come il leone del savio vegliardo ( di Italo Calvino)

Le opere d’arte che contano nella vita di una persona sono di due tipi: ci sono quelle che si vedono una volta e rimangono nella mente di un uomo come un tutto, impongono alla memoria una loro immagine, fedele o trasfigurata, a cui sempre ci si attiene; e ci sono le opere che si tornano a rivedere innumerevoli volte, e ogni volta rivelano un nuovo particolare, ogni volta hanno qualcosa da dirci.
Molte volte nel corso della mia vita, quasi direi ogni volta che torno a Venezia, ho sentito il bisogno di fare una visita qui, a San Giorgio degli Schiavoni, a rivedere questi dipinti del Carpaccio, direi quasi a rileggerli, non solo perché sono dipinti narrativi, che contengono ognuno un racconto, ma perché sono composti da tante figurine minute che si diramano in sequenze lineari, come i segni di una fitta scrittura, e nelle loro prospettive si possono seguire le prospettive temporali.

Vittore_carpaccio,_san_giorgio_e_il_drago_01
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… Vedete qui le ossa d’animali, i resti di fanciulle e giovinetti in diverse fasi di disseccamento o appena sbranati… sono le vittime che gli abitanti di Selene, città d’Oriente, sono obbligati a offrire in pasto ogni giorno a un drago feroce…Una specie di campionario del macabro, dai colori lividi, in mezzo al quale si muovono solo rettili striscianti, ramarri rospi salamandre, una vipera che divora una rana e a sua volta sembra stia sfuggendo dal morso d’ un cranio di mastino… Tutti questi particolari raccontano l’antefatto; ora è alla figlia del re che tocca d’essere sacrificata; la popolazione s’affaccia esterrefatta dalle terrazze dei palazzi e moschee e minareti…Ed ecco invade la scena un san Giorgio dalla faccia impassibile d’esecutore coscienzioso e ostinato, avanza su un cavallo nero dai finimenti rosso cuoio con medaglioni romani sulle borchie, conficca una lunghissima lancia nel palato del mostro e gliel’avvita dentro finché la punta non va in schegge.
Se uno scrittore può contare un pittore tra i suoi maestri, tra coloro che hanno influenzato il suo mondo poetico, la sua immaginazione, e anche il suo stile, il suo modo di raccontare, certo Carpaccio ha contato soprattutto nei primi anni della mia attività letteraria, ma devo dire che non ha mai smesso di pormi dei problemi: sento il bisogno di tornare -quasi direi- a consultarlo, a verificare se l’avevo capito bene, se non ha da dirmi qualcosa che non avevo afferrato.

