lavoro

Non tutto il lavoro è un impiego
Non tutti gli impieghi sono lavori
Non tutti gli impieghi sono significativi
Non tutti i lavori e gli impieghi sono pagati
Non tutto il lavoro ha un significato
Non tutti i significati derivano dagli impieghi e dal lavoro
Non tutte le persone si realizzano nel lavoro (di merda)
Non tutto il lavoro coincide con la forza lavoro

La forza lavoro è l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente che un uomo e una donna mettono in movimento ogni volta che producono valori d’uso di qualsiasi genere.

* Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi), gennaio 2018

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di quel libro

e della donna che lo scrisse mi prese il ritrovarmi detta lì dentro, che mi prendeva subito per mano e mi portava con sè, sempre e comunque, sulle navi e tra i ghiacci, sulle colline di Sicilia e tra le particelle elementari dell’universo, senza lasciarmi mai andare.

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l’amore ai tempi del colera


Dal punto di vista amoroso, scrive ancora Barthes, il fatto diventa conseguente, perchè subito si trasforma in segno: è il segno, non il fatto, che è conseguente (a causa delle sue ripercussioni). L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere.

Talvolta, a furia di deliberare sul “niente” (questo è quanto direbbero gli altri) finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza delizia)…

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

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Sarebbe interessante capire che cosa penserebbe oggi Barthes, quale discorso amoroso farebbe in presenza dei nuovi mezzi di (non)comunicazione, dei social, delle tracce sparse di noi che lasciamo agli altri e che gli altri lasciano.

A noi? non lo sapremo (quasi) mai, ma del resto la cosa è reciproca, anche gli altri non sapranno mai se i sassi che lasciamo per strada servono a ritrovarci o a perderci, se mai esiste una strada.

E’ notevole, a pensarci, questa corrispondenza non biunivoca: ognuno di noi, in certi momenti,  sa a chi vorrebbe lasciare la sua traccia, ognuno sa da chi vorrebbe che le sue impronte fossero seguite, ma, in assenza di parole dette, in assenza di viso, di labbra, di occhi (tutti elementi che comunque rimangono per me un segno di reale: è il corpo la bussola), nessuno saprà mai se l’altro, quello per cui lascia il suo odore, lo sta seguendo. E il gioco, chiamiamolo gioco per questa volta sola e con una certa titubanza, perchè chiamarlo così già sarebbe un pensar positivo sotto certi aspetti, è ancora più complicato in certi casi e ci sono momenti in cui dubiti seriamente che sia ancora un gioco.  Non potrai mai saperlo fino alla fine.

Un altro dubbio, ti rimane, però, di segno opposto, che cancella il primo: che nonostante tutto sia ancora amore. Con la spinta ad agire in qualche modo che ne consegue.

Ma, scrive Barthes, invano: il tempo amoroso non consente di mettere sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting-out; la mia follia è misurata, non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è “spontaneo” è la mia paura – la mia indecisione.

Non è un caso che si chiami rete: siamo in trappola.

leggere

  1. 25596
    Ryuji Taira

    La leggerezza è uno stato di fragilità, uno stato volatile, non duraturo, non ha radici forti. Ma c’è, in questi esseri, una capacità di radicarsi nei suoli più inattesi, nelle fessure dei muri, nelle crepe, una bellezza elementare, una pienezza nel mostrarsi  che non ha pari e che in certo modo commuove.

    © alessandra terranova

social(i)

“Adesso che tutte le persone del mondo sono possibilmente conoscibili grazie alla rete – adesso che basta un clic per ottenere compagnia, sesso, consolazione – nessuno più conosce davvero qualcuno, siamo esseri trasparenti, sostituibili, effimeri, senza sostanza, senza identità, senza una vita privata, vivi fin quando ciò che si compie è reso pubblico in rete, un’umanità sterile che punta al disfacimento. Inutile pretendere sussulti umani e profondità (tutto è superficie, tutto è esattamente quello che appare: this is just this, è il nuovo Christian verbo)……”

da questo qui, recensione a un film che non vedrò per l’ora tarda [la sottolineatura è mia]

dopo aver letto stamani questo qui e averci girato intorno (in tondo) tutto il giorno ai social a facebook alla rete ai comportamenti social(i)

 

i fatti

C’è una differenza fondamentale: mentre le immagini della memoria sono il residuo di un’esperienza continua, una fotografia isola le sembianze in un istante staccato. Ma nella vita il significato non è istantaneo. Viene scoperto perché connette, e non può esistere senza sviluppo. Senza una storia, senza una rivelazione non si dà significato.
I fatti, l’informazione non costituiscono di per sé significato.
(John Berger, Fotografia e verità, su Doppiozero)


Le canzoni…”si protendono in avanti”, parlano di “esiti e ritorni, di benvenuti e di addii.[…] La distanza è uno dei loro ingredienti, così come la presenza è, da sempre, uno degli ingredienti di ogni immagine grafica”. (John Berger, Some Notes About Song, in Trasporti e traslochi. Raccontare John Berger, di Maria Nadotti, Doppiozero, 2014)

osservando la mappa

Questa mappa qui sotto,però, ha un che di inquietante:una gigantesca ameba, un tratto di intestino (lo so che non dovrei avere pensieri come questi il 21 marzo, lo so che lo stai pensando. E tuttavia…)