forse un gelato, più tardi

Oggi è un bel giorno per andare al mare, Marsilia, c’è un cielo azzurro di quelli che piacciono a te e non è più così freddo come nei giorni scorsi. Certo dovremmo fare veloci a decidere perchè ancora le giornate non sono così lunghe come in primavera e il buio ci potrebbe cogliere lungo la strada e tutto allora diventerebbe improvvisamente triste. Potremmo decidere di non andare per autostrada, ma fare la provinciale e così potremmo felicemente perderci e non sapere più dove stiamo andando, ma osservare quello che abbiamo intorno per vedere se per caso siamo già passate di lì oppure le strade sono altre da quelle che già conosciamo. Tu non la smetterai di fare foto io mi guarderò intorno. Poi sul mare ci toglieremo le scarpe, la sabbia sarà già un po’ calda, forse, ma umida, io mi rimetto i calzini, il cane accennerà una piccola corsa verso un’onda e prenderà in bocca un bastone per poi allontanarsi. Penserò che il mare è d’inverno e mi metterò a testa bassa a cercare conchiglie e pezzi di legno senza riuscire a trovare quello da mettere in tasca. Passerà sulle nostre teste un areoplano volando basso e in lontananza vedremo le isole nella foschia o forse la costa. Gente ci passerà accanto camminando, qualcuno corre, forse vedremo anche i cavalli. Osserveremo girandoci dall’altra parte le case e i palazzi gli alberghi e come tutte le volte diremo che in fondo non sarebbe stato poi così male se solo non avessero costruito così tanto e tu protesterai perchè in questo paese si costruiscono i bagni sulla spiaggia e non si vede neanche uno spicchio di  mare dalla strada e camminando cercherai il varco. Ti alzerai a un tratto e saprò che ti è venuta nostalgia del mare di casa. Ci sarà luce, la luce di quei posti lì, una luce fortissima e chiara. Sullo sfondo vedremo le montagne e mi verrà in mente una poesia di D’Annunzio di cui non ricorderò i versi e che non ti dirò. E guardando le montagne saremo silenziose, io e te, non sapendo che dire, perchè in fondo ci piace viaggiare e guardare. Forse mangeremo un gelato, più tardi.

una patata

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“Ghirri diceva di sé due cose: che era una patata perché si sentiva molto piantato sulla terra… oppure che gli sarebbe piaciuto essere un sasso. C’era un legame molto forte con la terra, con la sua terra, che si vedeva anche dal fatto che cercasse di tornare a casa anche quando era distante per lavoro. […] Era stanco di viaggiare, di tutta una vita spesa andando in giro, voleva portare le cose che gli piacevano a casa sua.”

“C’era una sorta di stanchezza nel guadare il mondo, nel vedere il degrado…ricordo gli ultimi lavori sul paesaggio, erano lavori sul paesaggio cancellato, sulla nebbia.”

(da Le ultime luci della sera, di Arturo Carlo Quintavalle, la Lettura #272)

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Luigi Ghirri

un’arte

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L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).
Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.

Buono a nulla ( Good for Nothing) di Mark Fisher

 

 

Ho sofferto di depressione in modo intermittente da quando ero un adolescente. Alcuni di questi episodi sono stati fortemente debilitanti- con conseguente tendenza all’autolesionismo, a isolarmi (ho passato mesi e mesi nella mia stanza, uscendo solo per ritirare la posta o per acquistare un minimo di cibo necessario), e tempo trascorso in reparti psichiatrici. Non direi che sono guarito completamente, ma sono contento di notare che sia l’incidenza che la gravità degli episodi depressivi si sono notevolmente ridotti, negli ultimi anni. In parte, ciò è conseguenza dei cambiamenti nella mia vita, ma è anche il risultato di essere arrivato a una diversa comprensione della mia depressione e di ciò che la causa. Metto a disposizione le mie esperienze di disagio mentale non perché penso che rappresentino qualcosa di speciale o unico, ma perché molte forme di depressione possono essere meglio comprese – e meglio combattute – attraverso schemi che sono impersonali e politici, piuttosto che individuali e “psicologici”.

Scrivere della propria depressione non è facile. La depressione è in parte costituita da una beffarda voce “interiore” che ti accusa di auto-indulgenza – non sei depresso, stai solo cercando scuse per te stesso – e tale voce rischia di assumere maggiore importanza rendendo pubblica la propria condizione. Naturalmente, questo richiamo “interiore” è anche l’espressione interiorizzata delle forze sociali presenti, alcune delle quali hanno tutto l’interesse a negare qualsiasi collegamento tra la depressione e la politica.

