certi scrittori

Caro dott. Grassano, capisco che Lobo Antunes non appartenga alla sua famiglia letteraria. Per
la verità non appartiene neppure alla mia, e credo che i miei libri lo dimostrino. Tuttavia non so
fino a che punto, in letteratura, si debbano cercare “consonanze”. A volte le dissonanze possono
essere fruttuose, altrimenti rischiamo di trovarci rinchiusi in piccoli o grandi club che poi sono
anche le categorie di alcune Storie della letteratura che ci perseguitano.
Onestamente mi sono chiesto spesso se i romanzi di Lobo Antunes non dovessero essere
sottoposti a ciò che viene chiamato “editing”, che eliminasse certe gobbe, certi bubboni
narrativi, certe ridondanze, certe proliferazioni di metafore, che lei sottolinea garbatamente
nella sua recensione. Poi sono arrivato alla conclusione che è meglio di no. Perché credo che sia
proprio questo il “bello” di Lobo Antunes, che fa sì che la sua scrittura sia di Lobo Antunes e di
nessun altro: questo suo essere eccessivo, magari sgangherato, pieno di metafore incongrue che
sono come patacche sulla camicia in una diffusa narrativa dove misura e minimalismo
caratterizzano gli scrittori a cui viene bene il nodo alla cravatta. Per questo non sono d’accordo
con lei sull’accostamento che propone (e che fortunatamente mi confida nella lettera ma che
non compare nella recensione) fra il romanzo di Lobo Antunes e un recente libro di un
giovane scrittore portoghese che ha fatto “scandalo” ultimamente in Portogallo. Quel giovane
scrittore è un ragazzino bene di Lisbona, si fa riprendere in televisione col papillon, si proclama
provocatoriamente neo/monarchico e scrive in un falso gergo giovanilistico per ‘épater le
bourgeois’: insomma è un bluff letterario, per darle una coordinata le direi che scrive ‘pulpfiction’,
e mi pare che con il romanzo di Lobo Antunes lei cada in questo equivoco.
È per le ragioni che le dicevo sopra che io ho cercato di promuovere Lobo Antunes in Italia,
visto che in Francia e in Germania la critica lo ha salutato con un’ottima accoglienza. Come può
immaginare, la mia traduzione di questo romanzo non è certo casuale, né tanto meno fatta su
commissione. È un libro che ho voluto io in Italia e che ho proposto all’editore. Il che sarebbe
anche bene che si sapesse, perché mi piace assumermi le mie responsabilità su una mia scelta.
Inoltre Lobo Antunes è un mio amico, il che potrebbe non essere una ragione, ma che in
qualche modo lo è, perché mi consente di conoscere la sua autenticità, la sua verità, la sua
onestà intellettuale che potrebbe essere riassunta in quella cosiddetta “ferita aperta nella
coscienza del Portogallo”, come lei osserva felicemente nella sua recensione. Nel senso che gli
intestini lacerati dalle mine che Lobo Antunes, come medico militare, cercava disperatamente
di ricucire ai suoi soldati in Angola in una guerra ingiusta, quegli intestini li ha tenuti
effettivamente fra le mani, mentre certi scrittori “scandalosi” a cui alludevo prima vanno a
comprare il rognone nelle macellerie eleganti di Lisbona per saltarlo col porto. Ragioni
extraletterarie? Può darsi. Ma poi mica tanto. Perché qualcosa di quelle viscere calde e
nauseanti che Lobo Antunes ha raccolto con le sue mani io lo ritrovo nelle sue pagine, in
immagini “scatologiche o comunque ripugnanti” come lei dice. Insomma si fanno letteratura.
Non voglio osare di dirle di essere più generoso, e del resto è giusto che lei giudichi con i suoi
sacrosanti gusti. Però mi chiedo se giudicare i libri con i nostri sacrosanti gusti a volte sia
sufficiente.
La ringrazio per l’elogio alla traduzione di mia moglie e mia. In realtà il mio contributo è stato
soprattutto un contributo da scrittore. Uno scrittore che non appartiene, come dicevo all’inizio,
alla famiglia di Lobo Antunes, ma che conosce, o almeno sospetta, la sofferenza implicita nello
scrivere certi libri.
(Antonio Tabucchi)