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Archive for maggio 2013

L’inchiodatore

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L’inchiodatore è un romanzo ironico che combina il sublime e il surreale, osserva il mondo che sta tra le “fogne” e le “stelle”.
Depresso, appesantito da una grossa pancia ingombrante, il conto in rosso, i creditori alle calcagna, Nicola Sentimento (alias Nick) è un detective: Il più dritto investigatore improvvisato mai esistito!
Nel romanzo l’autore gioca con un vecchio stereotipo, vi aggiunge la sua filosofia di lucido beone disincantato e un pizzico di autentica disperazione.
I bar, il cinismo, l’umorismo, il fallimento professionale ed esistenziale, insieme alle mere invenzioni narrative, diventano un vero e proprio pasticcio.
Nick, alle prese con un presunto Hitler e la sua donna affascinante, un tradimento lesbico, una dentiera rubata molto particolare e un pericoloso padrone di casa, mescola ironia e fantasia nello svolgimento delle indagini senza mai dimenticare di portare con sé la sua ¾.
Un romanzo questo che va sviluppandosi man mano che ne si sfogliano le pagine. Una particolare attenzione la si nota nella scelta dei nomi dei personaggi, ognuno dei quali è strettamente legato alla propria vicenda.
Definito “Pulp Scostumato”, questo romanzo vi farà crepare dalle risate!

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a barcellona

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tare

La mia famiglia è sempre stata molto attenta a dosare bene l’espressione degli affetti. Anzi. Che esistesse la parola affetto, che esistesse una possibilità di esprimere questo sentimento attraverso il corpo, dice, è cosa che mai ho saputo. Per questo, dice, mi dà così fastidio che la gente mi tocchi, dice, a meno che non si tratti di una fusione tale di corpi da non poter più distinguere il mio. E’ il contatto tra due entità diverse, quindi, dice, che non tollero e a volte anche solo il pensarci mi dà una sensazione di leggero fastidio a livello epidermico.  E contemporaneamente lo desidero, desidero che il miracolo della fusione si compia, dice.

Non ho molti ricordi di me da bambina, signore, dice: un pomeriggio passato con mia nonna al pattinaggio, lei seduta sulle gradinate di pietra intorno alla pista di mattonelle di graniglia biancastra, ferma e un po’ impettita per via del mal di schiena, penso, dice, quell’ aria lievemente aristocratica e triste, come di una che sa, di una che forse ha capito, che aveva negli ultimi tempi,  mi ricordo, dice, io sulla pista col maestro, un omino di burro, bianco di capelli e con la faccia tonda che si accostava a mia nonna, dice, con il fare gentile di chi fa la corte a una signora che mai sarà sua. Il maestro volteggiava allargando le braccia , alzava una gamba e ora l’altra, io ero felice, dice, non so che è accaduto in quel pomeriggio, non riesco a capire perché dei pochi ricordi che ho dell’infanzia mi sia rimasta proprio questa immagine, questo grandangolo di me, la nonna, il maestrino, quella pista biancastra e un po’ sfarinata, la ringhiera d’intorno di ferro, poca altra gente, forse un primo pomeriggio di settembre. Questo è un ricordo, signore.

Non ho molti ricordi di me da bambina, ripete:  ho sognato per anni negozi di parrucchiera, però, luoghi sordidi, infimi, bui, tende nascoste, odore di tinture e di acidi. Un giorno si apre una porta, là dentro, la luce entra insieme a una bambina, piccola, signore, così mi ricordo chissà, di corsa verso sua madre e l’abbraccia buttandosi al collo, avevo voglia di te, dice. Ma io, ma io, ma io, signore, dice, non avrei mai potuto, una cosa così, con mia madre.

Mia madre allora era una donna giovane, signore, dice, una donna che nelle foto mi sembra bellissima. Nei rari lampi di memoria che ho, quando decido di accendere la luce e ricordare,  una sera o un pomeriggio, mi sembra bellissima, è seduta su una panchina addossata a una roccia, Sciliar, mi pare, ha i capelli corti, non ricordo chi guarda alle mie spalle, chi c’era allora alle mie spalle, chi la guardava insieme a me? è abbronzata, lievemente arrabbiata con mio padre, sicuro, penso, dice, l’aria è sospesa, è settembre, la luce è già radente: la foto della mia memoria ha colori che non si vedono più.

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Ma se li metto in fila, i ricordi, non se fanno tre, dice, che affiorano solo quando si aprono quelle lievi spaccature, quando si creano zone di silenzio.

le foto sono tratte dal film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi

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I nati sotto il segno della vergine sono calmi e pratici

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e sono portati ad accumulare risparmi

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Possono essere grandi critici di se stessi

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e degli altri.

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Sono lavoratori accaniti

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sono drammatici

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e hanno difficoltà a rilassarsi.

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Sono ben organizzati

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e sempre pronti a ogni evenienza.

