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Archive for the ‘da leggere’ Category

leggenda privata

“Riuscendo sull’aja, mentre l’agente magnifica le possibilità di erigere mostruosi gazebo là dov’era il campo di bocce, vengo aggredito e risucchiato da qualcosa cui non ero preparato: il contenitore frigo dei gelati! E subito, ad avvelenare la piena sorgiva dell’emozione, il tarlo dell’analisi: perché c’era qualcosa che non quadrava lì, qualcosa che c’era sempre stato e di cui mai mi ero reso conto: ALGIDA era scritto sulla pancia leggermente bombata dell’ordigno, laddove altro che Mottarelli non chiesi. Ora, chi fosse troppo giovane per saperlo, un ragguaglio storico. La marca di gelati normale era Motta (fondata 1919): Motta il Mottarello, Motta il Cono, Motta la Coppa del Nonno. La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse che per l’audacia di sfidare l’impero-Motta) era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Mottarello) e del prepotente Cornetto: dunque perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata? E che figura ci facevo io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, “Posso dire una parola? e reinsiste più volte, finché i Rokers concedono: “E dilla!”, e quello: “C’è un Algida laggiù che mi fa gola!”, al che corrono tutti laggiuù, Shel Shapiro compreso. E’ troppo pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahabharata, nel Beowulf ? D’altronde, ” C’è un Algida laggiù che mi fa gola” è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…”

Un grande Michele Mari, in Leggenda privata, Einaudi, 2017

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la chiarezza

Discorso in occasione della consegna del Premio letterario della Libera Città Anseatica di Brema

Egregi convenuti, non posso attenermi alla favola dei vostri musicanti, non racconterò nulla, non canterò non terrò prediche. Però questo è vero: le favole sono finite, le favole delle città e degli Stati e tutte le favole scientifiche, anche quelle filosofiche, non c’è più il mondo degli spiriti, lo stesso universo non è più una favola, l’Europa, la favola più bella, è morta, ecco la verità e la realtà. La realtà, come la verità, non è una favola e mai una favola è stata verità. Ancora cinquant’anni fa l’Europa era tutta un’unica favola e l’Inghilterra era un mondo di favola. Oggi ci sono molti che vivono in quel mondo di favola, però vivono in un mondo morto e sono anche loro dei morti, chi non è morto vive, e non nelle favole, costui non è una favola. Neanche io sono una favola, non vengo da un mondo di favola, ho dovuto vivere una lunga guerra e ho visto morire centinaia di migliaia di persone e altre che ci passavano sopra e proseguivano il cammino. Tutto è proseguito nella realtà, tutto si è trasformato, in verità. In cinque decenni in cui tutto si è sovvertito, in cui tutto si è traformato, in cui da una favola millenaria sono nate la realtà e la verità, io sento di avere avuto sempre più freddo, via via che dal vecchio mondo ne nasceva uno nuovo, dalla vecchia natura ne nasceva una nuova.
Vivere senza favole è più difficile, perciò è così difficile vivere nel XX secolo, ormai ci limitiamo a esistere, noi non viviamo, nessuno vive più. Ma è bello nel XX secolo esistere, tirare avanti? Avanti, dove? Io non vengo da una favola, lo so, né vado verso una favola, questo è già un passo avanti e fa già la differenza tra prima e adesso. Ci troviamo sul più agghiacciante terreno dell’intera storia, siamo spaventati e precisamente spaventati in quanto immane è il materiale della nuova umanità e della nuova emozione di natura e della natura innovata. Tutti insieme siamo stati nell’ultimo mezzo secolo niente altro che un unico dolore. Questo dolore oggi siamo noi, questo dolore è, adesso, il nostro stato mentale. Abbiamo sistemi del tutto nuovi, abbiamo una visione tutta nuova del mondo e una nuova e in effetti quanto mai eccellente visione di quel mondo che sta attorno al mondo e abbiamo una morale affatto nuova e abbiamo scienze e arti affatto nuove: siamo colti da vertigine e sentiamo freddo. Abbiamo creduto che siccome siamo esseri umani avremmo perso il nostro equilibrio, ma non l’abbiamo perso, il nostro equilibrio, abbiamo anche fatto di tutto per non morire di freddo. Tutto si è trasformato perché noi l’abbiamo trasformato, la geografia esterna si è trasformata esattamente come quella interiore.
Noi accampiamo ora alte pretese, non siamo mai paghi di accampare alte pretese, nessun epoca prima della nostra ha accampato pretese altrettanto alte, il nostro esistere è già da megalomani, ma, siccome sappiamo che non possiamo precipitare e neanche morire di freddo, osiamo fare quello che facciamo. La vita ormai è solo scienza, scienza nata dalle scienze. Tutto a un tratto ora ci siamo lasciati risucchiare dalla natura, abbiamo preso confidenza con gli elementi, noi abbiamo messo alla prova la realtà, la realtà ha messo alla prova noi, ora conosciamo le leggi della natura, le infinite supreme leggi della natura e possiamo studiarle nella realtà e in verità, non dipendiamo più da congetture, guardando dentro la natura non vediamo più fantasmi, abbiamo scritto il capitolo più temerario nel libro della storia universale e precisamente ciascuno di noi, per suo conto, tra gli spaventi e nel terrore della morte, e nessuno seconda la propria volontà né secondo il proprio gusto, bensì secondo la legge della natura, e questo capitolo lo abbiamo scritto alle spalle dei nostri ciechi padri e dei nostri stupidi maestri, alle nostre stesse spalle, dopo tanti capitoli interminabili e insulsi il capitolo più breve, il più importante.
Siamo spaventati dalla chiarezza di cui all’improvviso è fatto per noi il nostro mondo, il nostro mondo di scienza, sentiamo freddo in questa chiarezza, ma questa chiarezza l’abbiamo voluta, l’abbiamo suscitata noi, non possiamo dunque lamentarci del freddo che ora impera, con la chiarezza il freddo aumenta, questa chiarezza e questo freddo d’ora in poi regneranno sovrani, la scienza della natura significherà per noi più alta chiarezza e un freddo molto più feroce di quanto possiamo immaginare. Tutto sarà chiaro, di una chiarezza sempre più alta e sempre più profonda e tutto sarà freddo di un freddo sempre più terribile, avremo in futuro l’impressione di una perpetua giornata perennemente chiara e perennemente fredda.
Vi ringrazio per l’attenzione, vi ringrazio per l’onore che oggi mi avete tributato.