Vittore_carpaccio,_visione_di_sant'agostino_01
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… Così torno a passare in rassegna gli scaffali di questo assorto uomo di lettere, san Girolamo o Sant’Agostino che dir si voglia ( la sua identificazione è stata controversa), torno a ripercorrere le rilegature di pergamena e di marocchino, le statuette di bronzo, la piccola collezione antiquaria, gli astrolabi, il leggio girevole, la sfera che rappresenta il sistema solare, la clessidra, gli spartiti musicali, gli oggetti sulla scrivania: un calamaio, una forbice, un campanello, una conchiglia. Quest’ambiente mi è familiare quanto quello del mio studio, mi ci aggiro come nel mio studio, cercando qualcosa che mi pare d’aver lasciato lì ora è poco, vado avanti e indietro cercando d’immedesimarmi nella serenità dell’ambiente, ma anche sentendomi crescere addosso un nervosismo che non so da dove venga. C’è una grande calma intorno, fatta di concentrazione e di distacco, c’è un ordine essenziale, eppure c’è nello stesso tempo una vibrazione tesa, inquieta, libri aperti dappertutto, che sembrano voltare le pagine da soli, una luce dalla finestra di sbieco che resta sospesa nell’aria della stanza e vibra sul cagnolino maltese a muso levato…
Insomma, col passare degli anni mi vedo venire incontro da queste mura un Carpaccio sempre diverso, come se queste tele avessero il potere di riflettere i cambiamenti che avvengono dentro noi stessi.
Ma, prima di ogni interpretazione personale, dovrei ricordare l’origine di questo complesso pittorico. La Scuola di san Giorgio degli Schiavoni, ossia l’associazione dei marinai d’origine dalmata in Venezia, aveva chiesto a Carpaccio una serie di “teleri” ossia di grandi quadri con scene della vita dei santi patroni delle città dalmate. E Carpaccio, nei primi anni del Cinquecento- tra il 1502 e il 1507- dipinge, tra gli altri, quadri, dure cicli di tre “teleri” ciascuno su San Giorgio e San Gerolamo. Uno è un personaggio leggendario, l’altro un personaggio storico, un dottissimo padre della chiesa: non si potrebbero immaginare due temi più contrastanti. Eppure, come fu messo in rilievo dal critico inglese John Ruskin, questi due cicli carpacceschi di San Giorgio e di San Gerolamo, rappresentano due ideali di vita complementari, la vita come azione e la vita come conoscenza, il dominio sul corpo e il dominio sull’intelletto.
Abbiamo visto come la leggenda di san Giorgio, intessuta com’è di motivi ricorrenti nella tradizione popolare, dal mito pagano di Perseo e Andromeda alle fiabe di folklore, sia un grande pretesto per la fantasia di Carpaccio. Possiamo vederlo anche nella seocnda scena, in cui il guerriero conduce il drago nella piazza tenendolo al guinzaglio con la cintura della principessa, per dargli il colpo di grazia.
Venezia-Scuola S.Giorgio degli Schiavoni_Trionfo di S.Giorgio
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Il re a cavallo, con la principessa a piedi tenuta per mano, assistono. E’ una gran festa per la città liberata, ma tutti hanno un’espressione grave; squillano le trombe, rullano i tamburi, è un’esecuzione capitale quella a cui stiamo assistendo, la spada di san Giorgio è sospesa in aria, tutti sentono, noi sentiamo che il drago non è solo l’altro, il nemico, il diverso da noi, ma è una parte di noi, è qualcosa di noi stessi che siamo chiamati a giudicare.
Ma il quadro più movimentato di tutti riguarda San Gerolamo.
Vittore_carpaccio,_San_Girolamo_e_il_leone_nel_convento_01
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Carpaccio trova l’episodio nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, narratore popolare e fantasioso, che certo doveva trovarsi a malpartito con una vita come quella di Gerolamo, fatta di studi, di controversie teologiche, di traduzioni dei testi biblici, e allora si sbizzarrisce a raccontare la storia del leone; ed è questa la storia che Carpaccio, anche lui artista popolare e fantasioso, rappresenta.
Un lene sofferente si presenta ad un convento, i frati scappano, uno lascia cadere il breviario, vediamo un fuggi fuggi in tutte le direzioni, una tonaca triangolare come una vela da cui spunta uno stinco legnoso, figurine leggere che spariscono dietro le quinte e su per una scala, anche un pavone e un cervo si danno alla fuga. Ma Gerolamo capisce che il leone ha una spina nella zampa e lo cura, e il leone lo seguirà docilmente. Nel dipinto, attorno alle zone di movimento, ci sono zone dove regna la calma; siamo su uno scenario familiare della laguna veneziana, ma – poiché la leggenda si svolge in Oriente- come in una rappresentazione teatrale vengono introdotte comparse col turbante e gli animali di uno zoo esotico.
