i nativi digitali

eniac3… dobbiamo andare a guardare in che cosa consisterebbe il «saper fare» digitale.

Scopriamo che si tratta della

abilità cognitiva di utilizzare l’alternativa «sì/no», «azione/inazione» all’interno del nuovo spazio digitale dello schermo che è diventato la tecnologia caratterizzante della trasmissione del sapere. Per esempio… la possibilità di attivare o non attivare un link ipertestuale all’interno di una pagina web, o la possibilità, più complessa, dal punto di vista cognitivo, di tracciare un percorso intenzionale tra i link, cioè di seguire, attraverso una decisione specifica questo o quel link in una pagina internet o un determinato percorso di gioco in una consolle.¹

Datemi un pizzicotto, per favore. Se questa è l’ intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative. Se invece questo è un semplice saper fare tra i mille su cui basare i percorsi di apprendimento, stiamo facendo molto rumore per nullaSe, infatti, si trova qui qualcosa di cognitivamente definito, non c’è niente di più che la capacità di prendere decisioni contestuali con l’aiuto della memoria e del linguaggio: come detto prima, niente di specifico, è una capacità generale, più o meno declinabile all’ambiente dello schermo tattile o della tastiera.

Ancora un elemento di contesto. Ferri fa gran caso del fatto che «oggi ogni cittadino del mondo ha accesso, almeno potenzialmente, a centinaia di milioni di gigabyte di informazione attraverso Internet, o meglio a tutta la conoscenza del mondo ». Compare un’altra parola da ponderare accuratamente, la parola «conoscenza». Si dovrebbe distinguere chiaramente, e non confondere tra loro, l’accesso all’ informazione e l’accesso alla conoscenza. Nessuno nega che sia abbia accesso all’informazione. Invece la frase «accesso alla conoscenza» non ha alcun significato, se per «conoscenza» si intende veramente la conoscenza, il sapere. Avere accesso all’enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo (bisogna appunto leggerlo), e leggere non è ancora capire (bisogna studiare, sperimentare, dimostrare, esercitarsi, padroneggiare).

Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è intelligenza e non è nemmeno conoscenza, se non, appunto, nel senso debole di una competenza – e addirittura una competenza pratica, un saper fare o sinanco un’abitudine; e non è granché neanche come pratica, come abbiamo visto: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collazionare link e condividerli con i membri di un social network, ripetutamente decantati da Ferri e da altri coloni digitali come tratti distintivi della pretesa mutazione antropologica.

Come siamo arrivati a tanta confusione, e dove andiamo a partire da qui? Fabrizio Tonello, che insegna Scienza dell’opinione pubblica all’Università di Padova, mette il dito sul centro esatto del problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei personal computer. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato ad usare gli strumenti digitali come protesi seminaturali. Si noti – e non è un punto banale- che è quanto fanno tanto i cosiddetti nativi che i cosiddetti immigranti digitali. Avrete notato anche voi i sempre più numerosi nonni che giocano con l’iPad, no? Avete notato una qualche difficoltà che incontrerebbero gli ultrasessantenni nel cliccare sulle icone, seguire link ipertestuali, effettuare semplici scelte binarie ecc., vale a dire nel manifestare chiari sinotmi di una stupefacente intelligenza digitale?  pensateci un istante: Apple non vuole privarsi di una fetta di mercato vendendo computer che soltanto una sparuta minoranza di amanti dei manuali di istruzioni potrebbe usare. Il suo mercato è globale e verticale. Tutti amiamo aprire una scatola e cominciare ad usare oggetti superergonomici e user-friendlyMa come ricorda il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, se parlare di «user-friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, allora una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici….. una massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali – per design- sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale; basta avere qualche emozione e intuizione di riserva.

1. P. Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011

Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, Laterza 2013.