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Posts Tagged ‘MIchele Mari’

 

 

 

AsterusherPrefazione

a mia sorella Agostina, che sa

Le case sono mie; mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe; miei i ricordi, mia l’idea di questo libro, e miei i testi  (dove il poliptotico possessivo vuole essere perentorio come le cinque pi del Beniamino Venarvaghi di Gadda: “E d’un oggetto o d’un bene o d’una patata o d’un quadrupede di sua personale pertinenza soleva ad ogni buon conto pensare: “Questo cavallo e questa carrozza di mia propria privata privatissima personale proprietà”. Cinque pi sicché: Una di fila all’altra”). Nessun dubbio, quindi, che il presente libro possa legittimamente sottotitolarsi come autobiografia [……..]

(Austerhusher, Autobiografia per feticci, Michele Mari, Francesco Pernigo, Corraini Edizioni, 2015)

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leggenda privata

“Riuscendo sull’aja, mentre l’agente magnifica le possibilità di erigere mostruosi gazebo là dov’era il campo di bocce, vengo aggredito e risucchiato da qualcosa cui non ero preparato: il contenitore frigo dei gelati! E subito, ad avvelenare la piena sorgiva dell’emozione, il tarlo dell’analisi: perché c’era qualcosa che non quadrava lì, qualcosa che c’era sempre stato e di cui mai mi ero reso conto: ALGIDA era scritto sulla pancia leggermente bombata dell’ordigno, laddove altro che Mottarelli non chiesi. Ora, chi fosse troppo giovane per saperlo, un ragguaglio storico. La marca di gelati normale era Motta (fondata 1919): Motta il Mottarello, Motta il Cono, Motta la Coppa del Nonno. La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse che per l’audacia di sfidare l’impero-Motta) era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Mottarello) e del prepotente Cornetto: dunque perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata? E che figura ci facevo io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, “Posso dire una parola? e reinsiste più volte, finché i Rokers concedono: “E dilla!”, e quello: “C’è un Algida laggiù che mi fa gola!”, al che corrono tutti laggiuù, Shel Shapiro compreso. E’ troppo pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahabharata, nel Beowulf ? D’altronde, ” C’è un Algida laggiù che mi fa gola” è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…”

