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Archive for febbraio 2016

Una volta mi è capitato di pranzare con Celati e, dopo pranzo, di fare con lui una passeggiata nelle colline dell’Appennino emiliano. Conoscendo i suoi scritti e il suo amore per il camminare, pensavo a una lunga passeggiata verso Canossa. E invece restammo imprigionati nel primo boschetto dietro casa per qualche ora, semplicemente a togliere edera, vitalba e altre piante infestanti da querce, olmi, frassini, aceri campestri, ciliegi selvatici. Era stata un sua idea o forse soltanto una reazione spontanea, non meditata, a un suo modo di guardare le cose. Appena cominciata la passeggiata aveva visto questi alberi sommersi dai rampicanti, forse sofferenti, certo costretti; e aveva cominciato con le mani a disbrogliare gli intrecci di liane e rami che salivano sui tronchi fino alle foglie in alto. E la contentezza che provava nel liberare questi alberi dalle loro incrostazioni fu contagiosa per me e per chi era con noi. E ci trovammo tutti a tirare queste liane, a sfrondare gli alberi da questi parassiti indesiderati che, alla lunga, li avrebbero soffocati. Mi è sembrato quello un atto che solo chi è abituato a osservare con rispetto  il mondo riesce a pensare. Un atto che richiede delicatezza, perché sfilando le liane e l’edera non si vogliono strappare anche le foglie o i rami degli alberi. Un atto che ha bisogno di tempo.  Così come di tempo ha bisogno il tradurre, il raccontare, che è qualcosa di diverso, forse, dal riempire file di fotografie o scaffali di pubblicazioni, senza mai scendere dal fuoristrada, senza mai davvero accordarsi con il ritmo delle cose.
Franco Nasi http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/speciale-gianni-celati-alberi-e-parole

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a proposito di

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trovata qui

#maria; #bolaño; #kristeva; #fotografie (che non so più scrivere due parole in croce)

 

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incamminarsi

Sto per incamminarmi nel regno dei morti, è giusto che abbassi la voce. Per quanto mi riguarda, alcuni di essi non esistono più, mentre altri continuano a vivere nelle mie movenze, nella forma del mio cranio, nel modo in cui fumo una sigaretta o faccio l’amore, e quando mangio certi piatti mi sembra di agire su loro incarico. Sono tanti. per lungo tempo ci si sente soli tra gli esseri umani; finché un bel giorno si approda in mezzo ai propri morti, ci si accorge della loro presenza costante e discreta. Non fanno molto chiasso. Ho cominciato tardi a vivere in compagnia dei parenti di mia madre; un giorno ho udito la loro voce mentre stavo parlando, ho visto i loro gesti mentre salutavo qualcuno o sollevavo un bicchiere. La “personalità”, quel poco di nuovo che l’uomo aggiunge a se stesso, è trascurabile in confronto all’eredità che i morti ci hanno trasmesso. Persone che non ho mai visto continuano a vivere, ad agire, a produrre, a desiderare o temere qualcosa dentro di me. La mia faccia è la copia di quella del nonno materno, le mie mani mi sono state tramandate dalla famiglia di mio padre, il mio temperamento è uguale a quello di uno dei parenti di mia madre.

Sándor Márai, Confessioni di un borghese, Biblioteca Adelphi, a cura di Marinella D’Alessandro, 2003

donne-al-prato

Mia nonna e sua madre.

 

 

 

 

 


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E’ stato August Strindberg a coniare il termine bottonologia. Era infuriato e aveva bisogno di un’ingiuria. Quelle vecchie non erano adatte, così se ne inventò una nuova. Il divertente è che fosse nel racconto L’isola dei beati. Lo scrisse in Svizzera nel 1884 e, come al solito, l’intento non era solo di vendicarsi di ingiustizie di ogni genere e sorta.

Siccome per gli sfaccendati era difficile non fare proprio niente, si inventarono svariati lavoretti, più o meno insensati. Uno si mise a collezionare bottoni, un altro pigne d’abete, pino o ginepro, un terzo si procurò una borsa di studio per viaggiare all’estero.

l'arte di collezionare mosche

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