Oh, io fossi un cerilo

che sul fiore dell’onda vola con le alcioni

col cuore sgombro d’affanni, sacro uccello color del mare.

(Alcmane, VII secolo a.c.)

 

je n’ai pas oublié

Je n’ai  pas oublié, voisine de la ville,

notre blanche maison, petite mais tranquille,

sa Pomone de plâtre et sa vielle Venus

dans un bosquet chétif cachant leurs membres nus,

et le soleil, le soir, ruisselant et superbe,

qui, derrière la vitre où se brisait la gerbe,

semblait, grand oeil ouvert dans le ciel curieux,

contempler nos diners longs et silencieux,

répandant largement ses beaux reflets de cierge

sur la nappe frugale et les rideaux de serge.

(Charles Baudelaire, Fleurs du mal)

Avendo prima letto il libro dei miti

e caricato la macchina fotografica,

e tastato la lama del coltello,

mi misi

l’armatura di gomma nera

le pinne assurde

la maschera seria e ingombrante.

mi tocca far questo

non come Costeau con la sua

équipe assidua

a bordo della goletta inondata di sole

ma qui da sola.

C’è una scala.

La scala c’è sempre

pende innocente

al fianco della goletta.

Sappiamo a che serve,

noi che l’abbiamo usata.

Altrimenti

è un pezzo di filamento marino

un attrezzo qualsiasi.

Scendo.

Piolo dopo piolo e ancora

l’ossigeno mi immerge

la luce azzurra

gli atomi chiari

della nostra aria umana.

Scendo.

Le pinne mi paralizzano,

striscio come un insetto giù per la scala

e non c’è nessuno

a dirmi quando l’oceano

comincia.

Prima l’aria è azzurra e poi

è più azzurra e poi verde e poi

nera vedo tutto nero eppure

la maschera è buona

pompa forza al mio sangue

il mare è un’altra storia

il mare non è questione di forza

devo imparare da sola

a muovere il corpo senza sforzo

nel profondo dell’elemento.

E ora: è facile dimenticare

perché sono venuta

in mezzo a chi è sempre

vissuto qui

agitando ventagli smerlati

fra le scogliere

e inoltre

si respira in modo diverso quaggiù.

Sono venuta a esplorare il relitto.

Le parole sono propositi.

Le parole sono mappe.

Sono venuta a vedere il danno che è stato fatto

e i tesori che sono rimasti.

Carezzo il raggio della mia lampada

lentamente lungo il fianco

di qualcosa di più duraturo

dei pesci o delle alghe

la cosa per cui venni:

il relitto e non la storia del relitto

la cosa stessa e non il mito

il volto annegato che sempre guarda

verso il sole

la prova del danno

erosa dal sale e dai flutti a questa bellezza consunta

le costole del disastro

che curvano  la loro asserzione

fra i cauti fantasmi.

Questo è il posto.

E sono qui, la sirena i cui capelli scuri

fluttuano neri, il tritone dal corpo corazzato.

Giriamo in silenzio

attorno al relitto

ci tuffiamo nella stiva.

Io sono lei: io sono lui

il cui volto annegato dorme a occhi aperti

i cui seni ancora portano il peso

il cui carico d’argento, rame, vermeil giace

oscuro nei barili

semi-incastrati e lasciati a marcire

noi siamo gli strumenti semi-distrutti

che un tempo tennero la rotta

il solcometro corroso dell’acqua

la bussola impazzita

Siamo, sono, sei

per viltà o per coraggio

quell’uno che torna sempre

a questa scena

portando un coltello, una macchina fotografica

un libro dei miti

nel quale

i nostri nomi non compaiono.

1972

Adrienne Rich, Esplorando il relitto, Poesie, Savelli Editore,1979, a cura di Liana Borghi

cropped-201057224547_palombaro-in-bici1.jpeg

un cavaturaccioli

mi hanno detto che forse il tempo è circolare, che forse si può tornare al punto da cui eravamo partiti un tempo.

Già per me è un problema sapere da dove devo ripartire, eventualmente. Sto qui i pomeriggi a pensare al momento in cui ero felice per fermarlo e a volte mi pare di averlo anche trovato ma mi sfugge subito, mi sa che non era quello. In ogni momento della vita che mi ricordo, di quella che non ricordo non saprei, forse è lì il ripristino del sistema.

E comunque non ho una grande memoria, anzi sempre meno, come se tutto si stesse dileguando come polvere fine. O forse, ho pensato, in realtà la mia vita è tutta polvere fine con qualche pezzetto più grosso qua e là.

Si dà anche un’altra interpretazione: che io la memoria non la voglia usare. Infatti i ricordi mi compaiono sempre nei momenti più, appunto, impensati. Come un click nella testa, un risveglio improvviso. Ah, ecco.

Da qualche tempo i ricordi click non mi piacciono. Parole click, soprattutto. Piccoli momenti quotidiani click. Mi fermo, ricordo, sospiro; dico no.

In realtà poi, dietro i ricordi click se ne aprono anche altri, più che altro mi apro io. Cioè, se volessi, dietro ai ricordi click vedo piazze che si aprono, io che cammino e ti so poco distante.  Ma queste piazze che si aprono mi intristiscono, perché sono, adesso, come un sogno, tanto che mi domando se davvero io in quelle piazze lì, con te poco distante, ci sono stata davvero o in quale sogno mi trovavo allora e perché questo sogno non mi riesce di ricordarmelo più.

Cosa ci è passato sopra, mi chiedo.

A volte mi dico che è un bene che non sogni più, che è questo che voglio, smettere di sognare, basta sogni, illusioni, immaginazione, vogliamo vivere mi hanno detto, ma mi manco sognando, mi manco tanto. La vita mi sembrava più bella.

e io a volte mi chiedo se eravamo noi, quelle due persone, quasi vent’anni fa per via Nazionale; due persone che hanno conversato così gentilmente, urbanamente, nel sole che tramontava; che hanno parlato forse un po’ di tutto, e di nulla; due amabili conversatori, due giovani intellettuali a passeggio; così giovani, così educati, così distratti, così disposti a dare l’uno dell’altra un giudizio distrattamente benevolo; così disposti a congedarsi l’uno dall’altra per sempre, quel tramonto, a quell’angolo di strada.

Forse il tempo è un cavaturaccioli, giri in tondo, ma vai sempre un po’ più avanti.