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Amo la letteratura, ma non perché ami le storie in sé. Trovo quasi tutte le mosse del romanzo tradizionale incredibilmente prevedibili,  fiacche, improbabili ed essenzialmente inutili.  Non ricordo mai i nomi dei personaggi, gli snodi della trama,  i dialoghi, i dettagli dell’ambientazione. Non mi è chiaro cosa dovrebbero rivelare sulla condizione umana narrazioni simili. Invece sono attratto dalla letteratura come forma di pensiero, di coscienza, di sapienza.  Mi piacciono le opere che mettono a fuoco non pagina dopo pagina, ma riga dopo riga quello che importa veramente allo scrittore, invece di sperare che tutto questo emerga chissà come misteriosamente dalle crepe della narrazione, che è quello che accade in quasi tutti i racconti e romanzi.

David Shields, Fame di realtà. Un manifesto, 2010,Fazi editore

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Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

Qui un nuovo articolo. Prima o poi me lo compro.

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Ultimi Sospiri

Firenze-liberaUn bell’articolo di Orsula Puecher, su Nazione Indiana:
U.S. [Ultimi Sospiri]

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Mi resta da dire che ho apportato qualche correzione a Morte dell’ Inquisitore, giovandomi di suggerimenti che generosamente qualche lettore mi ha dato, e ho aggiunto in nota un articolo su un recente ritrovamento nel palermitano palazzo dello Steri, che fu sede dell’Inquisizione. Non ho mutato nulla nelle Parrocchie: e non avevo del resto, né soggettivamente né oggettivamente, ragione alcuna per mutare qualcosa. Il che, soggettivamente, può essere una presunzione; ma oggettivamente, per l’immutata realtà del paese, è una tragedia.

