manicomi

stamani, guardo  La meglio gioventù, con ragazzi e ragazze di 17 anni che non sanno niente di questi anni, che non erano nati ancora e che non sarebbero nati per tanto tempo, mi scopro a pensare quanto io, allora, fossi vicina al personaggio di Matteo, ma l’ho capito solo adesso, dopo aver tanto a lungo immaginato di essere invece l’altro, quello che le cose le guarda ma non le soffre, mi interessavo ai manicomi, a basaglia, leggevo di antipsichiatria, avrei voluto aiutare tutte le sofferenze del mondo, mi sento piuttosto simile a questo personaggio un po’ solitario, allora mi ero anche iscritta a medicina, anche ora  sopporto poco l’idea della sofferenza, quella che non può dirsi, mi lascio influenzare parecchio dalle immagini, è vero, quelle dei film, girando ho trovato questo,

oppts141

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Mi chiedi forse mi chiedi perché tutta questa mia passione improvvisa improvvisa? per la fotografia. Perché una foto per me è come uno che parla in silenzio, è solo lo sguardo che parla, e io le parole, mi sa, non le so dire, mentre invece ci sono momenti, ti dico, che vorrei starmene ore a guardare, seduta sul ciglio o su una panchina? Ma se per questo non so neanche fotografare, diciamocelo.

Trailer “Viaggio in italia. I fotografi vent’anni dopo” from Emmestudio on Vimeo.

una cicogna

Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo, che viveva presso una stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.

“Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? “, si chiede a questo punto Karen Blixen. Noi potremmo aggiungere: il percorso di ogni vita si lascia alla fine guardare come un disegno che ha senso? […]

( da Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Filosofia della narrazione, Feltrinelli, 1997)

procrastinare

Di buone intenzioni è lastricato l’inferno, diceva più o meno il proverbio. Farò, dirò, andrò, leggerò. Ma non ho più vent’anni, lo spazio- temo- si fa più breve. Come una strada, un ponte di cui vedo già – a volte- la fine, brusca; come un taglio, i costruttori non avevano più soldi per portarlo in fondo, il piano regolatore, una protesta cittadina, chissà, quei raccordi autostradali mai finiti che terminano su se stessi. E’ ovvio che sia così, così è per tutti, lo so. Non mi inquieta più di tanto. Ma a volte, se alzo lo sguardo sulle colline e gli ulivi le case i cipressi e il cielo, mi dico che un giorno non vedrò più tutto questo e me ne dispiaccio. Allora vorrei amare la vita molto più di come la ami adesso, con più forza, più amore, per sempre. Così la vita bisognerebbe prenderla, mi dico, come se di vita ne avessi davanti tanta da permettermi il lusso di aspettare, di darle tempo, a lei, per cambiare da sola, andando avanti per forza di inerzia. Indecisa, insomma, tra il clinamen e l’urto delle molecole, tra lo zigzagare casuale, la vita come gioco e divertimento e accettazione del caos e dell’inaspettato, e vivere invece secondo un disegno che tu stessa hai progettato, salvo poi ricordarmi sempre, al finale, la storia dell’uomo che traccia sulla neve il disegno di una gru senza accorgersene e quella è la sua vita.

sotto il segno della vergine

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I nati sotto il segno della vergine sono calmi e pratici
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e sono portati ad accumulare risparmi
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Possono essere grandi critici di se stessi
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e degli altri.
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Sono lavoratori accaniti
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sono drammatici
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e hanno difficoltà a rilassarsi.
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Sono ben organizzati
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e sempre pronti a ogni evenienza.
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Qualche volta si creano inconvenienti nel proprio lavoro
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e hanno difficoltà nel costruire relazioni amorose
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Sono perfezionisti dichiarati

e altro ancora

lo scalpellino

E poi hai ragione tu, la pietra va scalfita, l’involucro va tolto. Mi viene in mente, quando ci penso, la glassa porosa di certo non so cosa, una glassa spessa e dolciastra di certi dolci, forse.

E’ nelle paure, nelle esitazioni, nei dubbi, che lo scalpello entra e fa leva.

Ma scalpellino e pietra sono tutt’uno ed è la tua natura che devi forzare, lasciando che lo scalpellino lavori sulle tue spalle, perché è lì che comincia, è lì che lo senti armeggiare.

Una silenziosa e confortante presenza.

Lascialo fare, lascialo lavorare, abbandónati al tuo tocco.