lo strappo nel cielo di carta

L’era del sospetto

 

Annunci

ritrattazioni

17186255-kQwE-U23058137729zrF-620x420@Cormez
Il sempre sospirar nulla rileva
Petrarca

Errai, candido Gino; assai gran tempo,
e di gran lunga errai. Misera e vana
stimai la vita, e sovra l’altre insulsa
la stagion ch’or si volge. Intolleranda
parve, e fu, la mia lingua alla beata
prole mortal, se dir si dee mortale
l’uomo, o si può. Fra Meraviglia e sdegno,
dall’Eden odorato in cui soggiorna,
rise l’alta progenie, e me negletto
disse, o mal venturoso, e di piaceri
o incapace o inesperto, il proprio fato
creder comune, e del mio mal consorte
l’umana specie. Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
de’ crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande
ordinator, fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce
delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiori il corso umano, e vidi
come nulla quaggiú dispiace e dura.
Né men conobbi ancor gli studi e l’opre
stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto
saver del secol mio. Né vidi meno
da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo,
e da Boston a Goa, correr dell’alma
felicitá su l’orme a gara ansando
regni, imperi e ducati; e giá tenerla
o per le chiome fluttuanti, o certo
per l’estremo del boa. Cosí vedendo,
e meditando sovra i larghi fogli
profondamente, del mio grave, antico
errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

Auro secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e cholèra i piú divisi
popoli e climi stringeranno insieme.
Né maraviglia fia se pino o quercia
suderá latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerá. Tanto la possa
infin qui de’ lambicchi e delle storte,
e le macchine al cielo emulatrici
crebbero, e tanto cresceranno al tempo
che seguirá; poiché di meglio in meglio
senza fin vola e volerá mai sempre
di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Ghiande non ciberá certo la terra

però, se fame non la sforza; il duro

ferro non deporrá. Ben molte volte
argento ed òr disprezzerá, contenta
a pólizze di cambio. E giá dal caro
sangue de’ suoi non asterrá la mano
la generosa stirpe: anzi coverte
fien di stragi l’Europa e l’altra riva
dell’atlantico mar, fresca nutrice
di pura civiltá, sempre che spinga
contrarie in campo le fraterne schiere
di pepe o di cannella o d’altro aroma
fatal cagione, o di melate canne,
o cagion qual si sia ch’ad auro torni.
Valor vero e virtú, modestia e fede
e di giustizia amor, sempre in qualunque
pubblico stato, alieni in tutto e lungi
da’ comuni negozi, ovvero in tutto
sfortunati saranno, afflitti e vinti;
perché die’ lor natura, in ogni tempo
starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
con mediocritá, regneran sempre,
a galleggiar sortiti. Imperio e forze,
quanto piú vogli o cumulate o sparse,
abuserá chiunque avralle, e sotto
qualunque nome. Questa legge in pria
scrisser natura e il fato in adamante;
e co’ fulmini suoi Volta né Davy
lei non cancellerá, non Anglia tutta
con le macchine sue, né con un Gange
di politici scritti il secol novo.

avvistamenti

Boyhood segna un capitolo nuovo nella storia del cinema: per quello che ha fatto e per quello che ci fa provare. Ci procura un sentimento tutto particolare, qualcosa che ci turba ed è diverso dal pathos o dall’emozione lacrimevole fine a se stessa: Boyhood ha una sorta di effetto catartico. Perché? Essenzialmente per due ragioni. Perché ci fa rivivere, come non era mai accaduto, qualcosa che è capitato e può capitare a tutti in ogni istante, vale a dire l’esperienza dello scorrere del tempo; e poi perché questa esperienza, calata nella circostanza specifica dell’infanzia e dell’adolescenza, è raccontata come una situazione che ci riguarda non soltanto in quanto individui ma, soprattutto, in quanto esseri appartenenti a una storia dove non eravamo soli. Che sia andata bene, oppure no, è andata così: c’erano anche gli altri, ed è assieme a loro che abbiamo suonato la musica degli anni della nostra crescita, molto di più di quanto i nostri racconti egocentrici potrebbero farci credere: non eravamo soli.

QUI

una sterminata domenica

 

ghirri

L’Italia, una sterminata domenica

 

le motorette portano l’estate

 

il malumore della festa finita

 

sfrecciò invano, ora è poco,

 

l’ultimo pallone

 

e si perde

 

ma già sfavilla la ruota vittoriosa

 

e dopo, che fare della domeniche?

 

aizzare il cane, provocare il matto

 

non lo amo il mio tempo, non lo amo

 

l’Italia dormirà con me

 

in un giardino d’Emilia o Lombardia

 

sempre c’è uno come me

 

in sospetti e pensieri di colpa

 

tra il canto di un usignolo

 

e una spalliera di rose

(Vittorio Sereni)

 

memoto

 Il problema che ci attanaglia come individui è quello di lasciare tracce, non solo di noi stessi – per questo bastava la scrittura o la macchina analogica –, ma del nostro stesso modo di vedere. Evidentemente non basta essere oggetti di visione; ora, grazie alla tecnologia, vogliamo essere i soggetti stessi della visione. Memoto ne è il terzo occhio.

