Undicesima ora del giorno

UNDICESIMA ORA DEL GIORNO

Biglietto numero 23

G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

(Pier Vittorio Tondelli, Biglietti per gli amici, a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani, 2001)

Ma tutto questo è ancora letteratura, dice, contro cui bisogna combattere, perchè la letteratura, dice, è illusione e non realtà. Allora, chiede, perchè ne sono tutti così innamorati,  fino alla fine dei giorni ? Oppure, dice, mi lascio un’altra possibilità: che quella che alcuni chiamano illusione, sia in realtà quello che altri chiamano desiderio, confondendosi gli uni con gli altri. 

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ancora Tondelli

 Quei libri dicevano, tra le altre cose, che la vita – quella di tutti i giorni, le persone che vedo, le cose di cui mi vergogno di parlare, i viaggi fatti o mancati, i film visti, le scopate sospirate e mai esaudite – era importante in ogni suo minuto. Non era l’appendice riempitiva dei talk show che stavano nascendo in quegli stessi anni. “Ma Renzu, il mio grande amico Renzu, lo rivedo dunque per l’ultima volta in una parata primaverile di granatieri a Roma, a quasi un anno da quel nostro primo e gelido inizio di servizio militare su alla rupe di Orvieto, fine aprile dell’ottanta o giù di lì, ma ancora un vento gelido e sferzante spazzava la piazza d’armi mentre i ragazzi marciavano e correvano, i ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri che incontravo ogni giorno all’infermeria con vescicacce aperte e contusioni ai piedi per via di quegli anfibi così rigidi e appunto così militareschi che dovevano calzare come scarpettine da danzatrici e batterci sopra i ritmi e la grancassa come proprio allievi del Bolscioj” (com’è arbasiniano quel dunque, com’è efficace nel fare plot fin dalla prima riga. Un gioco di specchi verbale in cui quella congiunzione conclusiva abusata in funzione narrativa crea un hic et nunc provvisorio e affannato, fonda il tono di una voce che parla per raccontare subito rifiutando le ponderate eleganze dei romanzieri).

(Qui)

tutto questo che non potrò mai dirti

l’addio di oggi comunque sono due baci sulle guance, uno per parte muovendo leggermente la testa prima da un lato e poi dall’altro. Mi dice sai non posso, questo, indicandomi con lo sguardo una piccola ferita sul labbro di sotto.
Lo dice, penso, come se importasse qualcosa non potermi baciare sulla bocca, lì, così davanti a tutti, come se questi baci lunghi e appassionati che mi immagino chiudendo gli occhi a diecimila metri di altezza nel mondo di tutte le possibilità, quegli abbracci e quei baci, penso chiudendo il cerchio mentre mi allontano, tutto questo che non potrò mai dirti, corpi che alla fine si cercano, fosse tra noi l’abitudine.
Niente di tutto questo, invece, quello che sono nel mondo di tutte possibilità non accade, non accadrà e rimarrà solo a farsi guardare da lontano. Allora mi chiedo a chi, a chi appartiene quella vita luminosa che intravedo dalla finestra in lontananza, chi sono quei due corpi che vedo urtarsi e sorridere e poi toccarsi, come mai tutto questo che non potrò mai dirti e che provo a chiamare felicità non è per me adesso, cosa lo ferma appena gli apro la porta. Chi è, mi chiedo con un filo di ansia sottile, chi è questa donna che immagina, chi sono io infine e cosa faccio e come sarebbe più facile, penso, in fondo non farsi più tante domande e starsene lì, con la felicità banale di tutti.

Fuori albeggia, la luce metallica comincia ad avvolgere tutte le cose. Di te nessuna notizia. Le emozioni nascono così, allora, forse questa è la giusta distanza.
Ma la vita è letteratura, amore mio?

… io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare , volevo baci grandi e baci lenti come un respiro cosmico , volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d’amore,

abbiamo, mia cara, grandi similitudini

Poi ci sono questi pomeriggi che non è inverno e non è primavera ancora, la luce se ne va via più tardi, le giornate si allungano, hai più tempo per pensare o anche per niente fare.