I modi tradizionali con cui gli artisti rappresentano San Gerolamo sono due: uno è il santo nello studio, come il famoso Antonello da Messina che è a Londra, alla National Gallery,
about 1475
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e in questo tipo di quadro il santo scrittore Gerolamo può essere scambiato con un altro santo scrittore, Agostino; un uomo alla sua scrivania assomiglia a ogni altro uomo alla scrivania; il mestiere di scrittore non dà spunti pittoreschi esteriori; eppure abbiamo visto cosa fa Carpaccio del suo santo nello studio, che appunto prima si credeva un San Gerolamo mentre ora si tende a riconoscervi un Sant’Agostino che ha la visione di una luce e sente la voce di San Gerolamo che annuncia il paradiso. Che sia l’uno o l’altro non m’importa; quello che mi importa è ciò che rende per me sempre affascinanti questi quadri di santi nello studio: sono degli inetrni in cui la vita intellettuale è rappresentata attraverso oggetti, c’è un ordine negli spazi e nelle cose che corrisponde a un ordine mentale. O a un’inquietudine: c’è un Sant’Agostino di Botticelli agli Uffizi particolarmente nervoso, con tanti fogli appallottolati sparsi per terra.
41 botticelli - sant'agostino nello studio
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E c’è un secondo modo tradizionale di rappresentare san Gerolamo ed è l’eremita del deserto, deserto per modo di dire perché spesso si vede una città che spunta in fondo al quadro, come in una famosa incisione di Dürer. Ma forse questo è il vero modo in cui essere eremiti ha un senso, trovare la propria solitudine senza staccarsi troppo dalla vita degli altri, creare una distanza che può essere la vera vicinanza. per questo i quadri di Gerolamo eremita mi interessano sempre, e mi piace molto il leone mansueto, simbolo del dominio sulle passioni.
Vittore_Carpaccio_Funeral_of_St_Jerome
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In Carpaccio il leone sarà l’unico a disperarsi quando Gerolamo muore: lancia un ruggito lamentoso nell’afa della campagna d’estate. Siamo in un cortile veneziano, ma anche in Oriente, con le palme, strani animali sonnacchiosi… Questa scena di suprema calma, di accettazione serena della morte, traguardo della vita del saggio… Il macabro è relegato solo in margine, il teschio sui rami secchi di un albero, con la mandibola caduta in un’acquasantiera… La vita che continua, prosaica, i nasi dei frati, gli occhiali…
A furia di girare lo sguardo su questi dipinti, mi sono convinto che essi formano un’unica storia, la vita di un solo personaggio, d’un uomo che passa dalla giovinezza combattiva alla conquistata saggezza della vecchiaia, fino alla morte: un personaggio in cui arrivati a un certo momento della vita tutti vorremmo riconoscerci.
Potremmo cominciare questo racconto d’una vita dall’infanzia, comprendendovi il quadro di San Trifone, meno bello degli altri, o almeno meno ben conservato.
Vittore_carpaccio,_figlia_dell'imperatore_Gordiano_esorcizzata_da_san_Trifone_01
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Questo Trifone è un altro patrono dalmata, un santo bambino, un piccolo guardiano d’oche che la leggenda dice liberasse dal demonio la figlia di un imperatore romano. Il basilisco che il bambino evoca davanti al trono imperiale è parente del drago che Giorgio trafiggerà con la sua lancia: forse è lo stesso mostro che qui è solo un cucciolo, un giocattolo.
Scopriamo che il motivo di fondo di queste scene è il rapporto con un animale feroce: balisisco, drago, leone, forse l’animale che portiamo in noi stessi e che cambia forma nelle varie epoche della nostra vita. Il bambino lo evoca come un gioco, sotto gli occhi benevoli dei grandi; poi il giovane scaricherà su di esso la sua aggressività, lo identificherà con l’altro da sé, col nemico, ma si sente davvero di dargli il colpo di grazia? Forse comprende che guerriero e drago sono due elementi inscindibili d’un’unica figura. Il grande passo sarà accettare questa presenza, […] ciò che incombe su di noi come eredità biologica della specie e delle specie che ci hanno preceduti, come parte oscura della nostra storia collettiva e individuale, farne una nostra ombra vivente e dolorosa, stabilire un patto con la natura dentro e fuori di noi, trasformare le pulsioni distruttive in una forza, come il leone del savio vegliardo.
Italo Calvino, inedito del 1973, in Album Calvino, a cura di Luca Baranelli ed Ernesto Ferrero, Oscar Mondadori 2003

