, abbiamo anche fatto di tutto per non morire di freddo. Tutto si è trasformato perché noi l’abbiamo trasformato, la geografia esterna si è trasformata esattamente come quella interiore.
Noi accampiamo ora alte pretese, non siamo mai paghi di accampare alte pretese, nessun epoca prima della nostra ha accampato pretese altrettanto alte, il nostro esistere è già da megalomani, ma, siccome sappiamo che non possiamo precipitare e neanche morire di freddo, osiamo fare quello che facciamo. La vita ormai è solo scienza, scienza nata dalle scienze. Tutto a un tratto ora ci siamo lasciati risucchiare dalla natura, abbiamo preso confidenza con gli elementi, noi abbiamo messo alla prova la realtà, la realtà ha messo alla prova noi, ora conosciamo le leggi della natura, le infinite supreme leggi della natura e possiamo studiarle nella realtà e in verità, non dipendiamo più da congetture, guardando dentro la natura non vediamo più fantasmi, abbiamo scritto il capitolo più temerario nel libro della storia universale e precisamente ciascuno di noi, per suo conto, tra gli spaventi e nel terrore della morte, e nessuno seconda la propria volontà né secondo il proprio gusto, bensì secondo la legge della natura, e questo capitolo lo abbiamo scritto alle spalle dei nostri ciechi padri e dei nostri stupidi maestri, alle nostre stesse spalle, dopo tanti capitoli interminabili e insulsi il capitolo più breve, il più importante.
Siamo spaventati dalla chiarezza di cui all’improvviso è fatto per noi il nostro mondo, il nostro mondo di scienza, sentiamo freddo in questa chiarezza, ma questa chiarezza l’abbiamo voluta, l’abbiamo suscitata noi, non possiamo dunque lamentarci del freddo che ora impera, con la chiarezza il freddo aumenta, questa chiarezza e questo freddo d’ora in poi regneranno sovrani, la scienza della natura significherà per noi più alta chiarezza e un freddo molto più feroce di quanto possiamo immaginare. Tutto sarà chiaro, di una chiarezza sempre più alta e sempre più profonda e tutto sarà freddo di un freddo sempre più terribile, avremo in futuro l’impressione di una perpetua giornata perennemente chiara e perennemente fredda.
Vi ringrazio per l’attenzione, vi ringrazio per l’onore che oggi mi avete tributato.

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Col cuore legato

Di certe pesche si dice in italiano che hanno “l’anima spicca”, il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l’anima dal cuore, è chiamato l’eroe della fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell’impossibile.

Cristina Campo, Della fiaba, in Gli imperdonabili, Adelphi, 1987

Il coraggio

“Occorrerà del coraggio per fare ciò che sono in procinto di fare: dire. Ed espormi all’enorme sorpresa che proverò di fronte alla povertà della cosa detta. Non appena l’avrò detta, ecco che dovrò subito aggiungere: non si tratta di quello! non si tratta di quello!”
Clarice Lispector