Memoto, di Marco Belpoliti

i nativi digitali

eniac3… dobbiamo andare a guardare in che cosa consisterebbe il «saper fare» digitale.

Scopriamo che si tratta della

abilità cognitiva di utilizzare l’alternativa «sì/no», «azione/inazione» all’interno del nuovo spazio digitale dello schermo che è diventato la tecnologia caratterizzante della trasmissione del sapere. Per esempio… la possibilità di attivare o non attivare un link ipertestuale all’interno di una pagina web, o la possibilità, più complessa, dal punto di vista cognitivo, di tracciare un percorso intenzionale tra i link, cioè di seguire, attraverso una decisione specifica questo o quel link in una pagina internet o un determinato percorso di gioco in una consolle.¹

Datemi un pizzicotto, per favore. Se questa è l’ intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative. Se invece questo è un semplice saper fare tra i mille su cui basare i percorsi di apprendimento, stiamo facendo molto rumore per nullaSe, infatti, si trova qui qualcosa di cognitivamente definito, non c’è niente di più che la capacità di prendere decisioni contestuali con l’aiuto della memoria e del linguaggio: come detto prima, niente di specifico, è una capacità generale, più o meno declinabile all’ambiente dello schermo tattile o della tastiera.

Ancora un elemento di contesto. Ferri fa gran caso del fatto che «oggi ogni cittadino del mondo ha accesso, almeno potenzialmente, a centinaia di milioni di gigabyte di informazione attraverso Internet, o meglio a tutta la conoscenza del mondo ». Compare un’altra parola da ponderare accuratamente, la parola «conoscenza». Si dovrebbe distinguere chiaramente, e non confondere tra loro, l’accesso all’ informazione e l’accesso alla conoscenza. Nessuno nega che sia abbia accesso all’informazione. Invece la frase «accesso alla conoscenza» non ha alcun significato, se per «conoscenza» si intende veramente la conoscenza, il sapere. Avere accesso all’enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo (bisogna appunto leggerlo), e leggere non è ancora capire (bisogna studiare, sperimentare, dimostrare, esercitarsi, padroneggiare).

Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è intelligenza e non è nemmeno conoscenza, se non, appunto, nel senso debole di una competenza – e addirittura una competenza pratica, un saper fare o sinanco un’abitudine; e non è granché neanche come pratica, come abbiamo visto: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collazionare link e condividerli con i membri di un social network, ripetutamente decantati da Ferri e da altri coloni digitali come tratti distintivi della pretesa mutazione antropologica.

Come siamo arrivati a tanta confusione, e dove andiamo a partire da qui? Fabrizio Tonello, che insegna Scienza dell’opinione pubblica all’Università di Padova, mette il dito sul centro esatto del problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei personal computer. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato ad usare gli strumenti digitali come protesi seminaturali. Si noti – e non è un punto banale- che è quanto fanno tanto i cosiddetti nativi che i cosiddetti immigranti digitali. Avrete notato anche voi i sempre più numerosi nonni che giocano con l’iPad, no? Avete notato una qualche difficoltà che incontrerebbero gli ultrasessantenni nel cliccare sulle icone, seguire link ipertestuali, effettuare semplici scelte binarie ecc., vale a dire nel manifestare chiari sinotmi di una stupefacente intelligenza digitale?  pensateci un istante: Apple non vuole privarsi di una fetta di mercato vendendo computer che soltanto una sparuta minoranza di amanti dei manuali di istruzioni potrebbe usare. Il suo mercato è globale e verticale. Tutti amiamo aprire una scatola e cominciare ad usare oggetti superergonomici e user-friendlyMa come ricorda il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, se parlare di «user-friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, allora una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici….. una massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali – per design- sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale; basta avere qualche emozione e intuizione di riserva.

1. P. Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011

Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, Laterza 2013.

protesi

Ieri sera sentivo Calasso a Che tempo che fa. Diceva che tra cultura digitale e il libro di carta c’è un divario che non sarà mai eliminabile, ma che anzi tenderà ad accentuarsi sempre di più. La differenza tra queste due modalità  consiste, secondo Calasso, nel fatto che, mentre quando si ha che fare con un libro di carta quello che avviene in noi è una metamorfosi, una trasformazione, il libro ci cambia mentre lo leggiamo,  nell’informazione in rete, invece, cerchiamo solo un’espansione del nostro cervello, della nostra mente e tendiamo a utilizzare lo strumento più come una protesi di noi stessi che come una possibilità di cambiamento. Calasso faceva l’esempio della sensazione di panico, della rabbia che prende chi si accorge che il suo pc o il suo cellulare non funzionano più, per dire quanto stiamo affidando la sensazione di essere a strumenti esterni a noi: quando la protesi non funziona, ci sentiamo come se ci fosse stato tolto un pezzo del corpo, un arto.