Un grande Michele Mari, in Leggenda privata, Einaudi, 2017

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che leggi da una parte, madeleine! , e ti viene in mente, fraan!, un posto dove l’hai letto da poco- del resto funziona così, no? –  e ti viene voglia di dirglielo subito, e allora lo scrivi qui.
Combray non si chiamava Combray ma Illiers: oggi però i cartelli stradali e le guide lo designano per Illiers- Combray. Quivi un museo intitolato a Marcel Proust: otto sale di prime edizioni, fotografie, calamai, flaconi di pastiglie per l’asma, giacche da camera, fazzoletti cifrati, canne da passeggio, ricco materiale tuttavia svalutato dalla sua stessa collocazione, che distendendosi dalla seconda all’ultima sala, lo fa successivo all’unico oggetto presente nella prima sala, in una teca di plexigas cm 35 x 20 x 25: la madeleine.
Nei primi anni del museo la madeleine era di autentica pasta frolla: ad essa provvedeva il custode, che ogni lunedì mattina apriva la teca, rimuoveva il biscotto e lo sostituiva con uno fresco. Cosa poi il custode facesse del vecchio non è dato sapere: è verosimile lo mangiasse, non per questo deducendone alla crassità dei suoi lobi illuminazioni mnemoniche. La sostituzione settimanale della madeleine era dovuta alla sua impossibilità di indurirsi seccando: anzi come porosa e burrosa l’instabile pasta tendeva a disgregarsi perdendo dopo una dozzina di giorni uno spolviglio di forfora rancia, cui si aggiungevano più cospicui frammenti se qualcuno urtasse la teca. Il direttore del museo aveva chiesto al pasticcere di mettere più burro nell’impasto, ma l’esito non era stato buono: concotto dal calore degli interni faretti, quel sovrappiù di manteca allargava ben presto nella superficie spugnosa della madeleine fiori brunastri che le davano un incongruo aspetto leopardato: quando non evocassero la sofferenza della foglia di vite arrugginita dalla peronòspera.  A non dir delle camole e dei piccoli vermi che, a dispetto di ogni ermetismo, nascevano sponte nella pasta rafferma: uscendone poi per darsi all’avventurosa esplorazione del loro tabernacolo-mondo, come a irridere ancora, i putrigeni, alle positive dimostrazioni di Spallanzani e Pasteur.
Così il custode sostituiva, e continuò a sostituire fino al giorno in cui andò in pensione. Quello stesso giorno il direttore si trovò ad affrontare un problema sindacale. Il nuovo custode fece notare che il proprio mansionario non prevedeva quella speciale corvée, e che se proprio si doveva, che gli fosse pagata a parte. Umo puntiglioso, il direttore non volle sottostare: onde, dopo aver lasciato invecchiare quell’ultima madeleine ben oltre i limiti tollerabili, elaborò una soluzione che vige tuttora. Fu così che, commissionata a un laboratorio di giocattoli di Rouen, venne acquisita al museo una madeleine di plastica: un’imitazione perfetta, non fosse per il segno della saldatura fra le due valve della conchiglia-biscotto: secondo l’infallibile legge del PVC.
Tu la vedi, questa cosa, e ridi: ma è un pianto; e dici: se la letteratura genera questo, è questo, la letteratura. Ed è la vendetta del mondo, perchè la letteratura che non si difenda dal mondo cos’è, se non mondo? E il mondo è qui polimero, fuso: ma fuso a forma di letteratura, così, volessimo uscire, sappiamo che non si può, nemmeno ogni tanto.
… e però, invece, ha virtù letteraria, la cosa: perché guardandola io ricordo, sì, ricordo una vita e non mia; vedo la faccia drammatica di un uomo che cammina nei passages di Parigi; un uomo che chiama  Walter Benjamin. 
(Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffeil, Einaudi, 2002)

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Fior di giaggiolo è fior di tenerezza
fior di lillà è fior di cortesia
il ranuncolo è il fiore del sospiro
il ciclamino è il bacio
e la violetta una carezza lieve
la dalia è l’ossessione
e il gelsomin l’insonnia
il fior dell’abbandono è la camelia
quello del melo la malinconia
il croco bucaneve è come il sogno
la margherita è il dubbio
l’anemone è il fior della pazzia
ed il giacinto quello del dolore
fiore di loto è il fiore dell’oblio
la passiflora ha la passion nel nome
la bougainville è il fiore del ricordo

il rododendro il fior di gelosia
l’ambiguità è la calla
e il desiderio l’iris
e l’orchidea il piacere
il tarassaco è il fiore del rimpianto
come il geranio è quello dell’attesa
dell’amarezza il fiore è la genziana
di vanità il narciso
nontiscordardime è il fior dell’ansia
il fiore del capriccio è la petunia
e quel di devozione il girasole
il tulipano è il fiore del possesso
fior di dolcezza è il bottoncino d’oro
l’adorazione è il giglio
trepidazion la fresia
la stella alpina è il fiore del mistero

fior di magnolia è fior di consunzione
fiore di pesco è fiore di speranza
il fior della ginestra è la poesia
e quello della morte il crisantemo
ma quello dell’averno è l’asfodelo
fiore di cactus è fiore d’eroismo
fior d’oleandro è fior di malattia
il gladiolo è fior dell’astinenza
e quello del languore la bignonia
la viola del pensiero è fior fastanticante
la viola mammola è fior di timidezza
la violaciocca è fior di frenesia
ma per lo struggimento è la peonia
come il garofano per il turbamento
l’erica è il fiore degli highlanders