(Leonardo Sciascia, dalla prefazione a Le parrocchie di Regalpetra, 1967)

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aguzza lo sguardo

                                            Aguzza lo sguardo,

laggiù vedrai nell’ingrigire della sera

le ruote dei mulini a vento girar

lontane. E il bosco arretra, davvero,

a una tale distanza che più non sai

dove sia mai stato, e la casa diaccia

si spacca, e la brina disegna sui campi

un’immagine della terra incolore.

Così, quando il nervo ottico

si lacera, nell’aria silenziosa e immota

tutto si fa bianco

come la neve sulle Alpi.

(W. G. Sebald, Secondo natura. Un poema degli elementi, Adelphi, 2009, traduzione di Ada Vigliani)

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Marco Belpoliti
J&B
Milano, 13 luglio 2011
da Riga
Chi è John Berger? Uno scrittore, si dovrebbe rispondere, uno scrittore poliedrico, più esattamente, dal momento che non è solo romanziere, ma anche saggista, critico d’arte, poeta, drammaturgo, sceneggiatore cinematografico, giornalista, commentatore politico, documentarista e persino disegnatore. Tuttavia la risposta non è sufficiente perché c’è qualcosa d’altro che connota la sua attività, qualcosa che ha strettamente a che fare con il suo modo d’essere. In ogni campo e attività Berger utilizza non tanto una specifica abilità tecnica – c’è anche questa –, ma, appunto, un modo d’essere, il proprio, che è prima di tutto un modo di guardare.
Come ha scritto in uno dei capitoli del suo volume di saggi dedicati alla fotografia e all’arte, Sul guardare, ci sono “momenti vissuti” in cui l’occhio non è un semplice registratore di sensazioni visive, bensì uno scrutatore sensibile di problemi e di questioni irrisolte sia per l’arte sia per la vita. “Avviene a volte – dice Berger – che la visione di un singolo riesca a distanziarsi dalle forme sociali della cultura esistente, compresa la forma sociale dell’arte. Quando ciò avviene, le opere concepite in base a tale visione vivono in una solitudine che non è solo personale, ma storica”.
Berger sta qui parlando dell’opera di Alberto Giacometti, tuttavia l’affermazione calza perfettamente anche per lui, dato che la sua poliedricità non è solo un’irrequietezza nei confronti delle forme e dei ruoli tradizionalmente circoscritti, per cui difficilmente un romanziere è anche un saggista o un disegnatore o un critico d’arte, quanto piuttosto un modo d’essere in continuo dissidio con la società in cui vive, e dunque anche verso le forme d’arte da essa riconosciute. Detto altrimenti, Berger è, come altri scrittori della sua generazione (Roland Barthes, per esempio, ma anche Italo Calvino, Hans Magnus Enzensberger e Alberto Arbasino), un critico della cultura contemporanea con cui ha ingaggiato un confronto serrato, frontale ma non polemico, complesso ma anche sottile.
Prendiamo Splendori e miserie di Pablo Picasso, pubblicato in inglese nel 1965, uno dei suoi primi libri. Quello che colpisce nel saggio è il modo con cui guarda il lavoro dell’artista spagnolo, la sua intera personalità di uomo e di pittore. Non si concentra come altri solo sull’opera o la legge attraverso la vita dell’artista, ma mette a tema la personalità e l’opera come prodotto di questa. La presenza di Berger in quello che scrive, cosa rara in questo tipo di autori, non sembra transitare per la cruna d’ago di un Io individuale, ma per l’ampio arco del Noi. Ecco, forse proprio questo è il talento peculiare di John Berger, talento senza dubbio naturale: la sua cifra di scrittore. Quello che dà forza al suo scrivere è infatti una forma d’attenzione che lo porta a interrogare di continuo, anche quando racconta in un romanzo, ciò che accade sotto i suoi occhi; e mentre la maggior parte dei critici d’arte fornisce spiegazioni, lui pone invece domande – questa è la forma d’attenzione –, tanto da indurci a credere che la sua ricerca non sia radicata tanto nella letteratura, o nelle arti visive, quanto piuttosto “in più ampie esperienze umane, specialmente in quelle in cui l’energia del corpo supera la normale fisiologia”, per usare le parole con cui descrive l’opera di Picasso. L’energia è uno dei temi di fondo della sua personalità artistica che si esprime nei gesti stessi del suo disegnare e dipingere e che si coglie in ogni riga dei suoi testi: si sente la forza della sua mano (la mano e anche la voce: due energie convergenti).
Questione di sguardi (1972), uno dei suoi libri più belli e giustamente citati, è un perfetto esempio sia della capacità di Berger di guardare il mondo delle immagini senza incagliarsi nei luoghi comuni dell’arte, sia di fare opera di critica sociale, ovvero di mettere in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea, senza con questo gettare il discredito sulle immagini, senza demonizzarle. Berger ama le immagini e dialoga con loro in modo amoroso: appassionato e seduttivo. Questione di sguardi nasce da una fortunata trasmissione televisiva, dal medesimo titolo, Ways of Seeing, andata in onda alla Bbc a cura di Berger stesso; di questa origine reca il peculiare segno grafico: la scelta dei caratteri e l’impaginazione sono fortemente visivi. Il libro è composto di testi e immagini; alcuni capitoli poi sono composti solo di immagini; il testo, sia perché in neretto sia per il corpo prescelto, sembra una didascalia che accompagna le immagini, le affianca, le circonda, senza mai soffocarle.
In questo modo il lettore legge contemporaneamente immagini e parole, parole che diventano immagini, immagini che contengono parole. E non si tratta solo d’immagini di quadri, opere artistiche, ma anche di fotografie pubblicitarie, mescolando così motivi sublimi e motivi umili. Qualcosa che ricorda il lavoro di Marshall McLuhan, alla fine degli anni Cinquanta, ma senza la corrosiva intelligenza e l’insolenza intellettuale, il sarcasmo e la provocazione del critico e massmediologo canadese. Berger non è un iconoclasta, aspira piuttosto a una sorta di classicità, ma scomposta. Meglio: una classicità critica. (altro…)

