allegria del naufragio

Allora aprì un piccolo libro bianco che aveva sul tavolino, a quei tempi era sempre in cerca di una parola che suonasse vera, che fosse vera, non so se capisci, ne sentiva così poche intorno a sé che cominciava quasi a dubitare che ne esistessero ancora. Insomma, prese questo libro in mano e lesse questa frase che, lo so già, a te sembrerà troppo religiosa, ma voglio dirtela lo stesso: …una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà- non credo che, almeno per chi ha conservato un po’ di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante- anche se, come è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”.

(auto)ritratti: l’accidioso

Lo sguardo dell’accidioso si posa ossessivamente sulla finestra e, con la fantasia, egli si finge l’immaginazione di uno che viene a visitarlo; a uno scricchiolio della porta balza in piedi; sente una voce, e corre ad affacciarsi alla finestra a guardare; e tuttavia non scende in strada, ma torna a sedersi dov’era, torpido e come allibito. Se legge, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno: si frega la faccia con le mani, distende le dita e, tolti gli occhi dal libro, li fissa sulla parete; di nuovo li rimette sul libro, va avanti per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge, e intanto si riempie la testa di calcoli oziosi, conta il numero delle pagine e i fogli dei quaderni; e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi, finchè da ultimo, richiude il libro e lo usa come cuscino per il suo capo, cadendo in un sonno breve e non profondo da cui lo desta un senso di privazione e di fame che deve saziare.

(Sancti Nili, De octo spiritibus malitiae)


Non appena questo demone comincia a ossessionare la mente di qualche sventurato, gli insinua dentro un orrore del luogo in cui si trova, un fastidio della propria cella e uno schifo dei fratelli che vivono con lui, che gli sembrano ora negligenti e grossolani. Lo fa diventare inerte a ogni attività che si svolge tra le pareti della sua cella, gli impedisce di restarvi in pace e di attendere alla sua lettura; ed ecco che il disgraziato incomincia a lagnarsi di non trarre alcun giovamento dalla vita conventuale, e sospira e geme che il suo spirito non produrra frutto alcuno finchè resterà dove si trova; querimoniosamente si proclama inetto a far fronte a qualsiasi compito dello spirito e si affligge di starsene svuotato e immobile sempre nello stesso punto, lui che avrebbe potuto essere utile agli altri e guidarli, e non ha invece concluso nulla né giovato a chicchessia. Si sprofonde in sperticati elogi di monasteri assenti e lontani ed evoca i luoghi dove potrebbe essere sano e felice; descrive cenobi soavi di fratelli e fragranti di conversazione spirituale; e all’opposto, tutto quello che ha a portata di mano gli sembra aspro e difficile, i suoi fratelli privi di  qualsiasi qualità e persino il cibo gli pare di non poterselo là procurare senza una grande fatica. Alla fine si convince che non potrà star bene finché non avrà abbandonato la sua cella e che , se vi restasse, vi troverebbe la morte. Poi, verso l’ora quinta o sesta, gli prende un languore del corpo e una rabbiosa fame di cibo, come fosse stremato da un lungo viaggio e da un duro lavoro, o avesse digiunato per due o tre giorni. Allora comincia a guardarsi intorno qua e là, entra ed esce più volte dalla cella e fissa gli occhi sul sole come se potesse rallentarne l’occaso; e alla fine gli cala sulla mente una dissennata confusione, simile alla caligine che avvolge la terra, e lo lascia inerte e come svuotato.(Joannis Cassiani, De institutis coenobiorum)

( citati in G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale)

il presente

Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei. Per questo i contemporanei sono rari. E per questo essere contemporanei è, innanzitutto, una questione di coraggio: perchè significa essere capaci non solo di tenere fisso lo sguardo nel buio dell’epoca, ma anche di percepire in quel buio una luce che, diretta verso di noi, si allontana infinitamente da noi. Cioè ancora: essere puntuali a un appuntamento che si può solo mancare. Per questo il presente che la contemporaneità percepisce ha le vertebre rotte. Il nostro tempo, il presente non è, infatti, soltanto il più lontano: non può in ogni caso raggiungerci. La sua schiena è spezzata e noi ci teniamo esattamente nel punto della frattura.
«Accogliendo il paradigma che qui ci interessa, significherebbe dunque darsi gli strumenti per vedere apparire le lucciole nello spazio sovraesposto, feroce, troppo luminoso, della nostra storia presente.»
(la foto di María Carrazoni)