en face le pire

en face
le pire
jusqu’à ce
qu’il fasse rire

[di fronte al peggio, finché non faccia ridere]

— Samuel Beckett, Poèmes suivi de Mirlitonnades, Les éditions de Minuit, 1999, P35 (mirlitonnades, 1976-1978)

testardi

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Gli equus mulus, conosciuti come muli, sono animali molto intelligenti, come del resto la maggior parte degli animali, almeno nella stessa percentuale della specie umana, sono convinta. Sono anche molto belli, almeno a me pare, e molto tranquilli. Sono conosciuti anche per la loro testardaggine: sono capaci di fermarsi, mentre vanno, per motivi che solo loro conoscono, forse un pericolo, una stanchezza, una pigrizia, un dispetto,  e non riesci a spostarli in nessuna maniera: ripartono quando decidono loro che è l’ora di ripartire. In genere ripartono, non si è mai dato il caso di un mulo che sia rimasto fermo sulla sua posizione per tutta la vita.

vulesse addeventare

Vulesse addeventare suricillo, oi nennane’, pe’ li rusecare ‘sti catene ca m’astringneno lu pede e ca me fanno schiavo.

Vulesse addeventare pesce spada, oi nennane’, pe’ puterli subito squartare ‘ntr’a lu funno de lu mare ‘sti nemici nuostre.

Vulesse addeventare ‘na palomma, oi nennane’, pe’ putere libero vulare e ‘nguacchiare li divise a tutt’ ‘e Piemuntisi.

Vulesse addeventare na tamorra, oi nennane’, pe’ scetare a tutta chella gente ca nun ha capito niente e ce sta a guardà.

Vulesse addeventare na bannera, oi nennane’, pe’ dare unu culore a chesta guerra ca la libera sta terra o ce fa murì.

Vulesse addeventare nu brigante oi nennane’ ca vo’ stà sulo a la muntagna scura pe te fa’ sempe paura fino a quanno more.

il vizio di leggere

«Vi giuro, quando penso ai libri non vedo dei roghi, vedo un ragazzo seduto nel fondo di un giardino con un libro sulle ginocchia. È là e non è là; lo chiamano, è la famiglia. […] Andare o no? Il libro o la famiglia? Scegliere il vizio (impunito) o la virtù (ricompensata)?». Il ragazzo decide di rispondere al richiamo della famiglia, ma la lettura, come sostiene Crépu, gode di una certa impunità, per cui si può stare in mezzo agli altri continuando clandestinamente le proprie operazioni. Il giovane ragazzo ha obbedito all’ingiunzione, fa finta di ascoltare, ma nel frattempo nella sua mente scorrono le immagini di Michel Strogoff che corre nella steppa: «Egli continua a tradire pensando ad altro. Non si legge a tavola? Non fa niente, il libro continua a leggersi in lui»

https://www.nazioneindiana.com/2018/04/16/quel-vizio-ancora-impunito-perdere-la-vista-appunti-sulla-lettura/

le cose del mondo

Non mi restava altro che andare.

Anche se le cose del mondo erano ancora con me.

Come, per esempio: un branco di bambini che arrancano sotto una spruzzatina obliqua di neve decembrina; un cerino spartito amichevolmente sotto un lampione storto da una collisione; l’orologio schiacciato di un campanile visitato dagli uccelli; l’acqua fresca di una brocca di alluminio; asciugare la camicia bagnata dopo un temporale di giugno.

Perle, stracci, bottoni, la frangia di un tappeto, la schiuma di birra.

Qualcuno che ti manda gli auguri; qualcuno che si ricorda di scriverti; qualcuno che si accorge che non sei per nulla a tuo agio.

Il rosso micidiale di un piatto d’arrosto sanguinolento; il palmo che sfiora una siepe mentre corri in ritardo a una scuola che odora di gessetti e legna accesa.

Anatre in alto, trifoglio in basso, il rumore di quando ti manca il fiato.

Una gocciolina nell’occhio che offusca un campo di stelle; la spalla che ti duole dove ci hai appoggiato lo slittino; scrivere il nome del tuo amore sulla brina di una finestra col dito guantato.

Allacciarsi una scarpa; fare il fiocco a un pacchetto; una bocca sulla tua; una mano sulla tua; il giorno che finisce; il giorno che comincia; la sensazione che ci sarà sempre un altro giorno.

Addio, ora devo dire addio a tutto quanto.

Il matto che urla di notte; il crampo al polpaccio in primavera; il massaggio al collo in salotto; il sorso di latte a fine giornata.

Un cane che ara l’erba all’indietro con le zampe storte per coprire la sua modesta cacatina; una massa nuvolosa a valle che si squarcia nel corso di un’ora incupita dal brandy; la polvere sul dito mentre scorri la stecca della veneziana, è quasi mezzogiorno e devi decidere; hai visto quello che hai visto, e ti ha ferito, ti sembra di avere solo un’alternativa.

La bacinella di porcellana insanguinata balla a faccia ingiù sul pavimento di legno; l’ultimo respiro incredulo che non smuove la buccia d’arancia lì in mezzo a quel sottile strato di polvere estiva, il coltello fatale appoggiato nel panico sul traballante corrimano di casa, e poi lasciato cadere (buttato) da mia madre (cara madre) (con la morte nel cuore) nel lento Potomac color cioccolato.

Niente di tutto questo era reale; niente era reale.

Tutto era reale; straordinariamente reale, infinitamente caro.

Questo e tutte le cose iniziarono dal nulla, erano latenti in un immenso brodo di energia, ma poi abbiamo dato loro un nome, le abbiamo amate e, in questo modo, le abbiamo portate alla luce.

E adesso dobbiamo perderle.

Ecco cosa vi dico, cari amici, prima di andarmene, con questa istantanea esplosione di pensiero, da un luogo in cui il tempo rallenta e poi si ferma, dove potremo vivere per sempre in un singolo istante.

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Oh, io fossi un cerilo

che sul fiore dell’onda vola con le alcioni

col cuore sgombro d’affanni, sacro uccello color del mare.

(Alcmane, VII secolo a.c.)

 

je n’ai pas oublié

Je n’ai  pas oublié, voisine de la ville,

notre blanche maison, petite mais tranquille,

sa Pomone de plâtre et sa vielle Venus

dans un bosquet chétif cachant leurs membres nus,

et le soleil, le soir, ruisselant et superbe,

qui, derrière la vitre où se brisait la gerbe,

semblait, grand oeil ouvert dans le ciel curieux,

contempler nos diners longs et silencieux,

répandant largement ses beaux reflets de cierge

sur la nappe frugale et les rideaux de serge.

(Charles Baudelaire, Fleurs du mal)