leggere

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    Ryuji Taira

    La leggerezza è uno stato di fragilità, uno stato volatile, non duraturo, non ha radici forti. Ma c’è, in questi esseri, una capacità di radicarsi nei suoli più inattesi, nelle fessure dei muri, nelle crepe, una bellezza elementare, una pienezza nel mostrarsi  che non ha pari e che in certo modo commuove.

    © alessandra terranova

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due poesie di Derek Walcott

CONCLUDENDO

Vivo sull’acqua

solo. Senza moglie né figli.

Ho circumnavigato ogni possibilità

per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,

con le finestre sempre spalancate

al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.

Soffriamo, gli anni passano, lasciamo

tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra

che si è posata sul fondo del mare

sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:

non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,

noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca

di mediocrità e rifiuti

vivere come rocce.

Scorderò di sentire,

scorderò il mio dono. E’ più grande e duro,

questo, di ciò che là passa per vita.

AMORE DOPO AMORE

Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà di benvenuto all’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuaccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

( da Mappa del nuovo mondo, Adelphi, 1992, traduzioni di Barbara Bianchi, Gilberto Fiori e Roberto Mussapi)

 

 

 

 

se qualche volta

“Se qualche volta scrivo”- dice Cristina Campo-“è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre- attraverso la penna e la mano- come per osmosi.” (da Parco dei cervi, in Gli imperdonabili)

imprese

Provare a dire il silenzio.
Sentire il rumore di dentro.
Capire le cose, e la gente.
Ricostruire una storia.
Guardare negli occhi.
Provare a parlare.
L’affetto.
L’amore.
Trovarsi di nuovo.
Non perdersi.

il viaggio

Maxime du Camp, Il Cairo, La tomba del sultano El-Ghoury
Maxime du Camp, Il Cairo, La tomba del sultano El-Ghoury

A Maxime du Camp

1.Per il bimbo innamorato di carte e di stampe
l’universo è in tutto uguale a un vasto appetito.
Com’è grande il mondo alla luce delle lampe,
e agli occhi del ricordo com’è rattrappito!

Un bel mattino si parte, le menti infiammate,
il cuore pieno di livori e struggimenti amari,
e si segue il ritmo dei marosi alle murate
che culla il nostro infinito sul finito dei mari.

Lieti alcuni di fuggire da una patria trista,
altri con l’orrore dei natali ingloriosi,
altri ancora, astrologhi stregati alla vista
di tiranne Circi dai vezzi pericolosi,

per non farsi tramutare in bestie, con fiducia
s’inebriano di spazi, luce e cieli infuocati,
e il gelo che li morde e il caldo che li brucia
cancellano infine i baci che li han marchiati.

Ma il vero viaggiatore è chi parte per partire,
chi dice soltanto: “Andiamo” e non sa perché
come gli aerostati, a cuor leggero, senza mire,
e accetta il sortilegio che incombe su di sé.

Sono in forma di nuvole i suoi desideri,
e tanto il soldato sogna il fucile come

costui sogna ignoti e mutevoli piaceri,
voluttà di cui la mente non sa il nome.

(Baudelaire tradotto da Gianni Celati)

ritrattazioni

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Il sempre sospirar nulla rileva
Petrarca

Errai, candido Gino; assai gran tempo,
e di gran lunga errai. Misera e vana
stimai la vita, e sovra l’altre insulsa
la stagion ch’or si volge. Intolleranda
parve, e fu, la mia lingua alla beata
prole mortal, se dir si dee mortale
l’uomo, o si può. Fra Meraviglia e sdegno,
dall’Eden odorato in cui soggiorna,
rise l’alta progenie, e me negletto
disse, o mal venturoso, e di piaceri
o incapace o inesperto, il proprio fato
creder comune, e del mio mal consorte
l’umana specie. Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
de’ crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande
ordinator, fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce
delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiori il corso umano, e vidi
come nulla quaggiú dispiace e dura.
Né men conobbi ancor gli studi e l’opre
stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto
saver del secol mio. Né vidi meno
da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo,
e da Boston a Goa, correr dell’alma
felicitá su l’orme a gara ansando
regni, imperi e ducati; e giá tenerla
o per le chiome fluttuanti, o certo
per l’estremo del boa. Cosí vedendo,
e meditando sovra i larghi fogli
profondamente, del mio grave, antico
errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

Auro secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e cholèra i piú divisi
popoli e climi stringeranno insieme.
Né maraviglia fia se pino o quercia
suderá latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerá. Tanto la possa
infin qui de’ lambicchi e delle storte,
e le macchine al cielo emulatrici
crebbero, e tanto cresceranno al tempo
che seguirá; poiché di meglio in meglio
senza fin vola e volerá mai sempre
di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Ghiande non ciberá certo la terra

però, se fame non la sforza; il duro

ferro non deporrá. Ben molte volte
argento ed òr disprezzerá, contenta
a pólizze di cambio. E giá dal caro
sangue de’ suoi non asterrá la mano
la generosa stirpe: anzi coverte
fien di stragi l’Europa e l’altra riva
dell’atlantico mar, fresca nutrice
di pura civiltá, sempre che spinga
contrarie in campo le fraterne schiere
di pepe o di cannella o d’altro aroma
fatal cagione, o di melate canne,
o cagion qual si sia ch’ad auro torni.
Valor vero e virtú, modestia e fede
e di giustizia amor, sempre in qualunque
pubblico stato, alieni in tutto e lungi
da’ comuni negozi, ovvero in tutto
sfortunati saranno, afflitti e vinti;
perché die’ lor natura, in ogni tempo
starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
con mediocritá, regneran sempre,
a galleggiar sortiti. Imperio e forze,
quanto piú vogli o cumulate o sparse,
abuserá chiunque avralle, e sotto
qualunque nome. Questa legge in pria
scrisser natura e il fato in adamante;
e co’ fulmini suoi Volta né Davy
lei non cancellerá, non Anglia tutta
con le macchine sue, né con un Gange
di politici scritti il secol novo.

proverbi

PROVERBS
A person’s anger should be respected
even when it isn’t shared

a person’s happiness should be shared
even if it isn’t understood

a person should be understood thoughp
he has brought both his brows togethe
in anger and also suddenly begun to laugh

a person should be in love most of
the time this is the last proverb
and may be learned by all the organs
capable of bodily response

La rabbia di una persona andrebbe rispettata
anche quando non è condivisa

la gioia di una persona andrebbe condivisa
anche se non è compresa

una persona dovrebbe essere compresa anche se
ha aggrottato le sopracciglia
per la rabbia e poi di colpo è scoppiata a ridere

una persona dovrebbe essere innamorata quasi
sempre questo è l’ultimo proverbio
e può essere imparato da ogni organo
capace di reazione corporea

( Grace Paley, Fidelity, trad. Livia Brambilla e Paolo Cognetti, Minimum fax,2011

memoto

 Il problema che ci attanaglia come individui è quello di lasciare tracce, non solo di noi stessi – per questo bastava la scrittura o la macchina analogica –, ma del nostro stesso modo di vedere. Evidentemente non basta essere oggetti di visione; ora, grazie alla tecnologia, vogliamo essere i soggetti stessi della visione. Memoto ne è il terzo occhio.

Memoto, di Marco Belpoliti