Un tempo si nasceva vivi e a poco a poco si moriva. Ora si nasce morti- alcuni riescono a diventare a poco a poco vivi

(dall’introduzione di Roberto Calasso a Roberto  Bazlen, Scritti, Adelphi 1984)

la bolla dei tulipani

Bolla dei tulipani
(Da Wikipedia)
La Bolla dei tulipani (in inglese anche tulipomania) è stata probabilmente la prima bolla speculativa documentata nella storia del capitalismo. Nella prima metà del XVII secolo, nei Paesi Bassi la domanda di bulbi di tulipano raggiunse un picco così alto che ogni singolo bulbo di tulipano raggiunse prezzi enormi.
Il tulipano, introdotto in Europa nella metà del XVI secolo dalla Turchia, ebbe una crescente popolarità in Olanda, scatenando la “gara” fra i membri della middle class a superarsi l’un l’altro nel possesso dei tulipani più rari. I prezzi arrivarono a livelli insostenibili. La coltivazione del tulipano fu presumibilmente iniziata nei Paesi Bassi nel 1593. Questo fiore divenne rapidamente una merce di lusso e uno status symbol.
Alle varietà di tulipano erano assegnati nomi esotici, a volte venivano chiamate con nomi di ammiragli olandesi. Nel 1623, un singolo bulbo di una specifica qualità di tulipano poteva costare anche un migliaio di fiorini olandesi (il reddito medio annuo dell’epoca era di 150 fiorini). I tulipani erano scambiati anche con terreni, animali vivi, e case. Presumibilmente, un buon speculatore poteva anche guadagnare seimila fiorini al giorno.
Nel 1635 fu registrata una vendita per 100,000 fiorini. Per paragone, una tonnellata di burro costava circa 100 fiorini e “otto maiali grassi” costavano 240 fiorini. Un prezzo record fu pagato per il bulbo più famoso, il Semper Augustus, venduto ad Haarlem per 6000 fiorini.
Nel 1636 i tulipani erano scambiati nelle borse valori di numerose città olandesi. Questo incoraggiò tutti i membri della società al commercio di tulipani, molte persone vendevano e compravano immobili o altri possedimenti per poter speculare sul mercato dei tulipani. Alcuni speculatori fecero grandissimi profitti.
Alcuni commercianti vendevano bulbi che erano stati appena piantati o quelli che avevano intenzione di piantare (sostanzialmente dei futures sui tulipani). Questa pratica fu soprannominata “commercio del vento”. Un editto statale del 1610 fece diventare illegale questo commercio rifiutandosi di riconoscere come legali questo genere di contratti, ma la legislazione non riuscì a far cessare questa attività.
Nel febbraio del 1637 i commercianti di tulipani non potendo più ottenere prezzi gonfiati per i loro bulbi, cominciarono a vendere. La bolla speculativa scoppiò. Si incominciò a pensare che la domanda di tulipani non avrebbe potuto più mantenersi a quei livelli, e questa opinione si diffuse man mano che aumentava il panico. Alcuni detenevano contratti per comprare tulipani a prezzi dieci volte maggiori di quelli di mercato (ormai crollato), mentre altri possedevano bulbi che valevano un decimo di quanto li avevano pagati. Centinaia di olandesi, inclusi uomini di affari e dignitari, erano finanziariamente rovinati.
Vennero fatti tentativi di risolvere la situazione che accontentassero entrambe le parti, ma furono un insuccesso. In sostanza ciascuno rimase nella situazione finanziaria in cui si trovava alla fine del crollo: nessuna corte poteva esigere che i contratti venissero onorati, perché i giudici considerarono questi debiti come quelli contratti per gioco d’azzardo, e non erano esigibili con la forza sotto autorizzazione della legge.
Simili bolle dei tulipani ci furono anche in altri paesi d’Europa, ma mai di una dimensione pari a quella olandese. In Inghilterra nel 1800 [?], il prezzo di un singolo bulbo di tulipano era di quindici ghinee. Somma che bastava ad assicurare ad un lavoratore e alla sua famiglia cibo, vestiti e alloggio per sei mesi.

E noi, come usciamo dalla bolla?

Abbiamo solo bisogno di persone che sappiano immaginare un’idea di mondo diversa, mai pensata fino ad ora, o  invece questa capacità dobbiamo averla tutti e solo da una  visione il più possibile collettiva, da questa sorta di nuova utopia, nascerà qualcosa di diverso?

A volte sogno questa seconda ipotesi, che mi pare l’unica davvero vitale. E’ un salto qualitativo, uno sforzo che dobbiamo fare.

Non significa piegarsi, sacrificarsi, soffrire, come ci stanno chiedendo: significa al contrario dare spazio a una felicità che non viene primariamente dall’accumulo di oggetti e soldi, rifiutare lentamente ma con ostinazione la logica che fin qui ci ha condotto, cercare una strada.

Un Nuovo Umanesimo, forse.