La mia depressione è stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla. Ho trascorso la maggior parte della mia vita, almeno fino all’età di trent’anni, a credere che non avrei mai potuto lavorare. Intorno ai vent’anni mi sono barcamenato tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavori temporanei. Non ho sentito di appartenere ad alcuno di questi ruoli e contesti – non agli studi post-laurea, perché mi sentivo un dilettante che aveva in qualche modo simulato la possibilità di intraprendere quella strada, non ero uno studioso all’altezza del compito; né allo status di disoccupato, perché non ero realmente disoccupato, di quelli onestamente in cerca di un lavoro, ma piuttosto uno scansafatiche; né alle occupazioni temporanee, perché sentivo di svolgerle da incompetente, e in ogni caso non appartenevo davvero a questi lavori d’ufficio o di fabbrica, non perché mi sentivo “superiore” ad essi, ma – esattamente al contrario – perché ero eccessivamente educato e inutile, e perché rubavo il lavoro di qualcuno che ne aveva bisogno e lo meritava più di me.

Anche quando sono stato ricoverato in un reparto psichiatrico, mi dicevo che non ero veramente depresso – stavo solo fingendo di esserlo per evitare il lavoro, o nella logica infernale e paradossale della depressione, nascondevo il fatto di non essere in grado di lavorare, e che per me non c’era alcun posto nella società.

Quando alla fine ho cominciato a insegnare in un college, sono stato per un po’ euforico – ma la stessa natura di questa esagerata esultanza dimostrava che non mi ero scrollato di dosso quei sentimenti di inutilità che mi avrebbero infatti, presto, portato a ulteriori periodi di depressione. Mi mancava la fiducia di essere in grado di rivestire quel ruolo. A livello non troppo nascosto, evidentemente, non mi ritenevo il tipo di persona che avrebbe potuto svolgere un lavoro da insegnante.
Da dove derivano tali convinzioni? La scuola di pensiero dominante in psichiatria ne individua le origini nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale.

La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un “potere di classe”, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante.

Dietro stimolo di uno dei lettori del mio libro Capitalism Realism. Is there No Alternative? (Zero Book, 2009), ho iniziato a studiare il lavoro di David Smail. Smail – un terapeuta che, nella sua pratica, pone la questione del potere come centrale – ha confermato le ipotesi in merito alla depressione di cui soffrivo. Nel suo libro fondamentale (The Origins of Unhappiness, Robinson Book, 2001), Smail descrive come le “impronte” di classe siano concepite per essere indelebili. Per coloro che sono abituati sin dalla nascita a ritenersi inferiori, l’acquisizione di qualifiche o di ricchezza di rado sono sufficienti a cancellare – sia nella loro mente che nella mente degli altri – il senso primordiale della inutilità che li marchia a vita, sin dalle origini. Chiunque si muova fuori della sfera sociale cui è destinato è sempre in pericolo di essere soverchiato da sentimenti di vertigine, di panico e di paura:
“… isolato, tagliato fuori, circondato da uno spazio ostile, siete improvvisamente senza collegamenti, senza stabilità, senza nulla che vi sostenga; la vertiginosa, nauseante irrealtà prende possesso di voi; vi sentite minacciato da una totale perdita di identità, un senso di dolore assoluto; non avete il diritto di essere qui, ora, di abitare questo corpo, di essere vestito in questo modo; siete una nullità, “niente” è esattamente ciò che si sente di diventare”.

Una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo. Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è. Ciò che Smail definisce il “volontarismo magico” – cioè la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabile della nostra miseria e perciò la meritiamo.

Un doppio legame vizioso del tutto particolare viene imposto ai disoccupati di lunga data nel Regno Unito: per tutta la vita è stato detto loro che sono dei “buoni a nulla” e allo stesso tempo possono fare qualsiasi cosa vogliano. Allo stesso modo è comprensibile l’accettazione fatalista delle politiche di austerità da parte della popolazione del Regno Unito: esito di una depressione collettiva deliberatamente coltivata dal potere. Questa depressione si manifesta nella convinzione (indotta) che la situazione peggiorerà (per tutti, eccettuata una piccola élite), che siamo fortunati ad avere un qualsiasi posto di lavoro (quindi non dobbiamo aspettarci, per esempio, una dinamica salariale che stia al passo con l’inflazione) e che non possiamo pretendere uno stato sociale pubblico e universale.

La depressione collettiva è il risultato del progetto di re-subordinazione messo in opera dalla classe dirigente contemporanea. Per qualche tempo, abbiamo accettato l’idea che non eravamo il tipo di persone che possono muoversi, agire. Non per una mancanza di volontà, ma perché la ricostruzione della coscienza di classe è un processo assai arduo, e la soluzione non può essere preconfezionata. Ma, a dispetto di ciò che la nostra depressione collettiva ci indica, si può fare. Inventare nuove forme di coinvolgimento politico, facendo rivivere istituzioni che sono diventate decadenti, convertendo la disaffezione individuale in rabbia politicizzata: tutto questo può accadere. E quando accade, chi lo sa che cosa può succedere?

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