il perturbante

quando arrivano l’estate e il caldo, nel palazzo in cui abito, un palazzo tirato su negli anni ’70, progetti di edilizia speculativa, quattro appartamenti per pianerottolo, sei piani compreso il piano terra, per un totale di venti appartamenti di varia dimensione, dai cinquanta agli ottanta metri quadri, affaccio sul monte di fronte, vale a dire a nord, a tramontana e ai venti che arrivano giù di corsa dagli Appennini, oppure verso la piazza striminzita di pini e altri palazzi nati più o meno nello stesso periodo e quindi ugualmente tristi, nel mio palazzo, quindi, arrivano anche gli scarafaggi ovvero le piattole.

Solo il nome mi fa venire la nausea, ma tant’è: arrivano lo stesso. Quest’anno per ora poche. Avevo speranza che il virus le avesse sterminate, magari, ho detto, forse è andata così. qualche settimana fa, invece, ne ho trovata una morta e rinsecchita in terrazza. lo stato della salma faceva chiaramente intendere che, purtroppo, non si trattava di un residuo dello scorso anno, nascosto sotto un vaso per tutto l’inverno, ma ho continuato a crederci. fino a che una settimana fa, entrando in cucina per farmi un caffè, ne ho vista con orrore un’altra, rovesciata di schiena e zappentante, quindi viva, lungo il muro che corre tra il fornello e la porta dello sgabuzzino.

Non so mai che fare quando le trovo, l’istinto sarebbe quello di scappare, un odio profondo verso queste bestie che escono di notte quando dormi e non le vedi e al mattino si rintanano mi impedisce ogni altra reazione. ma questa rantolava, o almeno così me la sono immaginata, e non ho avuto neanche il coraggio di schiacciarla con una scarpa, perché non mi piace per niente neanche il ricordo di quel crack.

Allora l’ho lasciata lì, a consumare in pace, mi sono detta, la sua agonia di bestia. che è durata parecchio, troppo a un certo punto, tant’è vero che dopo un’ora – o così mi è sembrato il tempo che ho aspettato- l’ho presa con un foglio di carta e l’ho buttata insieme all’immondizia che avevo deciso di portare giù in cortile.

Da allora, ogni notte, anzi ogni mattino poco prima del risveglio, sogno animali. a volte sono loro, le piattole, che si presentano alla fine del mio sonno, peraltro abbastanza disturbato di questi tempi, in coppie, in famiglie, madre padre e piccoli figli intrecciati e ruzzolanti per le scale appena apro una porta, a ricordarmi che loro ci sono, che non faccia finta di niente perché basta uscire per vedere quello che non vorrei vedere. altre volte invece sono altri animali , pavoni o cani neri, marmotte, tassi, che popolano scorrazzando stretti cortili di vecchie case al primo piano.

Ne registro la presenza, ogni mattina, prima di mettere i piedi sulla terra. Mi ricordano che la vida no es sueño, come a volte vorrei. Mi lasciano una certa inquietudine addosso con cui fare i conti, che non tornano mai.

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