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Desideravo andare a Novara, città che non conoscevo e di cui avevo sentito parlare per la prima volta qui. Mi sembrava però un luogo lontano e proibito come l’Africa o la Siberia, come ci sembrano lontani e proibiti tutti i paesi di cui si parla nei libri. Sapevo che a Novara avrei visto solo strade e gente di cui non m’importava nulla: eppure mi sembrava impossibile non trovarvi immediatamente il parrucchino della matrigna, il paravento della zia, le otto seggiole rosse e le otto seggiole verdi, il messaggio d’amore appiccicato sul pezzo di manzo umido, i due gelati spariti nei cinque piattini; mi sembrava impossibile che non si sentissero dire per strada le frasi che io sapevo a memoria: “Quanto sei bella, Denza!” “Domenica verrò in Duomo”, “Badi che i ghiacciai ingannano. L’Etna ha il fuoco dentro…” [ …..]

Se ho raccontato ora delle impressioni tanto remote, è perché nel parlare di questo romanzo mi è impossibile districarlo da loro. Penso che nella vita di ognuno esista un libro simile, che da bambini non ci siamo limitati semplicemente a leggere, ma abbiamo perlustrato e rovistato in ogni angolo come una stanza. Un libro simile, rovistato come una stanza, scrutato e interrogato come una faccia in ogni tratto e ogni ruga, non lo potremmo giudicare come si giudica un libro, perché esso ha lasciato per noi la zona dei libri ed è venuto a vivere nella zona delle memorie e degli affetti.

Natalia Ginzburg, Un matrimonio in provincia, in Non possiamo saperlo, Saggi 1973-1990, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2001

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Anche in Italia dovrà diventare possibile rendere evidente a chiunque l’abisso che separa Vita e destinoLe benevole o, seppure a un gradino più basso, Il partigiano Johnny da un qualunque racconto di “dolori del giovane” o di “egotismi aggressivi” o di “quêtes paranoiche”, cui spesso si riducono, da un punto di vista cognitivo, buona parte dei nostri romanzi (ma, con le opportune variazioni, il discorso varrebbe anche per gran parte della produzione lirica).

In tre puntate, su Le parole e le cose

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