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Archive for the ‘fissazioni’ Category

 

 

 

AsterusherPrefazione

a mia sorella Agostina, che sa

Le case sono mie; mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe; miei i ricordi, mia l’idea di questo libro, e miei i testi  (dove il poliptotico possessivo vuole essere perentorio come le cinque pi del Beniamino Venarvaghi di Gadda: “E d’un oggetto o d’un bene o d’una patata o d’un quadrupede di sua personale pertinenza soleva ad ogni buon conto pensare: “Questo cavallo e questa carrozza di mia propria privata privatissima personale proprietà”. Cinque pi sicché: Una di fila all’altra”). Nessun dubbio, quindi, che il presente libro possa legittimamente sottotitolarsi come autobiografia [……..]

(Austerhusher, Autobiografia per feticci, Michele Mari, Francesco Pernigo, Corraini Edizioni, 2015)

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Dal punto di vista amoroso, scrive ancora Barthes, il fatto diventa conseguente, perchè subito si trasforma in segno: è il segno, non il fatto, che è conseguente (a causa delle sue ripercussioni). L’altro mi ha dato questo nuovo numero di telefono: che significato può avere questo segno? Voleva essere un invito ad approfittarne subito, per diporto, o soltanto in caso di bisogno, per necessità? La mia stessa risposta diventerà un segno che l’altro interpreterà fatalmente, scatenando, fra me e lui, un tumultuoso intrecciarsi di immagini. Tutto ha un significato: con questa affermazione, io mi freno, divento preda del calcolo: m’impedisco di godere.

Talvolta, a furia di deliberare sul “niente” (questo è quanto direbbero gli altri) finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza delizia)…

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

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Sarebbe interessante capire che cosa penserebbe oggi Barthes, quale discorso amoroso farebbe in presenza dei nuovi mezzi di (non)comunicazione, dei social, delle tracce sparse di noi che lasciamo agli altri e che gli altri lasciano.

A noi? non lo sapremo (quasi) mai, ma del resto la cosa è reciproca, anche gli altri non sapranno mai se i sassi che lasciamo per strada servono a ritrovarci o a perderci, se mai esiste una strada.

E’ notevole, a pensarci, questa corrispondenza non biunivoca: ognuno di noi, in certi momenti,  sa a chi vorrebbe lasciare la sua traccia, ognuno sa da chi vorrebbe che le sue impronte fossero seguite, ma, in assenza di parole dette, in assenza di viso, di labbra, di occhi (tutti elementi che comunque rimangono per me un segno di reale: è il corpo la bussola), nessuno saprà mai se l’altro, quello per cui lascia il suo odore, lo sta seguendo. E il gioco, chiamiamolo gioco per questa volta sola e con una certa titubanza, perchè chiamarlo così già sarebbe un pensar positivo sotto certi aspetti, è ancora più complicato in certi casi e ci sono momenti in cui dubiti seriamente che sia ancora un gioco.  Non potrai mai saperlo fino alla fine.

Un altro dubbio, ti rimane, però, di segno opposto, che cancella il primo: che nonostante tutto sia ancora amore. Con la spinta ad agire in qualche modo che ne consegue.

Ma, scrive Barthes, invano: il tempo amoroso non consente di mettere sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting-out; la mia follia è misurata, non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è “spontaneo” è la mia paura – la mia indecisione.

Non è un caso che si chiami rete: siamo in trappola.

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UNDICESIMA ORA DEL GIORNO

Biglietto numero 23

G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

(Pier Vittorio Tondelli, Biglietti per gli amici, a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani, 2001)

Ma tutto questo è ancora letteratura, dice, contro cui bisogna combattere, perchè la letteratura, dice, è illusione e non realtà. Allora, chiede, perchè ne sono tutti così innamorati,  fino alla fine dei giorni ? Oppure, dice, mi lascio un’altra possibilità: che quella che alcuni chiamano illusione, sia in realtà quello che altri chiamano desiderio, confondendosi gli uni con gli altri. 

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Ria di Vigo

Trovata qui, passando da qui via fb.

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In questo che è ormai quasi un post-mondo il gesto di sottrarsi per qualche ora alla giostra della realtà per vedere la realtà smascherata nelle pagine dei libri, è un gesto ribelle. Nella lettura il lettore si ferma, ferma il mondo e lo guarda e lo ascolta nel silenzio, senza lasciarsi trascinare in esso a occhi bendati. Le opere di scrittori e musicisti e filosofi, quando raggiungono l’incandescenza sensuale e conoscitiva che hanno nei Maestri, sono una via concreta di fuga dal pensare e sentire da ipnotizzati: svelano come la menzogna delle parole imprigiona le nostre vite, ma mostrano anche come le parole in rivolta possono scioglierci dalla rete di una realtà spacciata come l’unica possibile da ipnotizzatori ipocriti e ipnotizzati consenzienti. [………] I tempi sono sempre difficili per chi non abbia le palpebre cucite dalla menzogna o dalla rassegnazione: e con questo? Per coloro che vogliono vivere più vita, la magia che evoca altre vite e altri mondi è sempre a portata di mano, e la veglia ebbra che ci estrania dalle superfici per stare più vicini al cuore delle cose, è sempre possibile.

(Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi, Giunti, 2016)

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Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

Qui un nuovo articolo. Prima o poi me lo compro.

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Renzi e la formazione dei quadri PD: la notizia

Le serie televisive di riferimento (?): House of Cards, West Wing, Scandal.

La narrazione renziana del bene: i bambini e la madonna procace.

A monte di tutto questo: Dancing Days, che sto leggendo proprio in questi giorni e fa pensare parecchio, cosa che di questi tempi non è poco.

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(cliccare sull’immagine, si apre- forse- un link)

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Atlante Stieler,

 

sempre due leggii visibili in quello studio, su uno il dizionario della sua lingua aperto, una lente, sull’altro un atlante, il Blaeu talvolta o il magnifico Stieler anch’essi aperti e un’altra lente

Javier Marías, Tu rostro mañana, I Fiebre y lanza, ( nell’edizione Einaudi, 2003, trad. di Glauco Felici)

 

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