ODE A UN USIGNOLO
Di JOHN KEATS
I
Il cuore mi duole, e un sonnolento torpore affligge
i miei sensi, come se della cicuta io abbia bevuto,
o vuotato un greve sonnifero fino alle fecce
or è solo un minuto, e verso Lete sia sprofondato:
non è per invidia della tua felice sorte,
ma per esser troppo felice nella tua felicità,
che tu, Driade degli alberi dalle ali leggere,
in un melodioso recinto
verde di faggi, e dalle ombre innumerevoli,
canti dell’estate agevolmente a gola piena.
II
Oh, per un sorso della vendemmia! che sia stato
rinfrescato per lungo tempo nella terra profondamente scavata,
sàpido di Flora e del rustico prato,
di danza, e canzoni provenzali, e dell’assolata allegria!
Oh! per una coppa piena del tepido Mezzogiorno,
pieno del vero, del rosato Ippocrene,
con perlate bolle occhieggianti sull’orlo,
e la bocca macchiata di porpora:
ch’io potessi bere, e lasciare il mondo non veduto,
e con te vanire via nella foresta opaca:
III
vanir via lontano, dissolvermi, e affatto dimenticare
ciò che tu tra le foglie non hai mai conosciuto,
il languore, la febbre, e l’ansia
qui, dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere;
dove la paralisi scuote pochi, tristi, ultimi capelli grigi,
dove la giovinezza si fa pallida e spettrale, e muore;
dove pur il pensare è un esser pieni di dolore
e di disperazioni dagli occhi plumbei,
dove la Bellezza non può serbare i suoi occhi luminosi,
o il nuovo Amore struggersi per essi più là di domani.
IV
Via! via! perché io voglio fuggire a te,
non tratto sul carro da Bacco e dai suoi leopardi,
ma sulle invisibili ali della Poesia,
benché l’ottuso cervello confonda e ritardi:
già con te! tenera è la notte,
e forse la Regina Luna è sul suo trono,
con a grappoli intorno tutte le sue Fate stellari;
ma qui non c’è luce alcuna,
fuor di quanta dal cielo con le brezze spira
per verdeggianti tenebre e sinuose vie di muschi.
V
Io non posso vedere quali fiori siano ai miei piedi,
né che molle incenso penda sulle fronde,
ma, nella profumata oscurità, indovino ogni dolcezza
di cui il mese propizio dota
l’erba, il boschetto, e il selvaggio albero da frutta;
il biancospino, e la pastorale eglantina;
viole che presto appassiscono ricoperte di foglie;
e la figliuola maggiore del mezzo maggio,
la veniente rosa muscosa, piena di rugiadoso vino,
mormoreggiante dimora delle mosche nelle sere estive.
VI
All’oscuro io ascolto; e ben molte volte
son io stato a mezzo innamorato della confortevole Morte
e l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime
perché si portasse nell’aria il mio tranquillo fiato;
ora più che mai sembra delizioso morire,
aver fine sulla mezzanotte, senza alcun dolore,
mentre tu versi fuori la tua anima intorno
in una tale estasi!
ancora tu canteresti, ed io avrei orecchie invano
al tuo alto requie divenuto una zolla.
VII
Tu non nascesti per la morte, immortale Uccello!
le affannate generazioni non ti calpestano;
la voce ch’io odo in questa fuggevole notte fu udita
in antichi giorni dall’imperatore e dal villano:
forse la stessa canzone che trovò un sentiero
per il triste cuore di Ruth, quando, piena di nostalgia
ella stette in lagrime tra il grano straniero;
la stessa che spesse volte ha
affascinato magiche finestre, aperte sulla schiuma
di perigliosi mari, in fatate terre abbandonate.
VIII
Abbandonate! la parola stessa è come una campana
che rintocchi per ritrarmi da te alla mia solitudine!
Addio! la fantasia non può frodare così bene
com’ella ha fama di fare, ingannevole silfo.
Addio! addio! la tua lamentosa antifona svanisce
oltre i prati vicini, sopra la silenziosa corrente,
su per il fianco del colle; ed ora è sepolta profonda
nelle prossime radure della valle:
fu una visione, o un sogno ad occhi aperti?
fuggita è quella musica: son io desto o dormo?

