noi credevamo

Sarebbe bello continuare a credere in qualità come bellezza, gentilezza, amore, tutte cose a cui ci avevano abituato a credere, pensando, noi, che le avremmo insegnate ai nostri figli e che” tutto sarebbe stato sempre più bello”. Ci avevamo creduto, nella vita. Invece abitiamo in un mondo egoista e ci facciamo anche noi egoisti, vili e meschini e non siamo più capaci di insegnare niente. Perché non abbiamo più la forza di farlo, perché non ci crediamo più.

L’uccello Nicola

Makkelnikov la sta facendo arrabbiare. Con quella sua aria distaccata, fintamente assente – a volte si domanda se invece non dorma, sotto quegli occhiali, o forse ha escogitato un sistema tutto suo di stare sveglio dormendo- quel suo drizzare immediatamente la schiena non appena lei alza gli occhi e guarda fisso, aspettando una risposta. “Ma sa, non si può mai sapere…” Non risponde mai alle sue richieste, anche se non è che lei ne avanzi tante: per lo più, pensa, anche a lei, non importa molto in certi giorni, entrare, chiudere la porta, sorridere in cerca di una familiarità che non c’è, e non può esserci, le ha detto deciso una volta, appoggiare la borsa, togliersi la giacca e fissarla allo schienale della sedia che non scosta dal muro, così che la giacca va a coprire la borsa, come proteggendola dagli sguardi, creando nello stesso tempo una specie di convitato di pietra tra loro. Uno che non c’è ma c’è, pensa.

E’ un modo per prendere tempo. Annusa l’odore di cera per mobili che da qualche tempo avverte entrando lì dentro, un odore che la riporta molto indietro nel tempo. Si ricorda il barattolo giallo, coperchio a incastro da aprire infilando la punta della lama tonda di un coltello, la consistenza untuosa della cera, il pezzo di panno di lana con cui strofinare con movimenti circolari i ripiani del tavolo o dei cassettoni. Roba da borghesi, di certo, ma quell’odore non si scorda, è odore di casa una volta.

Makkelnikov si aggiusta la piega dei pantaloni, che tutto deve essere in ordine, a quanto pare, tutto ben allineato come i libri della parete dietro alle sue spalle. Le piacerebbe dare un’occhiata, potersi fermare a leggere i titoli, sapere cosa mai può esserci nella biblioteca, cosa legga la sera prima di dormire. Ma è una persona ligia, prima il dovere e per il piacere, dopo, non c’è tempo.

Non è la prima volta che prova dentro di sé un certo fastidio per quella situazione. Oddio, definirlo fastidio, pensa, riduce di un po’ quello che prova . E’ più di un fastidio, comunque, un disagio forse, più acuto in certi momenti, in certe giornate, ma non capisce ancora cos’è.

Pensa che sia un residuo del suo spirito ribelle, perché anche la signorina Morningligth è stata in fondo all’anima sua uno spirito ribelle. Talmente in fondo all’anima sua, pensa, che la ribellione non ce l’ha mai fatta a risalire fino alla gola.

Ne è quasi sicura, di non sopportare certi aspetti di Makkelnikov, certi suoi modi perbene, certi suoi vestiti, i capelli ben pettinati, mai un ricciolo fuori posto. Ma non è mai stata capace di dirlo.

“Lei farebbe una cosa del genere?”

Sì!,Sì!, Sì!, la farei, pensa. La vorrei tanto fare, pensa, ma non posso.

Un libro per l’infanzia

Colette Rosselli (che solo molto più tardi e con stupore avrei saputo essere stata moglie di Indro Montanelli, quello della statua imbrattata di rosa a ricordo, purtroppo non indelebile, delle sue imprese coloniali ) scrisse, negli anni ’50, un libro per sua figlia Alessandra. Racconta un pomeriggio della bambina Susanna, Ucchi il cane e l’uccello Nicola in visita al giardino zoologico della città, dove incontrano zebre educate, elefanti timidi, leoni dormiglioni, orsi che pescano, pinguini con gli occhiali, scimmie un po’ dispettose, tutti animali molto affabili e gentili con cui Susanna conversa amabilmente. Anche Nicola, che è un gran chiacchierone, vorrebbe fare conversazione, ma Susanna gli ha comprato un palloncino rosso prima di entrare, e Nicola vorrebbe parlare ma non può, perché altrimenti il palloncino rosso scapperebbe via. Sul finire della giornata Nicola si allontana verso il recinto delle giraffe che scambiano il palloncino per una mela e lo addentano.

