un cavaturaccioli

mi hanno detto che forse il tempo è circolare, che forse si può tornare al punto da cui eravamo partiti un tempo.

Già per me è un problema sapere da dove devo ripartire, eventualmente. Sto qui i pomeriggi a pensare al momento in cui ero felice per fermarlo e a volte mi pare di averlo anche trovato ma mi sfugge subito, mi sa che non era quello. In ogni momento della vita che mi ricordo, di quella che non ricordo non saprei, forse è lì il ripristino del sistema.

E comunque non ho una grande memoria, anzi sempre meno, come se tutto si stesse dileguando come polvere fine. O forse, ho pensato, in realtà la mia vita è tutta polvere fine con qualche pezzetto più grosso qua e là.

Si dà anche un’altra interpretazione: che io la memoria non la voglia usare. Infatti i ricordi mi compaiono sempre nei momenti più, appunto, impensati. Come un click nella testa, un risveglio improvviso. Ah, ecco.

Da qualche tempo i ricordi click non mi piacciono. Parole click, soprattutto. Piccoli momenti quotidiani click. Mi fermo, ricordo, sospiro; dico no.

In realtà poi, dietro i ricordi click se ne aprono anche altri, più che altro mi apro io. Cioè, se volessi, dietro ai ricordi click vedo piazze che si aprono, io che cammino e ti so poco distante.  Ma queste piazze che si aprono mi intristiscono, perché sono, adesso, come un sogno, tanto che mi domando se davvero io in quelle piazze lì, con te poco distante, ci sono stata davvero o in quale sogno mi trovavo allora e perché questo sogno non mi riesce di ricordarmelo più.

Cosa ci è passato sopra, mi chiedo.

A volte mi dico che è un bene che non sogni più, che è questo che voglio, smettere di sognare, basta sogni, illusioni, immaginazione, vogliamo vivere mi hanno detto, ma mi manco sognando, mi manco tanto. La vita mi sembrava più bella.

e io a volte mi chiedo se eravamo noi, quelle due persone, quasi vent’anni fa per via Nazionale; due persone che hanno conversato così gentilmente, urbanamente, nel sole che tramontava; che hanno parlato forse un po’ di tutto, e di nulla; due amabili conversatori, due giovani intellettuali a passeggio; così giovani, così educati, così distratti, così disposti a dare l’uno dell’altra un giudizio distrattamente benevolo; così disposti a congedarsi l’uno dall’altra per sempre, quel tramonto, a quell’angolo di strada.

Forse il tempo è un cavaturaccioli, giri in tondo, ma vai sempre un po’ più avanti.

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in questo nulla

In questo ornato nulla, 

questo sapiente nulla, 

mia culla morbida

dove posa la carne e il suo pensiero,

diciamo pure questo cimitero. 

(Patrizia Cavalli, La notte palombara)

ma bella più di tutte


Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L’Infante fece vela pel regno favoloso
trovò le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell’isola cercando… Ma l’isola non c’era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

L’isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
“… l’Isola Non-Trovata!” il buon Canariano
dal Picco alto di Teyde l’addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari.
… Hifola da-trovarfi? … Hifola pellegrina?…
E l’isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina…

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lagrima il cardamomo, trasudano le gomme…

S’annuncia col profumo come una cortigiana,
l’Isola Non-Trovata… Ma se il piloto avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza…

(Guido Gozzano, La più bella)

Un grande amico che sorga alto su me
E tutto porti me nella sua luce,
che largo rida ove io sorrida appena
e forte ami ove io accenni a invaghirmi…

Ma volano gli anni, e solo calmo è l’occhio che antivede
perdente al suo riapparire
lo scafo che passava primo al ponte.
Conosce i messaggeri della sorte,
può chiamarli per nome. E’ il soldato presago.
Non pareva il mattino nato ad altro?
E l’ala dei tigli
e l’erta che improvvisa in verde ombrìa si smarriva
non portavano ad altro?
Ma in terra di colpo nemica al punto atteso
si arroventa la quota.
Come lo scolaro attardato
– né più dalla minaccia della porta
sbarrata fiori e ali lo divagano –
io lo seguo, sono nella sua ombra.
Un disincantato soldato.
Uno spaurito scolaro

Vittorio Sereni

sento una musica e non posso suonarla

Oggi, come vedi, invece di fare quanto sopra mi sono seduto qui più di due ore fa, a scriverti questa lettera che sembra non dover finire mai, come se questo fosse per me il modo di rispondere a ( o di compensare) quella sorta di enigmatico congedo che era la tua ultima lettera. Allora redigo queste interminabili pagine per te, my uncle Marcel, che vieni da tanto lontano, da un luogo tanto antico, da un’epoca tanto remota della mia vita che la tua ricomparsa (epistolare) è stata in questi mesi il trionfo più puro dell’elemento romanzesco che io possa esibire (per non dire l’unico). Avanzo allora, per riassumere, con una lentezza vertiginosa, in quella specie di romanzo che cerco di scrivere. Sento una musica e non posso suonarla, diceva, credo, Coleman Hawkins.  Sento una musica e non posso suonarla: non conosco sintesi migliore dello stato in cui mi trovo. So bene di che si tratta, possiamo dire che in un certo senso ascolto, a tratti, questa musica, ma quando comincio a scrivere quello che viene fuori è sempre la stessa argilla cruda in cui nessun suono si annuncia.

(Ricardo Piglia, Respirazione artificiale, traduzione di Gianni Guadalupi, edizioni SUR)

lavoro

Non tutto il lavoro è un impiego
Non tutti gli impieghi sono lavori
Non tutti gli impieghi sono significativi
Non tutti i lavori e gli impieghi sono pagati
Non tutto il lavoro ha un significato
Non tutti i significati derivano dagli impieghi e dal lavoro
Non tutte le persone si realizzano nel lavoro (di merda)
Non tutto il lavoro coincide con la forza lavoro

La forza lavoro è l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente che un uomo e una donna mettono in movimento ogni volta che producono valori d’uso di qualsiasi genere.

* Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi), gennaio 2018