procrastinare

Di buone intenzioni è lastricato l’inferno, diceva più o meno il proverbio. Farò, dirò, andrò, leggerò. Ma non ho più vent’anni, lo spazio- temo- si fa più breve. Come una strada, un ponte di cui vedo già – a volte- la fine, brusca; come un taglio, i costruttori non avevano più soldi per portarlo in fondo, il piano regolatore, una protesta cittadina, chissà, quei raccordi autostradali mai finiti che terminano su se stessi. E’ ovvio che sia così, così è per tutti, lo so. Non mi inquieta più di tanto. Ma a volte, se alzo lo sguardo sulle colline e gli ulivi le case i cipressi e il cielo, mi dico che un giorno non vedrò più tutto questo e me ne dispiaccio. Allora vorrei amare la vita molto più di come la ami adesso, con più forza, più amore, per sempre. Così la vita bisognerebbe prenderla, mi dico, come se di vita ne avessi davanti tanta da permettermi il lusso di aspettare, di darle tempo, a lei, per cambiare da sola, andando avanti per forza di inerzia. Indecisa, insomma, tra il clinamen e l’urto delle molecole, tra lo zigzagare casuale, la vita come gioco e divertimento e accettazione del caos e dell’inaspettato, e vivere invece secondo un disegno che tu stessa hai progettato, salvo poi ricordarmi sempre, al finale, la storia dell’uomo che traccia sulla neve il disegno di una gru senza accorgersene e quella è la sua vita.

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