La liberazione

C’era tutto il tempo

C’è anche, credo, da riflettere sul fatto che l’esistenza umana godeva di larghi margini di lentezza, di artigianale approssimazione, ed era fondamentalmente sconnessa , in una maniera che per chi ha venti o anche trent’anni è difficilissima da immaginare. Solo un’immane catastrofe, di portata inconcepibile, potrebbe riportarci a quelle beate condizioni di autonomia. La tecnologia era già potente, non c’è dubbio, ma non era una parte così preponderante della psicologia, non aveva ancora la capacità di soddisfare immediatamente ogni pulsione, dopo averla stimolata. Lasciava a ogni singolo individuo un suo stile e una sua riserva di libertà che è stata totalmente dissipata, come se non avesse nessun valore. Era normalissimo assentarsi, non dare notizie di sè per giorni o per settimane. E dunque, come è logico supporre, le persone si pensavano con maggiore intensità, con maggiore pazienza, e questo pensarsi poteva essere realmente percepito, e ricambiato. C’era tutto il tempo necessario a dipingersi un fantasma sulle pareti del cuore, a ritoccarne i contorni e le sfumature fino al momento in cui prendeva vita propria, non era più una immaginazione arbitraria ma una presenza e un ospite da onorare. Ogni atto di comunicazione, anche il più frivolo, possedeva una quantità variabile di difficoltà e memorabilità. Che qualcuno ti rispondesse al telefono, che fosse lì ad aspettare la tua chiamata, oppure che non se l’aspettasse affatto, tutto questo era di per sé un contenuto umano, un veicolo di erotismo e di amicizia o di violenza, e la stessa fila che avevi fatto davanti alla cabina, con la pila di gettoni intiepidita nel cavo della mano, poteva decidere il senso di molte parole, farle fermentare nella testa prima che venissero pronunciate. Più o meno come nel Medioevo, una lettera era un oggetto concreto, di carta e di inchiostro, che giungeva a destinazione ricoperta dalla polvere delle lontananze, percorrendo strade che, al momento di imbucarla, immaginavamo incerte e tortuose. C’era molte limitazioni, dal numero di scatti fotografici consentiti dalla lunghezza di un rullino (fino a un massimo di trentasei!) a quello dei solchi di un disco. I viaggi in treno erano così lunghi che nella forzata intimità degli scompartimenti a sei posti, coi loro braccioli muniti di posacenere stracolmi di mozziconi, una civiltà narrativa secolare celebrava i suoi ultimi fasti, come solo poteva accadere tra sconosciuti che non si sarebbero più rivisti, e che quasi mai si scambiavano il nome.

i-ne-qui-vo-ca-bi-le

Le sarebbe piaciuto che fumasse quando era lì. Immaginava lunghe volute di fumo che uscivano dalla bocca mentre fissava davanti a sé la finestra cercando di vedere un punto dove ancorarsi, il punto dove incontrare le parole che voleva dire. Ma non fumava, quindi niente da fare.

“Non capisco che cosa ci sia da capire, signorina Morninglight. Ho la netta impressione che lei si agiti per niente. Abbiamo già analizzato insieme quello che è successo e i risultati, a mio parere, sono inequivocabili.” Scandì l’ultima parola per aumentarne il peso specifico. I-ne-qui-vo-ca-bi-li, graziosa parola.

In realtà, la realtà reale, non aveva nessuna voglia di stare seduta su quella poltroncina. Nella realtà irreale stava saltellando tra marciapiede e strada come l’ attore di un vecchio film in bianco e nero. O come lei si immaginava. Ma saltellare da tempo era proibito per le strade. Oltre che pericoloso per una della sua età, che già sentiva –già significava da molti anni- i segni del tempo i-ne-qui-vo-ca-bi-li.

E quindi, per forza di cose, per forza del tempo e delle cose, era lì seduta. Accavallò le gambe. Aveva preso, forse fin da subito, l’abitudine di lisciare con il dito pollice di entrambe le mani i braccioli della poltrona dove la stoffa di solito non aderiva mai perfettamente con il telaio di legno. C’era una piega proprio in cima e il suo compito era quello di eliminarla. Ma non ci riusciva mai, avanzava sempre un bordino di stoffa, la cucitura. A fare un lavoro fatto bene, si sarebbe dovuta piegare in avanti e tirare giù la fodera verso terra, pensò. Se fosse stata più coraggiosa e più matta, se fosse stata una persona più felice l’avrebbe fatto o almeno avrebbe pensato che sarebbe stato divertente farlo.

O forse non era mania di precisione, non solo. Era anche il contatto con qualcosa di morbido che però non osava trasformare in un gesto più inequivocabilmente evidente.

“Era voglia di accarezzare, le pare, signorina Morninglight ?” Ovvio: non si scappa dall’evidenza dei fatti.

Si era di nuovo persa. “Sarà per un altro giorno, allora.” Un altro giorno, sì.