In questi pomeriggi percepisco la solitudine. Non è una sensazione negativa, è come la presa di coscienza di me stessa. E’ la capacità- di certo temporanea, frammentaria, destinata a non durare, a perdersi per poi forse ritrovarla di nuovo- di sentire il proprio essere e di provare adesso verso se stessi quasi una nostalgia che di solito riguarda le cose passate. E’ la percezione di quello che ho vissuto per essere quella che sono adesso, un vissuto che però non appartiene al passato, ma mi appare come il  frutto di una volontà di immaginazione coltivata nel presente o in una lontananza vicina nel tempo.
Allora ho letto Tondelli, perchè sento la sua voce vicina alla mia in questi momenti. La voce  di Tondelli mia, quella che io gli ho dato.  La voce di un eterno ragazzo invecchiato, come un animale morente. La stessa voce che, per altri versi, si può ritrovare in Coccioli, ad esempio, anche se Tondelli è morto troppo giovane per averne i toni maturi e più stanchi.

Un essere dolente, con se stesso e con gli altri, ma anche vitale, pieno di passioni e di energia amorosa. Uno che osserva in silenzio se stesso, provandone tenerezza. Un Narciso, forse, che però non se ne vanta con gli altri, che è capace anche di amare al di fuori di sé.

Scrive a un’amica: “Abbiamo, mia cara, grandi similitudini che ci attaccano l’uno all’altra. Forse grandi nevrosi, grandi richieste da fare al mondo, a chi amiamo, a chi vogliamo bene. Abbiamo un’infinità di desideri, di voglie, di slanci, di entusiasmi. Abbiamo una sofferenza in comune che è quella per cui né tu né io amiamo la vita e la guardiamo come una cosa estranea ai nostri percorsi e che non ci interessa più di tanto; benché questa stessa dolorosa sensibilità sia, paradossalmente, la radice di un nostro tutto particolare attaccamento al mondo.”

Credo che sia questa sensibilità dolorosa la qualità che mi attrae in questo scrittore e che contemporaneamente mi respinge come se avessi paura di rimanere invischiata in un sentimentalismo che mi pare possa adattarsi  quasi esclusivamente all’anima di un adolescente.  Anche se avverto in quel suo sguardo una capacità di introspezione e di osservazione distaccata e partecipe insieme che vorrei possedere ancora o più spesso, come se fosse l’unico modo per guardare il mondo, almeno in pomeriggi come questo. E come se il mondo fosse solo la superficie delle cose, come se esistesse al di là del quotidiano, una realtà più profonda che solo in certe particolari occasioni ci è dato di cogliere appena. Una vena spirituale, senza dubbio, presente fortemente in questo scrittore, che certo fa a cozzi con la mancanza di spiritualità  dei giorni nostri e che fa sentire antiquati anche in se stessi questi pensieri. Una spiritualità che non si sa bene se vada coltivata o definitivamente abbandonata, che corrisponde- grosso modo- ad un bisogno di profondità, ma che si ha paura possa assumere intonazioni eccessive e che certo in questi giorni contrasta fortemente con tutto quello che stiamo vivendo. Tanto che non si capisce davvero a cosa potrebbe servire fare proprio un atteggiamento del genere quando intorno il mondo che continuamo a chiamare reale brucia o marcisce o- nel peggiore dei casi- resta immobile nel suo squallore. Ci piacerebbe- forse- immaginarci  vecchi pacificati, che le tempeste fossero passate e altre non se ne intravedessero all’orizzonte alla fine sereno- non il nostro personale orizzonte, quello che ci ostiniamo a chiamare collettivo e che ha a che fare con il futuro di chi verrà e abiterà.

Vecchi sereni come questo, di cui parla in un altro suo libro Tondelli:

Abito in una valle sotto Grasse, in una piccola valle circondata da cipressi. Dietro di me si alzano le colline, con le loro case appollaiate sotto il sole. Sotto di me scorre l’acqua verde e fredda del canale della Siagne. Ogni mattina guardo la rugiada sugli ulivi e mi domando quale nuova emozione può riservarmi la giornata; e ogni sera guardo le stelle e mi domando se la notte porterà un temporale. […] Il mio viaggio è alla fine. Mi dico che invecchiare è un piacere ineguagliabile. Mi stendo sull’amaca, odo il brusio lontano di una falciatrice meccanica, e intanto sfoglio lentamente Il giro del mondo in ottanta giorni. Odo lo stridere delle cicale e l’abbaiare dei cani. Poi vado a sedermi vicino alla finestra, bevo una tazza di caffè e riprendo a scrivere- la mia lotta senza fine per creare un capolavoro. Poso la penna e ascolto un disco di Mozart. Infine vado a letto e ascolto i grilli e gli usignoli. Non ho più paura della solitudine, della sofferenza o della morte. Vedo i volti meravigliosi del passato che si affollano intorno a me e odo una volta di più il mormorare di voci nella notte. (Frederic Prokosch, Voci)

le volte che

G.V.

Le volte che mi sei mancato…oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a Santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.