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Archive for giugno 2013

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Sono 4 sorelle e sono state fotografate, mi pare di aver capito, dal marito di una di loro (ma quale?) per 36 anni di seguito dal 1975. Quello che colpisce non è l’invecchiamento, ma il modo in cui queste quattro donne diversamente invecchiano di anno in anno, come a dire che non c’è un modo di invecchiare solo e che l’invecchiamento va avanti e indietro negli anni, non è un rotolare lento e progressivo.  Della serie: la banalità del dì di festa.

Le altre foto qui (ma le devo a fb, ovviamente ahimè.)

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istanbul

E’ da alcuni giorni che molte persone, parenti, amici, turisti, mi chiedono se sono preoccupato per ciò che sta accadendo in Turchia. La risposta è no. Non sono preoccupato, per niente. Anzi sono felice.

Sono orgoglioso di essere qui in questo momento, di essere stato a Gezi Park fin dal primo giorno, quando eravamo meno di mille. Non avrei mai immaginato che quei mille in due giorni sarebbero diventati milioni. Una partecipazione improvvisa, spontanea, coinvolgente.

Ho visto resistere con forza alle violenze della polizia, ho visto l’immensa solidarietà di un popolo, ho visto chi non scendeva direttamente in piazza aiutare chi lo faceva in ogni modo. Ho visto lasciare sui davanzali delle finestre limoni, latte e aceto per le persone che dovevano difendersi dai lacrimogeni. Ho visto hotel che lasciavano aperte le loro porte 24 ore su 24 per dare rifugio ai manifestanti, ho visto ristoranti offrire a loro pasti gratis.

Ho visto ragazzi con la mascherina sulla bocca per difendersi e con l’iPhone in mano per attaccare.

Ho visto le ragazze attiviste dei musulmani anticapitalisti pregare in Piazza Taksim con il velo in testa e con la sciarpa degli ultrà anarchici del Besiktas al collo. Ho visto i curdi ballare in cerchio mano nella mano con i kemalisti.

Ho visto intelligenza, creatività. Ho visto boicottaggi che in due giorni hanno avuto successi clamorosi, costringendo televisioni e banche a chiedere scusa pubblicamente. Ho visto un enorme coraggio.

Ho visto la città lampeggiare e risuonare all’unisono, luci e pentole diventare armi di coesione di massa.

Ho visto i ragazzi ripulire tutte le mattine il parco e le strade che avevano occupato di notte. Ho visto la vita andare avanti nonostante tutto, centinaia di persone cenare all’aperto al ristorante con le mascherine antigas e gli occhialini da nuoto.

Ho visto le barricate, simbolo supremo di difesa, di contrasto, di divisione fra ciò che si desidera e ciò che si ripudia. Quelle barricate non dureranno ancora per molti giorni, ma il loro significato rimarrà nella memoria di chi le ha viste.

Ho visto una polizia violenta e senza scrupoli, a cui è stato risposto con grande maturità e consapevolezza.

Ho visto una generazione piena di vita, che è scesa in piazza per decidere il proprio futuro, che non si rassegna, che vuole libertà, giustizia, e vera democrazia.

Per tutto quello che i miei occhi hanno visto, non sono preoccupato, al contrario sono fiducioso. Colmo di speranza.

Questa gente è fortissima, questa gente ha un’immensa dignità.

Ad essere sincero mi preoccupa una cosa: non aver visto e continuare a non vedere qualcosa del genere in Italia.

Mi preoccupa un Paese che si lamenta da venti anni, un Paese sull’orlo del baratro, che continua a tollerare e a votare gli stessi personaggi putridi che l’hanno rovinato.

Mi preoccupa un Paese narcotizzato dalle tv, un Paese passivo, vuoto, rassegnato, che ha perso qualsiasi speranza insieme alla sua dignità.

Mi preoccupa un Paese che riesce a riempire le piazze solo per andare ad ascoltare il guru di turno. Un Paese senza più nessun tipo di solidarietà, in cui l’egoismo è la regola, in cui i giovani sono più vecchi dei vecchi.

Mi preoccupa, più del fascismo che vedo in Turchia oggi con i miei occhi, il nichilismo che vedo in Italia.

Auguro al mio Paese di non continuare a farsi prendere in giro, di alzare la testa.

Lottate, cazzo.

(Gianluca D’Ottavio, che vive a Istanbul e ha questo blog qua)

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desideri

La vita reale.
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eniac3… dobbiamo andare a guardare in che cosa consisterebbe il «saper fare» digitale.

