quanto ad essere felici

Quanto ad essere felici, questo è il terribilmente difficile, estenuante. Come portare in bilico sulla testa una preziosa pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e di fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille oscuri e pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata.

Cristina Campo, da una lettera a Gianfranco Draghi, febbraio 1959

[in esergo a Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza, 2020]

il perturbante

quando arrivano l’estate e il caldo, nel palazzo in cui abito, un palazzo tirato su negli anni ’70, progetti di edilizia speculativa, quattro appartamenti per pianerottolo, sei piani compreso il piano terra, per un totale di venti appartamenti di varia dimensione, dai cinquanta agli ottanta metri quadri, affaccio sul monte di fronte, vale a dire a nord, a tramontana e ai venti che arrivano giù di corsa dagli Appennini, oppure verso la piazza striminzita di pini e altri palazzi nati più o meno nello stesso periodo e quindi ugualmente tristi, nel mio palazzo, quindi, arrivano anche gli scarafaggi ovvero le piattole.

Solo il nome mi fa venire la nausea, ma tant’è: arrivano lo stesso. Quest’anno per ora poche. Avevo speranza che il virus le avesse sterminate, magari, ho detto, forse è andata così. qualche settimana fa, invece, ne ho trovata una morta e rinsecchita in terrazza. lo stato della salma faceva chiaramente intendere che, purtroppo, non si trattava di un residuo dello scorso anno, nascosto sotto un vaso per tutto l’inverno, ma ho continuato a crederci. fino a che una settimana fa, entrando in cucina per farmi un caffè, ne ho vista con orrore un’altra, rovesciata di schiena e zappentante, quindi viva, lungo il muro che corre tra il fornello e la porta dello sgabuzzino.

Non so mai che fare quando le trovo, l’istinto sarebbe quello di scappare, un odio profondo verso queste bestie che escono di notte quando dormi e non le vedi e al mattino si rintanano mi impedisce ogni altra reazione. ma questa rantolava, o almeno così me la sono immaginata, e non ho avuto neanche il coraggio di schiacciarla con una scarpa, perché non mi piace per niente neanche il ricordo di quel crack.

Allora l’ho lasciata lì, a consumare in pace, mi sono detta, la sua agonia di bestia. che è durata parecchio, troppo a un certo punto, tant’è vero che dopo un’ora – o così mi è sembrato il tempo che ho aspettato- l’ho presa con un foglio di carta e l’ho buttata insieme all’immondizia che avevo deciso di portare giù in cortile.

Da allora, ogni notte, anzi ogni mattino poco prima del risveglio, sogno animali. a volte sono loro, le piattole, che si presentano alla fine del mio sonno, peraltro abbastanza disturbato di questi tempi, in coppie, in famiglie, madre padre e piccoli figli intrecciati e ruzzolanti per le scale appena apro una porta, a ricordarmi che loro ci sono, che non faccia finta di niente perché basta uscire per vedere quello che non vorrei vedere. altre volte invece sono altri animali , pavoni o cani neri, marmotte, tassi, che popolano scorrazzando stretti cortili di vecchie case al primo piano.

Ne registro la presenza, ogni mattina, prima di mettere i piedi sulla terra. Mi ricordano che la vida no es sueño, come a volte vorrei. Mi lasciano una certa inquietudine addosso con cui fare i conti, che non tornano mai.

è nell’equilibrio

ma c’è anche, accanto a questo sguardo volto indietro, un’altra direzione, una spinta a guardare in avanti, a guardare altro, a superare d’un balzo il presente e lanciarsi verso il futuro, non necessariamente il mio, il futuro in sé. E’ nell’equilibrio tra le due spinte che probabilmente si trova la strada. Immaginarsi come un punto da cui partono rette in più direzioni, a quanto ne so: avanti- il futuro, indietro- il passato, verso il basso- la profondità, verso l’alto, la leggerezza. Tutte le direzioni vanno seguite: contemporaneamente, mi verrebbe da dire.

Only connect

“Mi piace solo raccontare le cose che amo: le persone e le opere che mi hanno segnato; i luoghi, le stagioni, le ore e i momenti che mi hanno commosso. Si tratta di individuare i legami segreti ma tenaci che permettono di unire i frammenti della vita. Sempre mi ripeto l’esortazione che Edward Morgan Foster appose come epigrafe a Casa Howard, uno dei più belli tra i suoi bellissimi libri: ” Only connect”: devi solo stabilire le connessioni…”
( Sandro Lombardi, Gli anni felici. Realtà e memoria nel lavoro dell’attore, Garzanti, 2004)

Questo, per esempio, l’ho trovato ieri sera frugando nei cassetti che ho lasciato aperti proprio per ritrovare le cose che ho messo dentro e non mi è sembrato un caso, aver ritrovato questa cosa qui, o forse è vero che ci si sofferma su quello che in quel momento ci sembra più adatto a descrivere il nostro stato.

Anche a me piacerebbe trovare i legami che uniscano i frammenti della mia vita. Nel momento in cui lo penso, però, mi sembra di fare letteratura e questo è sempre stato, da un certo momento in poi, il problema: accorgermi della finzione. In fondo, nello stesso momento in cui si inizia a scrivere quello che ci passa per la testa si fa finzione, siamo un personaggio, non si sa quanto lontano da quel personaggio che siamo nella realtà. Solo che del primo, quello che siamo scrivendo, ce ne rendiamo conto, con l’altro, invece, pretendiamo di essere noi.

Anche stabilire le connessioni è fare letteratura: ognuno racconta di sé la storia che vuole raccontare, i pezzi li metti insieme a costruire la forma che più ti piace, che più ti torna. E quando c’è una storia comune i pezzi non combaciano mai perfettamente, la figura viene sempre un po’ sbilenca.

la macchina del tempo

ho passato gran parte del pomeriggio a cercare di tornare indietro. per un attimo o due ce l’ho quasi fatta, mentre guardavo immagini e parole di un tempo. ce l’ho fatta, quasi, a ritornare, a sentirmi come ero. ce l’ho fatta, o quasi, a parlare con chi allora mi parlava. poi è finita lì. non esiste una macchina del tempo, ma se esistesse la prenderei subito. rifarei quello che ho fatto? credo di sì, ma con consapevolezza. dovrebbero sempre darti una seconda possibilità, in tutte le cose.

eppure vorrei tornare indietro, essere come ero allora, quando mi sembrava che la vita fosse aperta davanti a me. c’è stato un momento, un mese, forse due in cui tutto mi è sembrato possibile. poi tutto si è chiuso o almeno così mi pare oggi.

ma non è più il momento di scherzare, il momento di fingere. è il momento di sapere dove si vuole andare, per questo pezzo di strada che ci resta.

Jo Shapcott, “Della mutabilità”, (trad. Paola Splendore), Del Vecchio Editore, 2015