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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

il vero incontro

Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?

(Sorpresi dalla gioia. Leggere e incontrare C.S.Lewis, in minima&moralia, da un pezzo di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S.Lewis)

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Ieri mi sono presa da leggere un libro di Naipaul. Non che non avessi niente da leggere, sul comodino sui tavoli al bagno sopra la lavatrice ovunque ti giri vedi libri appena comprati appena inziati appena messi da parte per iniziarne altri ritrovati dopo averli appena perduti. Ma ieri mi sono presa un libro di Naipaul. V.S. Naipaul. Vidiadhar Surajprasad Naipaul, trinidadiano, vale a dire nato a Trinidad e Tobago e, incredibile a dirsi dopo queste origini, premio Nobel per la letteratura nel 2001.

Il libro si intitola L’enigma dell’arrivo, credo sia l’ultimo che ha scritto. Di libri di Naipaul ne ho sfogliati molti in questi anni, ma non ne ho mai comprato uno, non avevo neanche idea di cosa parlassero e non mi interessavano. Ieri ho visto questo su uno scaffale e l’ho preso in mano e l’ho aperto e ho letto qualche riga. Queste:

Andai a vivere nel Wilshire, nel cottage o bungalow dell’amico di un amico, nel 1970; e vi rimasi per undici anni. Fu un periodo molto felice. Non ero mai vissuto in una casa che mi piacesse tanto, in un ambiente così straordinario e stimolante, e il mio lavoro procedeva a gonfie vele.

Non so cosa mi ha convinto in queste prime frasi a prendere questo libro e a leggerlo. Forse il periodo molto felice o il fatto che sia possibile in ogni momento della vita incontrare una casa che ci piaccia tanto dove vivere felicemente.

All’inizio ho pensato che Naipaul parlasse di se stesso e con questa idea leggevo le pagine del suo libro.

Avrei dovuto imparare in questi anni che non esiste una distinzione tra quello che è biografico e quello che è inventato e soprattutto che non va cercata leggendo un libro, non è questo il modo giusto di leggere qualcosa che viene definito romanzo.

In effetti qualcosa ho dovuto imparare, se dopo qualche pagina l’idea che quello che parlava dicendo io fosse Naipaul mi ha abbandonato, non ci ho pensato più, mi è diventato indifferente che fosse lui o un personaggio inventato e che le persone di cui parlava fossero davvero esistite e davvero si chiamassero Jack o avessero Land Rover su cui percorrere le strade di campagna vicine a Salisbury.

Ogni tanto incontro dei libri che mi catturano subito. Non è una cosa che accade molto spesso, non con questa intensità, che spero di non smentire adesso che l’ho detto. Uno che mi aveva catturato così era stato Sebald, anche lui come Naipaul un camminatore solitario.

Credo che sia questo che mi piace di questi libri, che il protagonista cammina e osserva e parla poco e tutto sommato è felice e curioso di quello che vede intorno, della natura, delle piante, degli animali, delle case dismesse, descrive il cielo, il tempo, il clima. Osserva i lavori e il comportamento degli uomini, deduce dai silenzi le cose che accadono .

Sono libri, quelli di Sebald e questo, in cui si parla pochissimo e si racconta molto e si racconta da un tempo lontano, come se ci fosse, tra le cose accadute e il racconto, quella distanza che ti permette di rivederle davanti a te come se accadessero ora, ma con il velo del tempo davanti.

Una settimana vennero uomini e macchine, e in pochi giorni la strada fu ricoperta da uno strato liscio di ghiaia mescolata ad asfalto. Il colore nero e l’aspetto di cosa fatta a macchina apparivano troppo nuovi e innaturali rispetto all’erba folta che cresceva ai margini. Ma il manto steso tanto in fretta era fatto per durare: e, quasi a garanzia di ciò, sulla strada maestra misero il cartello giallo della ditta che eseguiva i lavori, subito prima della stradina, e tagliarono un lato del cartello a forma di freccia direzionale.  La novità non mi piacque. Mi parve che minacciasse ciò che avevo trovato e in cui cominciavo appena a entrare. Non mi piacevano quella nuova operosità, le nuove macchine, la potatra meccanica del biancospino e delle rose canine, che aveva danneggiato le piante. E non volevo che il nuovo manto della stradina durasse a lungo. Cercai qualche fessura, qualche screpolatura, e sperai che le piccole abrasioni che vi avevo trovato, le tracce di erosione, si allargassero e rendessero impossibile- qui la fantasia prendeva il sopravvento della ragione- alle macchine di stendere un nuovo manto d’asfalto. Naturalmente mi rendevo conto che si trattava solo di fantasie: sebbene la fattoria sorgesse in mezzo a rovine d’ogni tipo, a ricordo di quanto poco durino le opere dell’uomo, il lavoro umano aveva anche un altro aspetto. Gli uomini vanno e poi tornano, più e più volte. Piccole erano le caravelle che varcarono l’Atlantico ed entrarono nell’uniforme storia dell’altra sponda; pochi erano gli uomini a bordo di quelle navicelle, e limitati i loro mezzi, quasi insignificanti. Ma ritornarono. E cambiarono per sempre la storia di quella parte del mondo.

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Lame

Che tu sia per me il coltello,

non mi pare così  bello.

