realismo

Il realismo, per come la vedo io, è l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale – mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle Lezioni di letteratura) chiama il “rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile. Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all’apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento.

Ma il realismo si esercita soprattutto nel ribaltare le convenzioni culturali: oltre che dal “rozzo compromesso dei sensi”, Nabokov fa dipendere la nostra idea della realtà anche dai “differenti livelli di informazione”. Un giorno Courbet stava dipingendo un paesaggio e nella bruma in lontananza appariva una massa scura che non si capiva cosa fosse; l’amico Francis Wey si offrí di andare a verificare (scoprí in seguito che si trattava di una catasta di fascine) ma Courbet lo fermò asserendo che preferiva non saperlo. In uno degli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, Giotto fa rivivere l’istituzione del presepio nella chiesa di Greccio; la scena si svolge in sacrestia, separata dalla chiesa vera e propria tramite un muretto a mezz’altezza; sicché l’occhio può scorgere una parte della navata principale e il crocifisso che la sovrasta – ma da dietro, coi suoi legni e le sue corde, inclinato verso gli invisibili banchi. Rivoluzione assoluta se si pensa alla centralità bizantina, sconcertante azzardo realistico a mostrarci quello che Ernst Bloch chiamava “il dorso delle cose”.

Walter Siti, Il Realismo è l’impossibile, Nottetempo, 2013

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