la macchina del tempo

ho passato gran parte del pomeriggio a cercare di tornare indietro. per un attimo o due ce l’ho quasi fatta, mentre guardavo immagini e parole di un tempo. ce l’ho fatta, quasi, a ritornare, a sentirmi come ero. ce l’ho fatta, o quasi, a parlare con chi allora mi parlava. poi è finita lì. non esiste una macchina del tempo, ma se esistesse la prenderei subito. rifarei quello che ho fatto? credo di sì, ma con consapevolezza. dovrebbero sempre darti una seconda possibilità, in tutte le cose.

eppure vorrei tornare indietro, essere come ero allora, quando mi sembrava che la vita fosse aperta davanti a me. c’è stato un momento, un mese, forse due in cui tutto mi è sembrato possibile. poi tutto si è chiuso o almeno così mi pare oggi.

ma non è più il momento di scherzare, il momento di fingere. è il momento di sapere dove si vuole andare, per questo pezzo di strada che ci resta.

Jo Shapcott, “Della mutabilità”, (trad. Paola Splendore), Del Vecchio Editore, 2015

L’arte della finzione

Uno che sia scrittore, o che solo si pensi di esserlo, potrà dire quello che più gli piace su chiunque: avrà sempre, in futuro, la possibilità di negare che quello che è andato scrivendo si riferisca proprio a voi. L’arte della finzione permette tali ambiguità.

Annotazioni, 54, da I diari di Eleonore Laforge, Gallimard Editore, 1944, traduzione di Carla De Mutis.

mi sono spaventato un po’

quando ho sentito bussare, non avevo pensato che potessi essere tu, ma non avevo paura, era solo la solitudine, Questa poi, la solitudine, quanto ancora dovrai imparare per sapere cosa sia, Ho sempre vissuto da solo, Anch’io, ma la solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice, Stai farneticando, tutte le cose che nomini sono legate tra loro, lì non c’è nessuna solitudine, Lasciamo stare l’albero, guardati dentro e vedrai la solitudine, Come ha detto quell’altro, Solitario andare tra la gente, Peggio ancora, solitario stare dove non ci siamo nemmeno noi stessi, Oggi sei di pessimo umore, Ho anch’io i miei giorni

Non è il caso di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi (Gilles Deleuze)

“Non c’è speranza senza paura, e paura senza speranza- scriveva Spinoza. Il quale definisce paura e speranza in questi termini:

La Speranza è una gioia inconstante, originata dall’idea d’una cosa futura, o anche passata, del cui esito, in qualche misura, dubitiamo.

La Paura è una tristezza incostante, originata dall’idea di una cosa futura, o anche passata, del cui esito, in qualche misura, dubitiamo.

Paura e speranza sono in sostanza intercambiabili; sono affetti passivi, che nascono dall’incapacità di agire realmente. Come tutte le superstizioni, la speranza è qualcosa a cui ricorriamo quando non disponiamo d’altro.

Non abbiamo bisogno di speranza; abbiamo bisogno di sicurezza in noi stessi e della capacità di agire. “La Sicurezza- afferma Spinoza- è una gioia sorta dall’idea di una cosa futura, o anche passata, al cui riguardo non ci sono più cause di dubbio.”

( Mark Fischer, Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-Punk 1, Minimum Fax, 2020)

si è voltato apposta

… Il peso contro il costato doleva, ora, ma lei non ne aveva più paura, sapeva cos’era. Era una smemoratezza che le doleva, di un particolare dell’avventura recente, una minuzia che aveva o visto o intuito o capito in un baleno e che il Lete s’era provvisoriamente portato via. Come una rivelazione da mettere in serbo per ricordarsene dopo. Se ne sarebbe ricordata a momenti, certo, appena la sorsata di Lete avesse finito di sciogliersi, innocua ormai, nel dedalo delle sue vene. Era questa la legge, anche se lei avrebbe preferito un oblio di tutto e per sempre, al posto di questa vicenda di veglie e stupori, di queste temporanee vacanze della coscienza: come chi, sonnambulo, lascia il suo capezzale e si ritrova sull’orlo d’un cornicione… Ripensò al suo uomo, al loro ultimo incontro. Ci ripensò con fierezza. Poiché il poeta, era venuto qui per lei, e aveva sforzato le porte con passo conquistatore, e aveva piegato tutti alla fatalità del suo canto. Perfino Menippeo, quel buffone, quel fool, aveva smesso di sogghignare, s’era preso il calvo capo fra le mani e piangeva, fra le sue bisacce di fave e lupini. E Tantalo aveva cessato di cercare con la bocca le linfe fuggiasche, Sisifo di spingere il macigno per forza di poppa… E la ventosa ruota di Issione, eccola inerte in aria, come un cerchio d’inutile piombo. Un eroe, un eroe padrone era parso. E Cerbero gli s’era accucciato ai piedi, a leccargli con tre lingue i sandali stanchi… Ade dalla sua nube aveva detto di sì. Rivide il sèguito: la corsa in salita dietro di lui, per un tragitto di sassi e spine, arrancando col piede ancora zoppo del veleno viperino. Felice di poterlo vedere solo di spalle, felice del divieto che avrebbe fatto più grande la gioia di riabbracciarlo fra poco… Quale Erinni, quale ape funesta gli aveva punto la mente, perché, perché s’era irriflessivamente voltato? “Addio!” aveva dovuto gridargli dietro, “Addio!”, sentendosi la verga d’oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo… Ma non sì da non sorprenderlo, in quell’istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale… L’aria non li aveva ancora divisi che già la sua voce baldamente intonava “Che farò senza Euridice?”, e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature, tutto già bell’e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai riflettori della ribalta… La barca era tornata ad andare, già l’attracco s’intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s’udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell’acqua. Allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta.

(Da Il ritorno di Euridice, di Gesualdo Bufalino)