La lettera

Non era facile dire esattamente quando fosse avvenuto il cambiamento, ma Jonna era cambiata, di sicuro le era successo qualcosa. Non si notava molto, non abbastanza da chiederle se stava poco bene o se era triste per qualche motivo- no, era qualcosa di impercettibile, impossibile da precisare, ma c’era. Nessuna irritazione, nessun malumore, nessun silenzio carico di significato, Mari però sapeva che Jonna stava rimuginando qualcosa di cui non voleva parlare.

Si vedevano solo la sera, perché Mari lavorava agli schizzi per le illustrazioni di un libro, una grossa commissione che la rendeva felice e insieme ansiosa. Quando arrivò da Jonna la cena era pronta. Mangiarono come al solito con un libro accanto al piatto, più tardi accesero la televisione; era tutto tranquillo e tutto come al solito, ma Jonna era in qualche modo distante, molto lontana da lì. Mari aveva apparecchiato con i piatti sbagliati e dimenticato i tovaglioli, e Jonna non aveva criticato. Il vicino faceva le scale al pianoforte, e lei non ci badava. Alla radio trasmettevano Johnny Cash e lei non l’aveva registrato. Era inquietante. Quando finì il film non disse una parola di commento, benché fosse Renoir. Erano sedute una di fronte all’altra nella biblioteca e , tanto per fare qualcosa, Mari si mise a sfogliare la posta impilata nella scrivania. Jonna afferrò bruscamente le lettere e se le portò nell’atelier.

A quel punto Mari trovò il coraggio di chiederle: ” Jonna, c’è qualcosa che non va?”

“In che senso? ” rispose lei.

“C’è qualcosa che non va.”

“Niente affatto. Sto solo lavorando. Sto lavorando bene. Finalmente ho ingranato.”

“Sì, lo so. Non sei arrabbiata con me per qualche motivo? Forse qualcuno si è comportato male con te?”

“No, no. Non so di cosa parli.” Jonna accese le televisone e si mise a guardare un programma idiota che tentava di essere divertente, uno di quelli col pubblico che ride tutto il tempo.

Mari chiese:” Vuoi un po’ di caffè?”

“No, grazie.”

“Un drink?”

“No. Prendilo tu, se vuoi.”

“Forse vado a casa”, disse Mari e aspettò, ma Jonna non rispose.

Allora Mari si versò da bere e dopo averci pensato su un bel po’ disse, scegliendo bene le parole, che Jonna era molto importante per lei e che le sarebbe stato davvero impossibile cavarsela da sola. Ma fu uno sbaglio, un grosso sbaglio. Jonna saltò in piedi e spense la televisione, tutta l’evasività, tutto il non detto svanirono nel nulla e lei esplose: “Non dire così! Non sai cosa mi stai dicendo! Così mi getti nella disperazione! Lasciami in pace!”

La sorpresa fu tale che Mari non poté evitare di sentirsi in imbarazzo. Si sentirono entrambe in imbarazzo. Poi iniziarono ad essere molto cortesi l’una con l’altra.

Mari disse. ” Penso che laverò i piatti domani mattina, se non hai intenzione di metterti a lavorare troppo presto”:

“No, non credo di cominciare prima delle dieci”

“Non chiamo perché tanto stacchi il telefono, vero?”

“Esatto, “rispose Jonna. “Il succo ce l’hai?”

“Sì, ce l’ho. Ciao.”

“Ciao.”

Mari pensava che non sarebbe riuscita a dormire, e invece si addormentò all’istante senza nemmeno avere il tempo di accorgersi di essere infelice. Solo il mattino dopo, quando pian piano si ricordò cos’era successo, si sentì male, terribilmente male. Ogni parola di Jonna le riecheggiava dentro fino all’ossessione, l’espressione, la voce con cui l’aveva pronunciata, – e, implacabile, la domanda: come ha potuto dire quelle cose, perché, perché, perché? Vuole liberarsi di me.

Si precipitò attraverso la soffitta, entrò nell’atelier di Jonna e senza il minimo riguardo né diplomazia gridò: “Perché vuoi liberarti di me?”

Jonna la fissò un momento, poi disse: “Leggi questa”, e le allungò una lettera.

“Non ho gli occhiali”, protestò Mari fuori di sé. “Leggila tu, leggimela!”

E Jonna lesse. Le era stato assegnato un atelier a Parigi per un anno. L’utilizzo era riservato escusivamente a lei. L’affitto era molto basso, si trattava di un riconoscimento prestigioso a livello internazionale. Risposta entro dieci giorni.

“Dio santo”, disse Mari. “Tutto qui?” Si sedette e cercò di ridimensionare le paure.

“Adesso capisci”, disse Jonna. “Non so cosa fare. Forse è meglio rifiutare.”

Una miriade di possibilità e impossibilità attraversarono veloci la mente di Mari: condividere l’atelier di nascosto, affittare una stanza nelle vicinanze, raggiungerla più avanti quando avrebbe terminato le illustrazioni, non ci sarebbero voluti molti mesi. Poi guardò Jonna e in un attimo capì: voleva davvero lavorare in pace, per un anno intero, adesso che aveva ingranato bene.

“È meglio che rifiuti”, ripeté Jonna.

Mari dichiarò: “No. Credo che si possa fare.”

“Davvero? Lo pensi davvero?”

“Sì. Ho bisogno di molto tempo per queste illustrazioni. Devono venire bene.”

“Ma voglio dire” disse Jonna del tutto sconcertata. “Le illustrazioni…”

“Appunto. Devono venire bene e ci vuole tempo. Forse non hai capito quanto sono importanti per me.”

“Certo che l’ho capito!” sbottò Jonna, e si lanciò in una lunga disquisizione sull’importanza delle illustrazioni, il lavoro coscienzioso, la concentrazione, la necessità di non essere disturbati per arrivare a un buon risultato.

Mari non la stava molto a sentire, un pensiero azzardato stava prendendo forma nella sua mente: la possibilità di una perfetta solitudine in pace e aspettativa, quasi una specie di gioco che ci si può permettere quando si è nello stato di grazia dell’amore.

Tove Jansson, Fair Play, Iperborea, 2017

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Tove Jansson e Tuulikki Pietilä

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