fiore d’incantagione è la ninfea
fior di ciliegio fiore dell’affetto
fior di nasturzio fiore dell’affanno
fior d’amaranto fiore foscoliano
fiore d’arancio fiore di sponsali
e la gardenia è la galanteria
e il glicine è l’angoscia
e la begonia il pianto
l’olea fragrans ha i fiori dell’ipnosi
ma il delirio è tutto dell’ortensia
il mandorlo ha il fior della promessa
la bocca di leone è l’ardimento
la primula il presagio
la clematide è il fiore dell’addio
e la campanula il fior degli umiliati
più bello della gerbera, che è orgoglio

l’aconito è dei lupi
dei gatti nipitella
la tamerice è amica dei gabbiani
ma la sassífraga vuole solo il falco
il fiore del tormento è il biancospino
il fiordaliso è un pegno
e la lavanda inganno
fiore d’ibisco è il fiore del sorriso
fior di gaggía è il fiore dell’abbraccio
il capelvenere è il fior degli annegati
e con il tradimento sta l’euforbia
assegnata alle donne è la mimosa
ma il colore dei vezzi è della fucsia
il fiore del sonno è lo stramonio
l’arnica è la bugia pietosa
e la credulità il mughetto

la tuberosa è fior di stordimento
la commozione sta nella pervinca
nell’azalea il sospetto
fior di mortella è fiore di perdono
fior di verbena è fiore di malizia
e le schermaglie sono del corimbo
e i finti crucci della zinnia
ma la vaniglia è l’estasi
e la melissa il palpito
il calicanto è fior d’esitazione
la portulaca è fior d’appartenenza
ma il plagio è dell’acacia
il fior dei disperati è la centaurea

e la cicuta quello dei suicidi
ma gli assassini scelgono il giusquiamo
l’aster è il fiore dell’amor volgare
il fiore del silenzio è l’aquilegia
la cineraria degli amor perduti
il dittamo degli amori proibiti
l’adonide degli amor fatali
l’elleboro di quelli inconfessati
il caprifoglio è il fior della tenacia
fior di morbosità è la digitale
e l’achillea non è di questo mondo
fior di sambuco è il fior dello stupore
fior di viburno il fiore dell’incanto
e la giunchiglia la sottomissione
il fiore della supplica è il ligustro
e il citiso quello dell’assenso

il fascino è il lentisco
la dulcamara la precarietà
il fior della lusinga è l’ipomea
la piantaggine è fior di fedeltà
il fiore della fuga è nell’issopo
la calendula è il fiore dell’omaggio
fior di mentuccia è fior di seduzione
il fior delle chimere è la nepente
il fior più triste è dell’ippocastano
e il nenúfaro è amore e morte insieme

Di tutti i fiori la rosa è la regina
che è il fiore dell’amore
ma il fiore mio più bello
il fior della mia vita
il fior che non sfiorisce
è il fiore che non sfioro

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Oggi, dopo il desinare, sono riuscito a entrare in Biblioteca pria che Tardegardo vi facesse ritorno. Ai libri da me veduti giorni or sono se n’erano aggiunti dimolti altri, ma questa volta la mia attenzione fu attirata da un picciol pezzo di carta su cui mio fratello, siccome suole, avea vergato l’abbozzo di una poesia. Di esso mi colpì surtutto il tratto di penna, difforme dal solito suo, così minuto e sottile, per via di un disordine nuovo e d’una maggior forza di mano, come di chi scriva in preda a grande commozione di spirito. Non mi parve possibile che quella scrittura grossolana potesse essere di Tradegardo, pure il carattere delle lettere e cert’altri indizj minori me l’accertavan per sua. Io a buon conto ‘l trascrissi, e lo riporto qui sotto.

