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Posts Tagged ‘Gianni Celati’

Son partita che pensavo di averlo visto, poi no. Al minuto 38 sono stata quasi sicura di averlo visto, poi di nuovo no. Però è bello comunque.

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Una volta mi è capitato di pranzare con Celati e, dopo pranzo, di fare con lui una passeggiata nelle colline dell’Appennino emiliano. Conoscendo i suoi scritti e il suo amore per il camminare, pensavo a una lunga passeggiata verso Canossa. E invece restammo imprigionati nel primo boschetto dietro casa per qualche ora, semplicemente a togliere edera, vitalba e altre piante infestanti da querce, olmi, frassini, aceri campestri, ciliegi selvatici. Era stata un sua idea o forse soltanto una reazione spontanea, non meditata, a un suo modo di guardare le cose. Appena cominciata la passeggiata aveva visto questi alberi sommersi dai rampicanti, forse sofferenti, certo costretti; e aveva cominciato con le mani a disbrogliare gli intrecci di liane e rami che salivano sui tronchi fino alle foglie in alto. E la contentezza che provava nel liberare questi alberi dalle loro incrostazioni fu contagiosa per me e per chi era con noi. E ci trovammo tutti a tirare queste liane, a sfrondare gli alberi da questi parassiti indesiderati che, alla lunga, li avrebbero soffocati. Mi è sembrato quello un atto che solo chi è abituato a osservare con rispetto  il mondo riesce a pensare. Un atto che richiede delicatezza, perché sfilando le liane e l’edera non si vogliono strappare anche le foglie o i rami degli alberi. Un atto che ha bisogno di tempo.  Così come di tempo ha bisogno il tradurre, il raccontare, che è qualcosa di diverso, forse, dal riempire file di fotografie o scaffali di pubblicazioni, senza mai scendere dal fuoristrada, senza mai davvero accordarsi con il ritmo delle cose.
Franco Nasi http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/speciale-gianni-celati-alberi-e-parole

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(cliccare sull’immagine, si apre- forse- un link)

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L'uomo con la macchina da presa (manifesto del film)

L’uomo con la macchina da presa (manifesto del film)

In quegli anni c’è solo un autore che percepisce come Joyce un senso generale del movimento discontinuo, ma collettivo in ogni angolo, in ogni transito in una carraia, in ogni luogo di negozi o di fabbriche: sarà il grande cineasta russo Dziga Vertor, che nel suo straordinario film del 1929 (L’uomo con la macchina da presa ) sembra aver appreso certi aspetti delle tendenze di Joyce, per farne un flusso di vite. (Gianni Celati, dall’introduzione a Ulisse di James Joyce, Einaudi 2013)

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ci manca l’aria

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