tare

La mia famiglia è sempre stata molto attenta a dosare bene l’espressione degli affetti. Anzi. Che esistesse la parola affetto, che esistesse una possibilità di esprimere questo sentimento attraverso il corpo, dice, è cosa che mai ho saputo. Per questo, dice, mi dà così fastidio che la gente mi tocchi, dice, a meno che non si tratti di una fusione tale di corpi da non poter più distinguere il mio. E’ il contatto tra due entità diverse, quindi, dice, che non tollero e a volte anche solo il pensarci mi dà una sensazione di leggero fastidio a livello epidermico.  E contemporaneamente lo desidero, desidero che il miracolo della fusione si compia, dice.

Non ho molti ricordi di me da bambina, signore, dice: un pomeriggio passato con mia nonna al pattinaggio, lei seduta sulle gradinate di pietra intorno alla pista di mattonelle di graniglia biancastra, ferma e un po’ impettita per via del mal di schiena, penso, dice, quell’ aria lievemente aristocratica e triste, come di una che sa, di una che forse ha capito, che aveva negli ultimi tempi,  mi ricordo, dice, io sulla pista col maestro, un omino di burro, bianco di capelli e con la faccia tonda che si accostava a mia nonna, dice, con il fare gentile di chi fa la corte a una signora che mai sarà sua. Il maestro volteggiava allargando le braccia , alzava una gamba e ora l’altra, io ero felice, dice, non so che è accaduto in quel pomeriggio, non riesco a capire perché dei pochi ricordi che ho dell’infanzia mi sia rimasta proprio questa immagine, questo grandangolo di me, la nonna, il maestrino, quella pista biancastra e un po’ sfarinata, la ringhiera d’intorno di ferro, poca altra gente, forse un primo pomeriggio di settembre. Questo è un ricordo, signore.

Non ho molti ricordi di me da bambina, ripete:  ho sognato per anni negozi di parrucchiera, però, luoghi sordidi, infimi, bui, tende nascoste, odore di tinture e di acidi. Un giorno si apre una porta, là dentro, la luce entra insieme a una bambina, piccola, signore, così mi ricordo chissà, di corsa verso sua madre e l’abbraccia buttandosi al collo, avevo voglia di te, dice. Ma io, ma io, ma io, signore, dice, non avrei mai potuto, una cosa così, con mia madre.

Mia madre allora era una donna giovane, signore, dice, una donna che nelle foto mi sembra bellissima. Nei rari lampi di memoria che ho, quando decido di accendere la luce e ricordare,  una sera o un pomeriggio, mi sembra bellissima, è seduta su una panchina addossata a una roccia, Sciliar, mi pare, ha i capelli corti, non ricordo chi guarda alle mie spalle, chi c’era allora alle mie spalle, chi la guardava insieme a me? è abbronzata, lievemente arrabbiata con mio padre, sicuro, penso, dice, l’aria è sospesa, è settembre, la luce è già radente: la foto della mia memoria ha colori che non si vedono più.

images (1)
images (2)
images

Ma se li metto in fila, i ricordi, non se fanno tre, dice, che affiorano solo quando si aprono quelle lievi spaccature, quando si creano zone di silenzio.

le foto sono tratte dal film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi