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Archive for febbraio 2017

ricordarsi di respirare

Ci sono momenti che, quante volte ho cominciato così un racconto, è dire troppo, piuttosto una frase da metter in questo blog, che bisogna starsene come in apnea, chiudere gli occhi e aspettare, solo aspettare, non hai altro da fare, aspettare forse di risvegliarsi e che sia stato un sogno, come quello di mio padre di stanotte alle cinque o forse erano le quattro o addirittura le tre e mezza quando me lo ha detto, guardandomi con quei suoi occhietti che in questi giorni mi sono apparsi per quello che veramente sono, cioè gli occhi di un vecchietto che ha fatto il buono per tutta la vita e che adesso forse ritrova a un passo dalla morte una strana, per me strana che non l’ho mai vista da che sono cosciente di quel che vedo,  furbizia ironica che forse a pensarci bene c’era  però nei suoi occhi di ragazzo, in certe foto che ricordo adesso di aver visto.

Un sogno, sia stato tutto questo un sogno e quando ti risvegli sarai nel magico mondo di Oz e tutto sarà bellissimo e tu respirerai di nuovo come prima e ci sarà il sole e dalla finestra della tua stanza tu vedrai il cielo azzurro della primavera e le rondini garrire, che le rondini garriscono, per chi ancora non lo sapesse e siccome ogni cosa ha un suo nome, perché non devono averlo i versi che gli animali fanno?  quindi, tutto sarà bello, quasi come in quel film che adesso, in questo istante non ricordo come si intitola, ma già nell’ istante-dopo me lo ricordo, se riesco a scriverlo in fretta, Truman show. Ci siamo fatti imbrogliare dal nostro creatore regista direttore di produzione: il mondo non è come appare, ma basta chiudere gli occhi e restare un poco in apnea per sperare che possa cambiare.

Il mondo non è come appare, il mondo, diceva quel tale lì, è rappresentazione.

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Non era facile dire esattamente quando fosse avvenuto il cambiamento, ma Jonna era cambiata, di sicuro le era successo qualcosa. Non si notava molto, non abbastanza da chiederle se stava poco bene o se era triste per qualche motivo- no, era qualcosa di impercettibile, impossibile da precisare, ma c’era. Nessuna irritazione, nessun malumore, nessun silenzio carico di significato, Mari però sapeva che Jonna stava rimuginando qualcosa di cui non voleva parlare.

Si vedevano solo la sera, perché Mari lavorava agli schizzi per le illustrazioni di un libro, una grossa commissione che la rendeva felice e insieme ansiosa. Quando arrivò da Jonna la cena era pronta. Mangiarono come al solito con un libro accanto al piatto, più tardi accesero la televisione; era tutto tranquillo e tutto come al solito, ma Jonna era in qualche modo distante, molto lontana da lì. Mari aveva apparecchiato con i piatti sbagliati e dimenticato i tovaglioli, e Jonna non aveva criticato. Il vicino faceva le scale al pianoforte, e lei non ci badava. Alla radio trasmettevano Johnny Cash e lei non l’aveva registrato. Era inquietante. Quando finì il film non disse una parola di commento, benché fosse Renoir. Erano sedute una di fronte all’altra nella biblioteca e , tanto per fare qualcosa, Mari si mise a sfogliare la posta impilata nella scrivania. Jonna afferrò bruscamente le lettere e se le portò nell’atelier.

A quel punto Mari trovò il coraggio di chiederle: ” Jonna, c’è qualcosa che non va?”

“In che senso? ” rispose lei.

“C’è qualcosa che non va.”

“Niente affatto. Sto solo lavorando. Sto lavorando bene. Finalmente ho ingranato.”

“Sì, lo so. Non sei arrabbiata con me per qualche motivo? Forse qualcuno si è comportato male con te?”

“No, no. Non so di cosa parli.” Jonna accese le televisone e si mise a guardare un programma idiota che tentava di essere divertente, uno di quelli col pubblico che ride tutto il tempo.

Mari chiese:” Vuoi un po’ di caffè?”

“No, grazie.”

“Un drink?”

“No. Prendilo tu, se vuoi.”

“Forse vado a casa”, disse Mari e aspettò, ma Jonna non rispose.

Allora Mari si versò da bere e dopo averci pensato su un bel po’ disse, scegliendo bene le parole, che Jonna era molto importante per lei e che le sarebbe stato davvero impossibile cavarsela da sola. Ma fu uno sbaglio, un grosso sbaglio. Jonna saltò in piedi e spense la televisione, tutta l’evasività, tutto il non detto svanirono nel nulla e lei esplose: “Non dire così! Non sai cosa mi stai dicendo! Così mi getti nella disperazione! Lasciami in pace!”

La sorpresa fu tale che Mari non poté evitare di sentirsi in imbarazzo. Si sentirono entrambe in imbarazzo. Poi iniziarono ad essere molto cortesi l’una con l’altra.

Mari disse. ” Penso che laverò i piatti domani mattina, se non hai intenzione di metterti a lavorare troppo presto”:

“No, non credo di cominciare prima delle dieci”

“Non chiamo perché tanto stacchi il telefono, vero?”

“Esatto, “rispose Jonna. “Il succo ce l’hai?”

“Sì, ce l’ho. Ciao.”

“Ciao.”

Mari pensava che non sarebbe riuscita a dormire, e invece si addormentò all’istante senza nemmeno avere il tempo di accorgersi di essere infelice. Solo il mattino dopo, quando pian piano si ricordò cos’era successo, si sentì male, terribilmente male. Ogni parola di Jonna le riecheggiava dentro fino all’ossessione, l’espressione, la voce con cui l’aveva pronunciata, – e, implacabile, la domanda: come ha potuto dire quelle cose, perché, perché, perché? Vuole liberarsi di me.

Si precipitò attraverso la soffitta, entrò nell’atelier di Jonna e senza il minimo riguardo né diplomazia gridò: “Perché vuoi liberarti di me?”

Jonna la fissò un momento, poi disse: “Leggi questa”, e le allungò una lettera.

“Non ho gli occhiali”, protestò Mari fuori di sé. “Leggila tu, leggimela!”

E Jonna lesse. Le era stato assegnato un atelier a Parigi per un anno. L’utilizzo era riservato escusivamente a lei. L’affitto era molto basso, si trattava di un riconoscimento prestigioso a livello internazionale. Risposta entro dieci giorni.

“Dio santo”, disse Mari. “Tutto qui?” Si sedette e cercò di ridimensionare le paure.

“Adesso capisci”, disse Jonna. “Non so cosa fare. Forse è meglio rifiutare.”

Una miriade di possibilità e impossibilità attraversarono veloci la mente di Mari: condividere l’atelier di nascosto, affittare una stanza nelle vicinanze, raggiungerla più avanti quando avrebbe terminato le illustrazioni, non ci sarebbero voluti molti mesi. Poi guardò Jonna e in un attimo capì: voleva davvero lavorare in pace, per un anno intero, adesso che aveva ingranato bene.

“È meglio che rifiuti”, ripeté Jonna.

Mari dichiarò: “No. Credo che si possa fare.”

“Davvero? Lo pensi davvero?”

“Sì. Ho bisogno di molto tempo per queste illustrazioni. Devono venire bene.”

“Ma voglio dire” disse Jonna del tutto sconcertata. “Le illustrazioni…”

“Appunto. Devono venire bene e ci vuole tempo. Forse non hai capito quanto sono importanti per me.”

“Certo che l’ho capito!” sbottò Jonna, e si lanciò in una lunga disquisizione sull’importanza delle illustrazioni, il lavoro coscienzioso, la concentrazione, la necessità di non essere disturbati per arrivare a un buon risultato.

Mari non la stava molto a sentire, un pensiero azzardato stava prendendo forma nella sua mente: la possibilità di una perfetta solitudine in pace e aspettativa, quasi una specie di gioco che ci si può permettere quando si è nello stato di grazia dell’amore.

Tove Jansson, Fair Play, Iperborea, 2017

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Tove Jansson e Tuulikki Pietilä

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città

 

Ho chiamato Lisbona prima Città cromatica e poi speziata: ecco, Città Speziata (gewürzte Stadt) è straordinaria invenzione di Ingeborg Bachmann riferita a Napoli: ma sono molte le Città Speziate di cui ho memoria e che lasciano nella mente il medesimo sapore di luce marina e d’intonaci come meridiane sulle quali il cielo e gli sguardi hanno unito la loro attesa: Atene, dove la gente sembra ancora vivere “fuori casa”, come nella tradizione mediterranea, chiacchierando ininterrottamente e godendo del piacere fisico e appagante della parola; Siracusa, che sfavilla dell’oro della sua pietra in Ortigia, profumando degli odori d’una cucina ricchissima e saporita e che, in quella sua Piazza a forma d’occhio, perpetua lo slancio del guardare per conoscere e del conoscere traverso la fisicissima luce che sale dal mare; Granada, da dove, malgrado tutto, né Arabi né Ebrei sono andati veramente via; Arles che qui mi piace ricordare legata al nome del fotografo Lucien Clergue, maestro del bianch’e nero e della conversazione tra luce e ombra e fondatore dei Rencontres d’Arles –  rencontres/incontri, appunto, nel cuore di un’Europa che si sta allontanando sempre più da sé stessa, avvitandosi in un autismo catastrofico; e Lisbona, infine, mediterraneo avamposto di fronte all’Atlantico, atlantico transoceanico navigare incontro al Mediterraneo.

L’immagine, la musica, e il testo che qui segue, l’ho trovata qui.

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E poi tutti i gusti son gusti, no?

(via Controradio)

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Oggi è un bel giorno per andare al mare, Marsilia, c’è un cielo azzurro di quelli che piacciono a te e non è più così freddo come nei giorni scorsi. Certo dovremmo fare veloci a decidere perchè ancora le giornate non sono così lunghe come in primavera e il buio ci potrebbe cogliere lungo la strada e tutto allora diventerebbe improvvisamente triste. Potremmo decidere di non andare per autostrada, ma fare la provinciale e così potremmo felicemente perderci e non sapere più dove stiamo andando, ma osservare quello che abbiamo intorno per vedere se per caso siamo già passate di lì oppure le strade sono altre da quelle che già conosciamo. Tu non la smetterai di fare foto io mi guarderò intorno. Poi sul mare ci toglieremo le scarpe, la sabbia sarà già un po’ calda, forse, ma umida, io mi rimetto i calzini, il cane accennerà una piccola corsa verso un’onda e prenderà in bocca un bastone per poi allontanarsi. Penserò che il mare è d’inverno e mi metterò a testa bassa a cercare conchiglie e pezzi di legno senza riuscire a trovare quello da mettere in tasca. Passerà sulle nostre teste un areoplano volando basso e in lontananza vedremo le isole nella foschia o forse la costa. Gente ci passerà accanto camminando, qualcuno corre, forse vedremo anche i cavalli. Osserveremo girandoci dall’altra parte le case e i palazzi gli alberghi e come tutte le volte diremo che in fondo non sarebbe stato poi così male se solo non avessero costruito così tanto e tu protesterai perchè in questo paese si costruiscono i bagni sulla spiaggia e non si vede neanche uno spicchio di  mare dalla strada e camminando cercherai il varco. Ti alzerai a un tratto e saprò che ti è venuta nostalgia del mare di casa. Ci sarà luce, la luce di quei posti lì, una luce fortissima e chiara. Sullo sfondo vedremo le montagne e mi verrà in mente una poesia di D’Annunzio di cui non ricorderò i versi e che non ti dirò. E guardando le montagne saremo silenziose, io e te, non sapendo che dire, perchè in fondo ci piace viaggiare e guardare. Forse mangeremo un gelato, più tardi.

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Saint Felix Laugarais

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Luigi Ghirri

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Le nostre anime di notte su Fahrenheit.

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Lame

Che tu sia per me il coltello,

non mi pare così  bello.

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Son partita che pensavo di averlo visto, poi no. Al minuto 38 sono stata quasi sicura di averlo visto, poi di nuovo no. Però è bello comunque.

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