sotto le ali di uno stormo sterminato di albatri di lino

Gli specchi di J.Rodolfo Wilcock

Costretto a letto dalla sua infermità, Lorbio si è fatto sistemare nella stanzetta della clinica due grandi specchi paralleli: uno copre la parete di sinistra, l’altro quella di destra. Così il malato si vede rispecchiato dalla testa ai piedi, da una parte e dall’altra, e può illudersi di stare in una stanza o corsia a tre, anzi a molti letti, in compagnia di una quantità di altri malati che d’altronde gli assomigliano molto. I suoi vicini di letto, Lorbio li chiama Destrino e Sinistrino: Destrino sembra leggermente più giovane di lui, Sinistrino è il più anziano dei tre; per il resto tutti e tre fanno sempre le stesse cose o quasi, alla stessa ora, con gli stessi movimenti. In questo senso si può dire che nessuno ha mai visto tre compagni di corsia raggiungere un accordo così perfetto. E poi sono molto discreti: se Lorbio sta parlando con Destrino, Sinistrino volge la testa dall’altra parte; e lo stesso fa Destrino non appena il suo compagno rivolge la parola a Sinistrino. Quando Lorbio si alza per far vedere a Sinistrino il nuovo romanzo di Tarzan che gli ha portato la cugina, e glielo porge per confrontarlo che poco prima pure l’amico ha avuto in dono da sua cugina, Destrino si alza discretamente e volgendo le spalle a tutt’e due fa vedere anche lui il suo romanzo di Tarzan all’altro suo vicino di letto. E non è lui soltanto, perché nella vasta sala, a perdita d’occhio, tutti i malati si sono alzati allo stesso tempo per confrontare i loro romanzi di Tarzan. Ma Lorbio non si cura di quegli altri più lontani, anzitutto perché vede male e poi perché non sa chi sono né come si chiamano.

A volte, quando arriva la suora, Lorbio fa finta di non vederla, per scherzare, e invece saluta la suora di Destrino, che in quel momento stesso è entrata dall’altra porta; Destrino ha capito subito lo scherzo e invece di salutare la propria suora dà il buongiorno a quella di Lorbio. E per non essere da meno dei suoi compagni, Sinistrino si rivolge dall’altra parte e saluta un’altra suora entrata da un’altra porta. Questo scherzo del saluto piace abbastanza a Lorbio, soprattutto quando le suore, forse perché sono gelose e non vogliono che i loro malati facciano finta di non vederle, scuotono tutte il capo insieme, e l’intera corsia d’ospedale sembra tremare sotto le ali di uno stormo sterminato di albatri di lino.

Diverse volte, dal letto stesso, Lorbio ha provato a insegnare a Sinistrino il gioco della morra, ma senza successo perché da quando la lebbra li ha lasciati senza le orecchie tutt’e due sono sordi, come d’altronde è sordo Destrino. Perciò, nonostante la loro unanimità di movimenti, in realtà ciascuno di loro è costretto a vivere, per così dire, chiuso in se stesso. Di notte, però, è come se fossero più uniti. Lorbio ha una candela; quando il dolore non lo lascia dormire, accende la sua candela, e alla luce festosa di tutti quei lumi simultaneamente accesi, in piedi sul letto, si tira su la camicia da notte e fa un ballettino spericolato, imitato da tutti gli altri malati della sala, anche loro in piedi sui loro letti; lo chiamano il ballo della candela.

(J. Rodolfo Wilcock, da Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi)

quella testa calda di Ettore

Mi piace quando
Achille
viene ucciso
e anche il suo compagno Patroclo –
e quella testa calda di Ettore
e quando tutta la jeunesse dorée
greca e troiana
con maggiore o minore
perizia è trucidata
così che infine
regnano pace e quiete
(gli dèi per un istante
tengono il becco chiuso)
si può sentire
un uccello cantare
e una figlia chiedere alla madre
se può andare al pozzo
e lei, certo, può andarci
per quel grazioso sentiero
che serpeggia
nel boschetto di ulivi.

Charles Simic, “Stufo di proporzioni epiche”, da “Austerità”, in “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002, traduzione di Andrea Molesini