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (T. S. Eliot)

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

I

Andiamo allora, tu ed io,
Quando la sera è tesa contro il cielo
Come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi,
andiamo. Per certe semideserte strade,
ritrovi mormoranti di chi passa
notti agitate in alberghi  da poco,

ristoranti sparsi di segatura e gusci d’ostriche;

Strade che si susseguono come un tedioso argomento
di ingannevole intento
e ci inducono a una domanda opprimente
Oh, non chiedete cos’è
Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso  sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che strofina il  muso sui vetri della finestra
ha lambito con la  lingua gli angoli della sera,
ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli,
si è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,
è scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,
E vedendo che era una tenera sera d’ottobre
S’è inanellato intorno alla casa, e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo

Per il fumo giallo che scivola lungo la strada

Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un crostino e tè.

E infatti ci sarà tempo

Di chiedersi avrò il coraggio e avrò il coraggio?
Tempo di tornare indietro e scendere la scala,
Con una piazza in mezzo ai miei capelli –
Diranno: « Come gli si diradano i  capelli! »
Il mio abito da mattina,  il colletto che saldo sale al mento,

la cravatta  modesta, ma fatta valere da un semplice spillo,

Diranno: « Come son magre le sue braccia e le sue gambe! »
Avrò il coraggio di turbare l’universo?
In un attimo  c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà?

Perché già tutte ormai le ho conosciute, tutte le ho conosciute.
Ho conosciuto le sere, le mattine e i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;
Conosco le voci languenti con una cadenza languente
Sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.
Così che dovrei credere ?
E ho conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, dibattendomi su uno spillo,
Quando sono appuntato e mi contorco sul muro
allora come potrei  cominciare
A sputar fuori tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Perché dovrei credere?
E ho conosciuto già tutte le braccia, le ho conosciute tutte,
braccia adorne di braccialetti e bianche e nude
ma alla luce delle lampade coperte di lanugini castane.
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo avvolte in uno scialle.
E  allora che dovrei credere?-
e come dovrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Dirò, all’imbrunire ho vagato per strade strette ?
Ed ho guardato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini soli e scamiciati, ai davanzali?

Avrei dovuto esser due ruvide branche
in corsa sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme quieto, così!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato… stanco… o malato immaginario,
Sdraiato sul pavimento, qui accanto a  te e a me.
Dovrei, dopo il tè i gelati e i dolci,
Aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,

Sebbene abbia visto la mia testa divenuta calva
Portata su un vassoio,
lo non sono un profeta – e questo non mi importa;
Ho visto il momento della mia grandezza vacillare,
E ho visto l’eterno valletto tenermi il soprabito e ghignare,
E in breve, ne ero spaventato.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,

fra le porcellane, fra qualche chiacchiera

tua e mia, sarebbe valsa la pena
di farla finita con un sorriso,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda opprimente,
Di dir: « Son Lazzaro, venuto dai defunti,
Tornato a  dirti tutto, e  dirò tutto » –
Se uno, accomodandole il guanciale presso il capo,
Dicesse: « Questo non è quello che intendevo.
No, non così. »
E  sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate, dopo

i romanzi,  le tazze del tè,  le sottane che frusciarono sul pavimento.
E questo, e molto più?
E’ impossibile dir proprio quello che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno schermo:

sarebbe valsa la pena
Se uno, aggiustando un guanciale o levandole  uno scialle di dosso,
volgendosi verso la finestra, dicesse:
« No, non così.
Questo non è quello che intendevo. »

. . . . . . . . . . .

No, non sono il Principe Amleto, né  destinato ad esserlo;
sono un cortigiano del seguito,  uno che servirà
per ingrossare un corteo, avviare  una scena o due,
consigliare il principe, senza dubbio un docile strumento ,
ossequiente, contento d’esser utile,
Politico, uno cauto e meticoloso,
Pieno di solenni sentenze, ma un po’ ottuso;
quasi ridicolo,
o a volte veramente quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio, divento vecchio.
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca. E, a  mangiare una pesca, avrò coraggio?
Porterò calzoni di flanella bianca, e a spasso me ne andrò per la marina.
Ho sentito cantare le sirene l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.

Le ho viste  cavalcare l’onde verso il largo
Pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi
Quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nelle alcove del mare abbiamo languito
vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune
Finché  voci umane ci destano, e anneghiamo.

T. S. Eliot ( traduzione di Carmelo Bene?)