E ora che faccio, dove vado, quanto resta del giorno e della luce? Molto, poco, a seconda dei giorni. Non c’era altro da fare che ripercorrere a ritroso le strade, concedendosi qualche poco convinta e inutile deviazione per allungare il tempo. Di saltellare, neanche il minimo accenno. Caos dentro molto, ma niente stella danzante.

Tamburellò con le mani sul tavolo. Scosse la testa. Una serie di gesti inutili. Si sentiva vagamente in trappola, un’anguilla in una nassa. Le anguille almeno si divincolano, pensò. Invece si sentiva come un toro nel corridoio della marchiatura, tra due paratie guardando in avanti. Incapace di muoversi, di ribellarsi. “Allora sarà per un altro giorno, signorina Morninglight.”

il mondo alle spalle

Tre o quattro miglia a sud di Lowestoft la costa disegna un ampio semicerchio, dalla leggera curvatura verso l’entroterra. Dal sentiero, che corre oltre le dune erbose e le scogliere poco elevate, si vede, in basso, solcata dai banchi di ghiaia appena in rilievo, la spiaggia sulla quale si incontrano a tutte le ore del giorno e della notte e in tutte le stagioni dell’anno …… ricoveri d’ogni sorta a forma di tenda con il loro corredo di picchetti, corde, tele olone e tele cerate. In una lunga fila e a una distanza piuttosto regolare l’uno dall’altro seguono la fila della battigia. E’ come se gli ultimi epigoni di un popolo errante si fossero stabiliti laggiù, al limite estremo della terra, in attesa di quel miracolo nel quale da sempre tutti ardentemente speravano e che avrebbe giustificato l’intera catena di rinunce e peregrinazioni. In realtà, coloro che si accampano qui, sotto le stelle, non sono approdati a questa riva da terre e deserti lontani, ma si tratta di persone che vivono negli immediati dintorni e che, secondo una vecchia usanza, guardano il mare aperto in incessante mutamento davanti ai loro occhi. E’ curioso come il loro numero resti, più o meno, sempre lo stesso. A uno che interrompe il suo bivacco, ne subentra subito un altro, sicché la comunità dei pescatori che di giorno sonnecchiano e la notte vegliano, con il passare degli anni non cambia, almeno all’apparenza, anzi in questa sua forma sembra risalire a tempi immemorabili. E’ piuttosto raro che uno dei pescatori cerchi di entrare in contatto con il vicino; e questo perché, anche se tengono tutti lo sguardo immutabilmente rivolto a levante e assistono al calare del crepuscolo e al sorgere dell’alba sulla linea dell’orizzonte – e nonostante che, così facendo, essi provino, almeno credo, i medesimi incomprensibili sentimenti – ciascuno di loro è tuttavia ben chiuso in se stesso e solo con se stesso ha confidenza, e con i pochi oggetti del suo equipaggiamento: con il coltello a serramanico, ad esempio, con il thermos o la radiolina a transistor, dalla quale escono suoni gracchianti e quasi indecifrabili, come un conversare fra i sassi che rotolano nel riflusso delle onde. Non credo che quegli uomini se ne stiano notte e giorno sulla riva solo per non lasciarsi sfuggire – come sostengono – il transito dei merlanghi, oppure il momento in cui le passere di mare vengono in superficie o il merluzzo nuota sotto costa: ciò che vogliono è forse semplicemente fermarsi in un luogo dove hanno il mondo alle spalle e davanti a sé niente altro che il vuoto.

Avvisaglie di tempesta

Il barometro è sceso tutto il giorno

e io, sapendo meglio dello strumento

quali venti ci calpestano, quale

turbolenza percorre grigia la regione,

abbandono il libro sulla poltrona,

vado da finestra a finestra chiusa

guardando i rami tesi contro il cielo.

E ripenso, come faccio spesso se l’aria

scende in un silenzioso nucleo di attesa,

alla meta precisa con cui il tempo

per le segrete vie correnti dell’indistinto

ha viaggiato in questo regno polare.

Il clima fuori e il clima dentro il cuore

giungono incuranti delle predizioni.

Tra il prevedere e il prevenire il mutamento

sta la supremazia degli elementi

che nessun barometro può alterare.

Avere tempo non è controllarlo,

né possono i cocci dello strumento

fermare il vento. Il vento si alzerà,

noi possiamo solo chiudere le persiane.

Tiro le tende mentre annera il cielo

e accendo candele protette dal vetro

contro il soffiare dalla serratura,

il continuo pianto attraverso il foro aperto

Questa è l’unica difesa contro il tempo;

queste le cose che abbiamo imparato a fare

noi che viviamo in zone tormentate.

1951

(Adrienne Rich, Cartografie del silenzio, Crocetti Editore, 2000)