Una foto

Perché mi piace tanto questa foto ?, penso. In realtà, qui, il commento,”è bellissima”, nasce da una commozione che chiamerò umana. Che non è quella legata alla figura di Primo Levi che ci è stato insegnato a conoscere, il Levi dei campi di concentramento, ma da quello che Levi è stato in tutto il suo essere un grande intellettuale e un grande uomo e che questa foto mi sembra che ci mostri, come dicono bene gli articoli di Doppio Zero a cui si fa riferimento in un commento del post che ho condiviso (su fb).

La commozione nasce, per me, dalla postura del corpo di Levi, proteso verso lo schermo e dal modo in cui lo fissa. In questa postura si rivela lo sforzo di concentrazione e di pensiero di Levi. E questa sensazione, stranamente, mi commuove, da una parte perché mi appare come la foto di un tempo che fu, un tempo in cui la macchina era strumento, uno strumento con cui “dialogare” a tu per tu, con una concentrazione, appunto, che oggi è molto difficile ritrovare qui davanti, con quella stessa capacità di pensiero articolato e lento che avevamo prima che il mondo ci sembrasse un caos, una palla in fiamme lanciata verso chissà dove. L’altra parte della commozione, invece, è proprio per Levi, come se attraverso questa immagine e le molte altre che ci sono di lui e il suo pensiero potesse in qualche modo mostraci una strada, come un invito a leggere e rileggere le tante cose che ha scritto su tutto, come se Levi potesse diventare, almeno qui in Italia, un antidoto. Quindi, un po’ la commozione che si prova davanti a uno che si scopre maestro, che si vorrebbe avere come maestro. E anche sentire che bisognerebbe un po’ cercare di somigliare a lui, imparare: osservare, chiedere, pensare, parlare.