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“Quel che mi interessa degli archivi”, dice Berger, spiegando non narcisisticamente l’atto della donazione, “è che entrandoci si accede al passato, ma un passato per così dire al presente. E così rappresenta un ulteriore modo per le persone che hanno vissuto nel passato, e forse vivono ancora o forse sono morte, di essere presenti. Questo mi sembra uno dei fattori quintessenziali della condizione umana. È di fatto ciò che differenzia l’uomo da qualsiasi animale: vivere con coloro che hanno vissuto, in compagnia di chi non vive più. E non per forza gente che abbiamo conosciuto di persona; mi riferisco a persone che forse abbiamo conosciuto solo attraverso quello che hanno fatto, o hanno lasciato dietro di sé; la questione della compagnia del passato, è questo che mi interessa, e gli archivi sono una specie di sito nel senso di sito archeologico, un sito per quella compagnia, la compagnia del passato”.

Qui l’articolo intero.

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Fuori Castelfidardo

sul viale controvento

lo striscione TRAGUARDO

copre metà tramonto.

Fa buio al primo sguardo

mandano ardore i tigli

l’eternità è in ritardo

per colpa dei bisbigli.

(da Il giardino degli sguardi, da Scarse serpi, 1983, in Toti Scialoja, Poesie 1961-1998, prefazione di Giovanni Raboni, Garzanti, 2002)

Cartolina da Nizza:

sul molo l’onda innalza

i suoi spruzzi- il palmizio

sprezza la mossa falsa.

Svolazza la tua firma

-si legge per un pelo-

è un nembo nero il timbro

postale in mezzo al cielo.

(da Paesaggi sul peggio, idem)

Fuori piove se piango

senza sedermi senza

causa apparente spengo

la cicca lentamente

più che piangere spingo

lacrime sulla pelle

percorrendo la stanza

quanta è larga da un angolo

all’altro vanno vanno lente

quelle gocce ingranaggio

più logoro che blando

le sento sulla lingua

certo non me ne viene

il minimo vantaggio

solo un odore d’acqua

piovana intrisa a cenere.

(da Respiro di serpi, idem)

 

 

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     Sono al bivio di S.Donato, da dove si vede Cascina della      Langa, così alta e sola che dietro non ha che il cielo.        Pare che la si debba arrivare in cinque minuti, ma non m’ inganna. Ci arriverò che il cielo ha cambiato colore, e in cucina il lume acceso che lo vedi da lontanissimo e dal comignolo il fumo che sboccia sotto il tegame del sugo d’ossi di porco che certamente troverò stasera, con la polenta e dodici nocciole.

Beppe Fenoglio, Appunti partigiani, in Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, di Pietro Negri, Einaudi, 2006

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Al giardino ancora non l'ho detto (AL)

A quel punto lessi la poesia, prima nella mia traduzione, e poi nell’originale:

Al giardino ancora non l’ho detto-

non ce la farei.

Nemmeno ho la forza adesso

di confessarlo all’ape.

I haven’t told my garden yet-

lest that should conquer me.

I haven’t quite the strength now

to break it to the Bee.

Non ne farò parola per strada-

le vetrine mi guarderebbero fisso-

che una tanto timida-tanto ignara

abbia l’audacia di morire.

I will not name in the street

For shops would stare at me-

that on so shy- so ignorant

should have the face to die.

Non devono saperlo le colline-

dove ho tanto vagabondato-

né va detto alle foreste amanti

il giorno che me ne andrò.

The hillisides must not know it-

Where I have rambled so-

Nor tell loving forest

The day that I shall go.

e non lo si sussurri a tavola-

né si accenni sbadati, en passant,

che qualcuno oggi

penetrerà dentro l’ignoto.

Nor lisp at the table-

Nor heedless by the way

Hint that within the Riddle

One will walk today-

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016

Un articolo sul Corriere di Emanuele Trevi

Una recensione del libro di Emanuele Trevi

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Di certe pesche si dice in italiano che hanno “l’anima spicca”, il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l’anima dal cuore, è chiamato l’eroe della fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell’impossibile.

Cristina Campo, Della fiaba, in Gli imperdonabili, Adelphi, 1987

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Il coraggio

“Occorrerà del coraggio per fare ciò che sono in procinto di fare: dire. Ed espormi all’enorme sorpresa che proverò di fronte alla povertà della cosa detta. Non appena l’avrò detta, ecco che dovrò subito aggiungere: non si tratta di quello! non si tratta di quello!”
Clarice Lispector

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E’ stato August Strindberg a coniare il termine bottonologia. Era infuriato e aveva bisogno di un’ingiuria. Quelle vecchie non erano adatte, così se ne inventò una nuova. Il divertente è che fosse nel racconto L’isola dei beati. Lo scrisse in Svizzera nel 1884 e, come al solito, l’intento non era solo di vendicarsi di ingiustizie di ogni genere e sorta.

Siccome per gli sfaccendati era difficile non fare proprio niente, si inventarono svariati lavoretti, più o meno insensati. Uno si mise a collezionare bottoni, un altro pigne d’abete, pino o ginepro, un terzo si procurò una borsa di studio per viaggiare all’estero.

l'arte di collezionare mosche

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