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Posts Tagged ‘Antonio Tabucchi’

incipit

Ci sono alcuni libri e racconti che si aprono con un’ immagine, una frase, capaci di farti essere immediatamente lì, in quella città o con quel personaggio. Inizi che si fissano nella testa e non te li scordi più, sono quel libro e quel racconto per sempre.

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. 

 

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Dalla finestra arrivò il suono di una sirena, forse una nave che entrava in porto, e immediatamente sentii un enorme desiderio di essere uno di quei passeggeri di quella nave, di entrare nel porto di una città sconosciuta che si chiamava Lisbona e di dover chiamare al telefono una donna sconosciuta per dirle che era uscita una nuova traduzione di Fernando Pessoa, e quella donna si chiamava Maria do Carmo, sarebbe venuta alla libreria Bertrand indossando un vestito giallo, amava il fado e i piatti sefarditi, e io sapevo già tutto questo, ma quel passeggero che ero io e che guardava Lisbona dal parapetto della nave non lo sapeva ancora e tutto sarebbe stato per lui nuovo e identico. E questa era Saudade, Maria do Carmo aveva ragione, non era una parola, era una categoria dello spirito. A suo modo, anch’essa, era un rovescio.

(Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, 1988)

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certi scrittori

Caro dott. Grassano, capisco che Lobo Antunes non appartenga alla sua famiglia letteraria. Per la verità non appartiene neppure alla mia, e credo che i miei libri lo dimostrino. Tuttavia non so fino a che punto, in letteratura, si debbano cercare “consonanze”. A volte le dissonanze possono essere fruttuose, altrimenti rischiamo di trovarci rinchiusi in piccoli o grandi club che poi sono anche le categorie di alcune Storie della letteratura che ci perseguitano.
Onestamente mi sono chiesto spesso se i romanzi di Lobo Antunes non dovessero essere
sottoposti a ciò che viene chiamato “editing”, che eliminasse certe gobbe, certi bubboni
narrativi, certe ridondanze, certe proliferazioni di metafore, che lei sottolinea garbatamente nella sua recensione. Poi sono arrivato alla conclusione che è meglio di no. Perché credo che sia proprio questo il “bello” di Lobo Antunes, che fa sì che la sua scrittura sia di Lobo Antunes e di nessun altro: questo suo essere eccessivo, magari sgangherato, pieno di metafore incongrue che sono come patacche sulla camicia in una diffusa narrativa dove misura e minimalismo caratterizzano gli scrittori a cui viene bene il nodo alla cravatta. Per questo non sono d’accordo con lei sull’accostamento che propone (e che fortunatamente mi confida nella lettera ma che non compare nella recensione) fra il romanzo di Lobo Antunes e un recente libro di un giovane scrittore portoghese che ha fatto “scandalo” ultimamente in Portogallo. Quel giovane scrittore è un ragazzino bene di Lisbona, si fa riprendere in televisione col papillon, si proclama provocatoriamente neo/monarchico e scrive in un falso gergo giovanilistico per ‘épater le
bourgeois’: insomma è un bluff letterario, per darle una coordinata le direi che scrive ‘pulpfiction’, e mi pare che con il romanzo di Lobo Antunes lei cada in questo equivoco.
È per le ragioni che le dicevo sopra che io ho cercato di promuovere Lobo Antunes in Italia, visto che in Francia e in Germania la critica lo ha salutato con un’ottima accoglienza. Come può immaginare, la mia traduzione di questo romanzo non è certo casuale, né tanto meno fatta su commissione. È un libro che ho voluto io in Italia e che ho proposto all’editore. Il che sarebbe anche bene che si sapesse, perché mi piace assumermi le mie responsabilità su una mia scelta. Inoltre Lobo Antunes è un mio amico, il che potrebbe non essere una ragione, ma che in qualche modo lo è, perché mi consente di conoscere la sua autenticità, la sua verità, la sua onestà intellettuale che potrebbe essere riassunta in quella cosiddetta “ferita aperta nella coscienza del Portogallo”, come lei osserva felicemente nella sua recensione. Nel senso che gli intestini lacerati dalle mine che Lobo Antunes, come medico militare, cercava disperatamente di ricucire ai suoi soldati in Angola in una guerra ingiusta, quegli intestini li ha tenuti effettivamente fra le mani, mentre certi scrittori “scandalosi” a cui alludevo prima vanno a comprare il rognone nelle macellerie eleganti di Lisbona per saltarlo col porto. Ragioni
extraletterarie? Può darsi. Ma poi mica tanto. Perché qualcosa di quelle viscere calde e nauseanti che Lobo Antunes ha raccolto con le sue mani io lo ritrovo nelle sue pagine, in
immagini “scatologiche o comunque ripugnanti” come lei dice. Insomma si fanno letteratura. Non voglio osare di dirle di essere più generoso, e del resto è giusto che lei giudichi con i suoi sacrosanti gusti. Però mi chiedo se giudicare i libri con i nostri sacrosanti gusti a volte sia sufficiente.
La ringrazio per l’elogio alla traduzione di mia moglie e mia. In realtà il mio contributo è stato soprattutto un contributo da scrittore. Uno scrittore che non appartiene, come dicevo all’inizio, alla famiglia di Lobo Antunes, ma che conosce, o almeno sospetta, la sofferenza implicita nello scrivere certi libri.
(Antonio Tabucchi)

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…prendiamo un simbolo per voi più comprensibile: lo specchio. Prendiamo dunque uno specchio in mano e guardiamo. Esso ci riflette identici, invertendo le parti. Ciò che è a destra si traspone a sinistra e viceversa, sicché chi  ci guarda siamo noi, ma non gli stessi noi che un altro guarda. Restituendoci la nostra immagine invertita sull’asse avanti-dietro, lo specchio produce un effetto che può anche adombrare un sortilegio; ci guarda da fuori ma è come se ci frugasse dentro, la nostra vista non ci è indifferente, ci intriga e ci turba come quella di nessun altro: i filosofi taoisti la chiamarono lo sguardo ritornato. Mi consenta un salto logico che forse lei capirà. Siamo alla gnosi dell’Upanishad e ai dialoghi di Misargatta Majaraj con i suoi discepoli. Conoscere il Sè significa scoprire in noi ciò che è già nostro e scoprire altresì che non c’è reale differenza fra l’essere in me e la totalità universale. La gnosi buddista compie un passo ulteriore, un non-ritorno: nullifica anche il Sè. Dietro all’ultima maschera il Sé si mostra assente.

Antonio Tabucchi, da La frase che segue è falsa. La frase che segue  è vera, in I volatili del Beato Angelico, Palermo, Sellerio, 1987

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Pessoa è una concrezione, una di quelle creature che sembrano unte dal destino a sommare in sé pene che non appartengono loro. “Morse transmitindo o ñao do sim”  morse che trasmette il no del sì, come dice il verso di una poesia che gli ha dedicato Murilo Mendes, il “negativo di Pessoa consiste forse in questo : nel rifuggire il segno che si afferma, nel ripudiare la prevalenza. Perchè egli ha capito che in ogni sì, anche nel più pieno e nel più rotondo,c’è un minuscolo no, un corpuscolo portatore di un segno contrario che gira in un’orbita oscura a creare proprio quel che prevale. E ha deciso di indagare l’orbita oscura, come un bizzarro scienziato che esplora il lato patologico della salute. Nel suo non voler assolutamente insegnare niente, questo “solenne investigatore delle cose futili”, come egli dice di se stesso, sarà un avvertimento o un’intimidazione, un cenno amico o una risatina nel buio?

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