Saluto alla luna. Notte serena. Silenzio universale

Trivia sorridi ai mortali

tutti allietando del tuo placido raggio

solo a me non sorridi

che mi mostri il volto di Persefone

(malìa del volto ascoso)

Ti rende grazie col canto il pastore

ma tu vuoi da me più caro pegno ec.

-qui Favola Artemide venatrice. Non fu Atteon

sì triste ec.

Credenza volgare (vecchiarella?) confutata

Presunzione del saggio. Secol borioso e sciocco ec.

…………………………………

Sol d’osso armati i prischi abitatori ec.

forza e magnanimità/ferocia/de’ bruti.

In diverso tenor parla Natura a’ suoi portati ec.

………………………..

Sul rovescio del medesimo foglietto, con mano ancor più disordinata, mio fratello aveva scritte inoltre coteste parole:

Siderum regina bicornis

potens Trivia

Lunaique globum

Luna caduta secondo il mio sogno

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Stamane parlai con la Pilla: anch’ella ammise d’aver la mia stessa impressione al soggetto di Tardegardo, ma forse fu sol per darmi ragione. Anzi mi sembrò che il discorso le fosse un pocolino di noja.

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Tardegardo m’inquieta. Sembra quasi sfuggirmi, pur mantenendo meco tutta la gentilezza e la soavità che gli conosco. Se lo raggiungo in Biblioteca mi sorride, e usa con me di quei modi familiari e affettuosi, fatti di espressioni infantili, che sono sempre state fra noi come un linguaggio secreto, dal quale perfino il signor Padre-dai-cento-occhi e la signora Madre-dalle-mille-orecchie, se Dio vuole, sono irrimediabilmente esclusi. Quando io gli dico: ” Duccio uccio, chi ha ‘gnanato la frafalla?” e lui risponde “Oh zietto, babba-bobba il re è a Canati”, io sfido anche quel sapientone del padre Cesari a cavarne un ragno dal buco, ch’anche se la Pilla gli facesse da interprete ei dovrebbe dirsi vinto dal Vocabolario orazio-tardegardiano!

Ma dopo gli antichi saluti Tardegardo non m’invita più come un tempo al suo tavolo per parteciparmi le sue ultime scoperte storiche o filologiche, o per leggermi i versi scombiccherati fra una lettura e l’altra: bensì richina subito il capo sul volume che si stava leggendo e più nol leva, come a dirmi: Vedi caro fratello, sono molto occupato, e le cose cui intendo non son da per te, per cui ti prego, lasciami solo, e non far ritorno… E se a dispetto di cotesta impressione io mi faccio più accosto, e con un pretesto qualsia getto uno sguardo ai volumi ed a’ fogli sparsi sul tavolo, ei goffamente s’adopra per coprirli con la manica della veste o con carte bianche, assumendo un’espressione tra dolorosa ed inquieta che, non fosse per una particina d’affetto che perentro vi spiri, sarebbe in tutto parente di quell’altre occhiate ch’ei suole lanciare agli Augusti Genitori qualor l’inchieggano di cosa faccia, cosa legga, che si pensi, che si scriva ec. ec.

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Profittando del colloqujo fra Tardegardo e Don Antonio, convocato per volontà della signora Madre, ho curiosato fra’ libri su cui, traendone sue fittissime note, mio fratello va studiando da diversi giorni. C’è da starne interdetti, tanto le materie son disparate: per quant’abbia provato a combinarli in tutte le guise per indovinare un piano di studj, sempre mi cozzan fra loro come tanti intrusi. Tardegardo, che è il metodo fatto individuo, e che gittandosi a capo-fitto in un argomento non lo abbandona prima di averne, dirò così, frugato tutte le interiora, va leggendo libri che pajon tolti dalle scansie alla rinfusa, senza riguardo alla Logica. Due d’essi provengono dalla Classe I. Teologia e Storia Sacra:
Il Libro di Giobbe recato in verso toscano dal Marcolfini
-Tommaso da Celano, Legenda prima et legenda secunda (segnato con un cartiglio negli Scriptores vitae et rerum Sanctii Francisci)

