leggendo Naipaul

Ieri mi sono presa da leggere un libro di Naipaul. Non che non avessi niente da leggere, sul comodino sui tavoli al bagno sopra la lavatrice ovunque ti giri vedi libri appena comprati appena inziati appena messi da parte per iniziarne altri ritrovati dopo averli appena perduti. Ma ieri mi sono presa un libro di Naipaul. V.S. Naipaul. Vidiadhar Surajprasad Naipaul, trinidadiano, vale a dire nato a Trinidad e Tobago e, incredibile a dirsi dopo queste origini, premio Nobel per la letteratura nel 2001.

Il libro si intitola L’enigma dell’arrivo, credo sia l’ultimo che ha scritto. Di libri di Naipaul ne ho sfogliati molti in questi anni, ma non ne ho mai comprato uno, non avevo neanche idea di cosa parlassero e non mi interessavano. Ieri ho visto questo su uno scaffale e l’ho preso in mano e l’ho aperto e ho letto qualche riga. Queste:

Andai a vivere nel Wilshire, nel cottage o bungalow dell’amico di un amico, nel 1970; e vi rimasi per undici anni. Fu un periodo molto felice. Non ero mai vissuto in una casa che mi piacesse tanto, in un ambiente così straordinario e stimolante, e il mio lavoro procedeva a gonfie vele.

Non so cosa mi ha convinto in queste prime frasi a prendere questo libro e a leggerlo. Forse il periodo molto felice o il fatto che sia possibile in ogni momento della vita incontrare una casa che ci piaccia tanto dove vivere felicemente.

All’inizio ho pensato che Naipaul parlasse di se stesso e con questa idea leggevo le pagine del suo libro.

Avrei dovuto imparare in questi anni che non esiste una distinzione tra quello che è biografico e quello che è inventato e soprattutto che non va cercata leggendo un libro, non è questo il modo giusto di leggere qualcosa che viene definito romanzo.

In effetti qualcosa ho dovuto imparare, se dopo qualche pagina l’idea che quello che parlava dicendo io fosse Naipaul mi ha abbandonato, non ci ho pensato più, mi è diventato indifferente che fosse lui o un personaggio inventato e che le persone di cui parlava fossero davvero esistite e davvero si chiamassero Jack o avessero Land Rover su cui percorrere le strade di campagna vicine a Salisbury.

Ogni tanto incontro dei libri che mi catturano subito. Non è una cosa che accade molto spesso, non con questa intensità, che spero di non smentire adesso che l’ho detto. Uno che mi aveva catturato così era stato Sebald, anche lui come Naipaul un camminatore solitario.

Credo che sia questo che mi piace di questi libri, che il protagonista cammina e osserva e parla poco e tutto sommato è felice e curioso di quello che vede intorno, della natura, delle piante, degli animali, delle case dismesse, descrive il cielo, il tempo, il clima. Osserva i lavori e il comportamento degli uomini, deduce dai silenzi le cose che accadono .

Sono libri, quelli di Sebald e questo, in cui si parla pochissimo e si racconta molto e si racconta da un tempo lontano, come se ci fosse, tra le cose accadute e il racconto, quella distanza che ti permette di rivederle davanti a te come se accadessero ora, ma con il velo del tempo davanti.

Una settimana vennero uomini e macchine, e in pochi giorni la strada fu ricoperta da uno strato liscio di ghiaia mescolata ad asfalto. Il colore nero e l’aspetto di cosa fatta a macchina apparivano troppo nuovi e innaturali rispetto all’erba folta che cresceva ai margini. Ma il manto steso tanto in fretta era fatto per durare: e, quasi a garanzia di ciò, sulla strada maestra misero il cartello giallo della ditta che eseguiva i lavori, subito prima della stradina, e tagliarono un lato del cartello a forma di freccia direzionale.  La novità non mi piacque. Mi parve che minacciasse ciò che avevo trovato e in cui cominciavo appena a entrare. Non mi piacevano quella nuova operosità, le nuove macchine, la potatra meccanica del biancospino e delle rose canine, che aveva danneggiato le piante. E non volevo che il nuovo manto della stradina durasse a lungo. Cercai qualche fessura, qualche screpolatura, e sperai che le piccole abrasioni che vi avevo trovato, le tracce di erosione, si allargassero e rendessero impossibile- qui la fantasia prendeva il sopravvento della ragione- alle macchine di stendere un nuovo manto d’asfalto. Naturalmente mi rendevo conto che si trattava solo di fantasie: sebbene la fattoria sorgesse in mezzo a rovine d’ogni tipo, a ricordo di quanto poco durino le opere dell’uomo, il lavoro umano aveva anche un altro aspetto. Gli uomini vanno e poi tornano, più e più volte. Piccole erano le caravelle che varcarono l’Atlantico ed entrarono nell’uniforme storia dell’altra sponda; pochi erano gli uomini a bordo di quelle navicelle, e limitati i loro mezzi, quasi insignificanti. Ma ritornarono. E cambiarono per sempre la storia di quella parte del mondo.

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