lavoro

Non tutto il lavoro è un impiego
Non tutti gli impieghi sono lavori
Non tutti gli impieghi sono significativi
Non tutti i lavori e gli impieghi sono pagati
Non tutto il lavoro ha un significato
Non tutti i significati derivano dagli impieghi e dal lavoro
Non tutte le persone si realizzano nel lavoro (di merda)
Non tutto il lavoro coincide con la forza lavoro

La forza lavoro è l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente che un uomo e una donna mettono in movimento ogni volta che producono valori d’uso di qualsiasi genere.

* Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi), gennaio 2018

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sotto le ali di uno stormo sterminato di albatri di lino

Gli specchi di J.Rodolfo Wilcock

Costretto a letto dalla sua infermità, Lorbio si è fatto sistemare nella stanzetta della clinica due grandi specchi paralleli: uno copre la parete di sinistra, l’altro quella di destra. Così il malato si vede rispecchiato dalla testa ai piedi, da una parte e dall’altra, e può illudersi di stare in una stanza o corsia a tre, anzi a molti letti, in compagnia di una quantità di altri malati che d’altronde gli assomigliano molto. I suoi vicini di letto, Lorbio li chiama Destrino e Sinistrino: Destrino sembra leggermente più giovane di lui, Sinistrino è il più anziano dei tre; per il resto tutti e tre fanno sempre le stesse cose o quasi, alla stessa ora, con gli stessi movimenti. In questo senso si può dire che nessuno ha mai visto tre compagni di corsia raggiungere un accordo così perfetto. E poi sono molto discreti: se Lorbio sta parlando con Destrino, Sinistrino volge la testa dall’altra parte; e lo stesso fa Destrino non appena il suo compagno rivolge la parola a Sinistrino. Quando Lorbio si alza per far vedere a Sinistrino il nuovo romanzo di Tarzan che gli ha portato la cugina, e glielo porge per confrontarlo che poco prima pure l’amico ha avuto in dono da sua cugina, Destrino si alza discretamente e volgendo le spalle a tutt’e due fa vedere anche lui il suo romanzo di Tarzan all’altro suo vicino di letto. E non è lui soltanto, perché nella vasta sala, a perdita d’occhio, tutti i malati si sono alzati allo stesso tempo per confrontare i loro romanzi di Tarzan. Ma Lorbio non si cura di quegli altri più lontani, anzitutto perché vede male e poi perché non sa chi sono né come si chiamano.

A volte, quando arriva la suora, Lorbio fa finta di non vederla, per scherzare, e invece saluta la suora di Destrino, che in quel momento stesso è entrata dall’altra porta; Destrino ha capito subito lo scherzo e invece di salutare la propria suora dà il buongiorno a quella di Lorbio. E per non essere da meno dei suoi compagni, Sinistrino si rivolge dall’altra parte e saluta un’altra suora entrata da un’altra porta. Questo scherzo del saluto piace abbastanza a Lorbio, soprattutto quando le suore, forse perché sono gelose e non vogliono che i loro malati facciano finta di non vederle, scuotono tutte il capo insieme, e l’intera corsia d’ospedale sembra tremare sotto le ali di uno stormo sterminato di albatri di lino.

Diverse volte, dal letto stesso, Lorbio ha provato a insegnare a Sinistrino il gioco della morra, ma senza successo perché da quando la lebbra li ha lasciati senza le orecchie tutt’e due sono sordi, come d’altronde è sordo Destrino. Perciò, nonostante la loro unanimità di movimenti, in realtà ciascuno di loro è costretto a vivere, per così dire, chiuso in se stesso. Di notte, però, è come se fossero più uniti. Lorbio ha una candela; quando il dolore non lo lascia dormire, accende la sua candela, e alla luce festosa di tutti quei lumi simultaneamente accesi, in piedi sul letto, si tira su la camicia da notte e fa un ballettino spericolato, imitato da tutti gli altri malati della sala, anche loro in piedi sui loro letti; lo chiamano il ballo della candela.

(J. Rodolfo Wilcock, da Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi)

quella testa calda di Ettore

Mi piace quando
Achille
viene ucciso
e anche il suo compagno Patroclo –
e quella testa calda di Ettore
e quando tutta la jeunesse dorée
greca e troiana
con maggiore o minore
perizia è trucidata
così che infine
regnano pace e quiete
(gli dèi per un istante
tengono il becco chiuso)
si può sentire
un uccello cantare
e una figlia chiedere alla madre
se può andare al pozzo
e lei, certo, può andarci
per quel grazioso sentiero
che serpeggia
nel boschetto di ulivi.

Charles Simic, “Stufo di proporzioni epiche”, da “Austerità”, in “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002, traduzione di Andrea Molesini

il vero incontro

Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?

(Sorpresi dalla gioia. Leggere e incontrare C.S.Lewis, in minima&moralia, da un pezzo di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S.Lewis)

incipit

Ci sono alcuni libri e racconti che si aprono con un’ immagine, una frase, capaci di farti essere immediatamente lì, in quella città o con quel personaggio. Inizi che si fissano nella testa e non te li scordi più, sono quel libro e quel racconto per sempre.

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. 

 

una categoria dello spirito

Dalla finestra arrivò il suono di una sirena, forse una nave che entrava in porto, e immediatamente sentii un enorme desiderio di essere uno di quei passeggeri di quella nave, di entrare nel porto di una città sconosciuta che si chiamava Lisbona e di dover chiamare al telefono una donna sconosciuta per dirle che era uscita una nuova traduzione di Fernando Pessoa, e quella donna si chiamava Maria do Carmo, sarebbe venuta alla libreria Bertrand indossando un vestito giallo, amava il fado e i piatti sefarditi, e io sapevo già tutto questo, ma quel passeggero che ero io e che guardava Lisbona dal parapetto della nave non lo sapeva ancora e tutto sarebbe stato per lui nuovo e identico. E questa era Saudade, Maria do Carmo aveva ragione, non era una parola, era una categoria dello spirito. A suo modo, anch’essa, era un rovescio.

(Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, 1988)

e la vecchiaia non ha motivo d’essere

Quota 84
Nel giorno del mio compleanno

Dalla torre degli anni che chiamo vita
Guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
Non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo-
La storia incerta, il nodo al fazzoletto,
Il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
In un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
La lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
E la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
Sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
E la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
Meglio ricordate che rivissute.

Anne Stevenson

© traduzione italiana di Carla Buranello