uno dalla Classe II. Morale:
-Aristotele, De Anima

otto dalla Classe V. Astronomia:
– Keplero, Somnuim Lunaris
-Brahe. Historia coelestis
-La Lande, Astronomie t.II
-de Mairan, De l’influence des Comètes sur la révolution des Planètes
-Paolo Alessandrino, Eισαγωγη εις την αποτελεσματικην (ed. di Wittemberga, 1586)
– Dunthorne, New Tables of the Moon’s Motions
– Toaldo, Schedismata astronomica
-Saverien, Fables et légendes lunaires

quattordici dalla Classe VI. Scienze Naturali, così partiti:
quattro dal Gruppo 1. Fisica:
-Plinius, Naturalis Historia, tt.VIII-XIV
-Pluche, Spectacle de la Nature
-Eulero, Inquisitio physica in causam fluxus ac refluxus maris
-Bernouilli, Traité sur le Flux et Reflux de la mer

cinque dal Gruppo 4. Anatomia:
-Vesalius, De forma et struct. corp.hum. (ed. di Amsterdam)
-Sleidanus, Anatomicon
-Boole, Tract. Anat.Hum. (ed. di Lipsia)
-La Condamine, Anat. Comp.
-Audibert, Physiognomica

cinque dal Gruppo 5. Zoologia:
-Goguet, L’Advocat des Animaux
-Ulloa, Zoomorficon
-Rudbeek, Tract.Zool.,t.IV
-Papebroch, De affectionibus animantium
– Gaurico, La Galerìa de le Bestie, con l’incisioni del Crotti

uno dalla Classe VIII.Storia:
-Herschel, De Sapientia Chaldaeorum

sette dalla Classe IX.Umane Lettere:
-Ovidius, Metamorphoseon Libri
-Apuleius, Metamorphoseon Libri sive Asinus Aureus
Esopo volgare
-Phaedrus, Fabulae
-Caro, Della natura delle cose (vers. Marchetti)
– de la Fontaine, Fables
– Swift, Gulliver’s Travels;

quattro infine (il Del Rio, il Della Porta, il Tartarotti e il Maffei) venivano dalla scansia delle cose magiche, che per l’indecisone del signor Padre, il quale non s’è mai risolto se assegnarle alla Morale o alle Scienze o alla Storia, fan Classe a sè.
V’avea altri libri ancora, ma avvertendo un romore provenir dallo scalone, credetti prudente l’escirmene. Son questi i bei frutti del nostro “Sistema di Educazione”, secondo non si stanca di ripetere il signor Padre! Sempre un trasalire, un troncare a mezzo i discorsi, un prestar orecchio di qua per scappare di là, un imaginar spie all’usci e dietro l’angoli e sospettar d’ogni cosa, finanche de’ ritratti degli Avi!

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9 FEBBRAJO 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

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PERSONAGGI PRINCIPALI

Monaldo, Conte
Adelaide, contessa sua moglie, nata Marchesa
Tardegardo Giacomo, di anni 14
Orazio Carlo, di anni 13
Paolina, detta la Pilla, di anni 12
( loro figliuoli)
Fiorenza, cuoca de’ Conti
Don Antonio, prete, intrinseco de’ Conti
S.E.Coronelli, Nunzio
Giuseppe Fattorini, Fattore
Teresa fattorini, sua figlia
Gaetano detto Tano, suo nipote
Scajaccia, arrotino
Rado, zingàno

]vissuti a cavallo de’ secoli XVI e XVII[
Monaldesco della Marca, Conte
Sigismondo della Marca, suo figlio
Henri Boguet detto il Giudice, Inquisitore
Giangirolamo Crevalcuore, Barone
Raimondo De’ Marchi, Conte
Ludovico Neri, Conte
Francesco Ripa, Marchese
Giannotto, sicario
Ugurgieri, sgherro

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