Scopriamo che si tratta della

abilità cognitiva di utilizzare l’alternativa «sì/no», «azione/inazione» all’interno del nuovo spazio digitale dello schermo che è diventato la tecnologia caratterizzante della trasmissione del sapere. Per esempio… la possibilità di attivare o non attivare un link ipertestuale all’interno di una pagina web, o la possibilità, più complessa, dal punto di vista cognitivo, di tracciare un percorso intenzionale tra i link, cioè di seguire, attraverso una decisione specifica questo o quel link in una pagina internet o un determinato percorso di gioco in una consolle.¹

Datemi un pizzicotto, per favore. Se questa è l’ intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative. Se invece questo è un semplice saper fare tra i mille su cui basare i percorsi di apprendimento, stiamo facendo molto rumore per nullaSe, infatti, si trova qui qualcosa di cognitivamente definito, non c’è niente di più che la capacità di prendere decisioni contestuali con l’aiuto della memoria e del linguaggio: come detto prima, niente di specifico, è una capacità generale, più o meno declinabile all’ambiente dello schermo tattile o della tastiera.

Ancora un elemento di contesto. Ferri fa gran caso del fatto che «oggi ogni cittadino del mondo ha accesso, almeno potenzialmente, a centinaia di milioni di gigabyte di informazione attraverso Internet, o meglio a tutta la conoscenza del mondo ». Compare un’altra parola da ponderare accuratamente, la parola «conoscenza». Si dovrebbe distinguere chiaramente, e non confondere tra loro, l’accesso all’ informazione e l’accesso alla conoscenza. Nessuno nega che sia abbia accesso all’informazione. Invece la frase «accesso alla conoscenza» non ha alcun significato, se per «conoscenza» si intende veramente la conoscenza, il sapere. Avere accesso all’enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo (bisogna appunto leggerlo), e leggere non è ancora capire (bisogna studiare, sperimentare, dimostrare, esercitarsi, padroneggiare).

Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è intelligenza e non è nemmeno conoscenza, se non, appunto, nel senso debole di una competenza – e addirittura una competenza pratica, un saper fare o sinanco un’abitudine; e non è granché neanche come pratica, come abbiamo visto: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collazionare link e condividerli con i membri di un social network, ripetutamente decantati da Ferri e da altri coloni digitali come tratti distintivi della pretesa mutazione antropologica.

Come siamo arrivati a tanta confusione, e dove andiamo a partire da qui? Fabrizio Tonello, che insegna Scienza dell’opinione pubblica all’Università di Padova, mette il dito sul centro esatto del problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei personal computer. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato ad usare gli strumenti digitali come protesi seminaturali. Si noti – e non è un punto banale- che è quanto fanno tanto i cosiddetti nativi che i cosiddetti immigranti digitali. Avrete notato anche voi i sempre più numerosi nonni che giocano con l’iPad, no? Avete notato una qualche difficoltà che incontrerebbero gli ultrasessantenni nel cliccare sulle icone, seguire link ipertestuali, effettuare semplici scelte binarie ecc., vale a dire nel manifestare chiari sinotmi di una stupefacente intelligenza digitale?  pensateci un istante: Apple non vuole privarsi di una fetta di mercato vendendo computer che soltanto una sparuta minoranza di amanti dei manuali di istruzioni potrebbe usare. Il suo mercato è globale e verticale. Tutti amiamo aprire una scatola e cominciare ad usare oggetti superergonomici e user-friendlyMa come ricorda il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, se parlare di «user-friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, allora una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici….. una massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali – per design- sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale; basta avere qualche emozione e intuizione di riserva.

1. P. Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011

Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, Laterza 2013.

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Raddrizzo le spalle

Raddrizzo le spalle.

Immagino il filo invisibile

che attraversa le vertebre

risale

per la colonna

e il collo

e va su in alto,

nel punto più alto della testa,

ed esce

e mi congiunge al cielo

e tira.

Un filo d’acciaio,

sottile,

che non mi fa afflosciare,

mi sostiene.

Siamo tutt’uno

tra la terra e il cielo

l’universo.

A tratti invece ci sentiamo

schiacciati al suolo.

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“se ti lascio ti cancello”

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Lisboa, Ribeira (prima del terremoto)

Lisboa, Ribeira (prima del terremoto)

Storie di azulejos
A Grande Vista de Lisboa

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