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Qualche volta si creano inconvenienti nel proprio lavoro

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e hanno difficoltà nel costruire relazioni amorose

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Sono perfezionisti dichiarati

e altro ancora

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in un altro paese

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realismo

Il realismo, per come la vedo io, è l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale – mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle Lezioni di letteratura) chiama il “rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile. Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all’apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento.

Ma il realismo si esercita soprattutto nel ribaltare le convenzioni culturali: oltre che dal “rozzo compromesso dei sensi”, Nabokov fa dipendere la nostra idea della realtà anche dai “differenti livelli di informazione”. Un giorno Courbet stava dipingendo un paesaggio e nella bruma in lontananza appariva una massa scura che non si capiva cosa fosse; l’amico Francis Wey si offrí di andare a verificare (scoprí in seguito che si trattava di una catasta di fascine) ma Courbet lo fermò asserendo che preferiva non saperlo. In uno degli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, Giotto fa rivivere l’istituzione del presepio nella chiesa di Greccio; la scena si svolge in sacrestia, separata dalla chiesa vera e propria tramite un muretto a mezz’altezza; sicché l’occhio può scorgere una parte della navata principale e il crocifisso che la sovrasta – ma da dietro, coi suoi legni e le sue corde, inclinato verso gli invisibili banchi. Rivoluzione assoluta se si pensa alla centralità bizantina, sconcertante azzardo realistico a mostrarci quello che Ernst Bloch chiamava “il dorso delle cose”.

Walter Siti, Il Realismo è l’impossibile, Nottetempo, 2013

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Le opere d’arte che contano nella vita di una persona sono di due tipi: ci sono quelle che si vedono una volta e rimangono nella mente di un uomo come un tutto, impongono alla memoria una loro immagine, fedele o trasfigurata, a cui sempre ci si attiene; e ci sono le opere che si tornano a rivedere innumerevoli volte, e ogni volta rivelano un nuovo particolare, ogni volta hanno qualcosa da dirci.
Molte volte nel corso della mia vita, quasi direi ogni volta che torno a Venezia, ho sentito il bisogno di fare una visita qui, a San Giorgio degli Schiavoni, a rivedere questi dipinti del Carpaccio, direi quasi a rileggerli, non solo perché sono dipinti narrativi, che contengono ognuno un racconto, ma perché sono composti da tante figurine minute che si diramano in sequenze lineari, come i segni di una fitta scrittura, e nelle loro prospettive si possono seguire le prospettive temporali.

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… Vedete qui le ossa d’animali, i resti di fanciulle e giovinetti in diverse fasi di disseccamento o appena sbranati… sono le vittime che gli abitanti di Selene, città d’Oriente, sono obbligati a offrire in pasto ogni giorno a un drago feroce…Una specie di campionario del macabro, dai colori lividi, in mezzo al quale si muovono solo rettili striscianti, ramarri rospi salamandre, una vipera che divora una rana e a sua volta sembra stia sfuggendo dal morso d’ un cranio di mastino… Tutti questi particolari raccontano l’antefatto; ora è alla figlia del re che tocca d’essere sacrificata; la popolazione s’affaccia esterrefatta dalle terrazze dei palazzi e moschee e minareti…Ed ecco invade la scena un san Giorgio dalla faccia impassibile d’esecutore coscienzioso e ostinato, avanza su un cavallo nero dai finimenti rosso cuoio con medaglioni romani sulle borchie, conficca una lunghissima lancia nel palato del mostro e gliel’avvita dentro finché la punta non va in schegge.
Se uno scrittore può contare un pittore tra i suoi maestri, tra coloro che hanno influenzato il suo mondo poetico, la sua immaginazione, e anche il suo stile, il suo modo di raccontare, certo Carpaccio ha contato soprattutto nei primi anni della mia attività letteraria, ma devo dire che non ha mai smesso di pormi dei problemi: sento il bisogno di tornare -quasi direi- a consultarlo, a verificare se l’avevo capito bene, se non ha da dirmi qualcosa che non avevo afferrato.

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… Così torno a passare in rassegna gli scaffali di questo assorto uomo di lettere, san Girolamo o Sant’Agostino che dir si voglia ( la sua identificazione è stata controversa), torno a ripercorrere le rilegature di pergamena e di marocchino, le statuette di bronzo, la piccola collezione antiquaria, gli astrolabi, il leggio girevole, la sfera che rappresenta il sistema solare, la clessidra, gli spartiti musicali, gli oggetti sulla scrivania: un calamaio, una forbice, un campanello, una conchiglia. Quest’ambiente mi è familiare quanto quello del mio studio, mi ci aggiro come nel mio studio, cercando qualcosa che mi pare d’aver lasciato lì ora è poco, vado avanti e indietro cercando d’immedesimarmi nella serenità dell’ambiente, ma anche sentendomi crescere addosso un nervosismo che non so da dove venga. C’è una grande calma intorno, fatta di concentrazione e di distacco, c’è un ordine essenziale, eppure c’è nello stesso tempo una vibrazione tesa, inquieta, libri aperti dappertutto, che sembrano voltare le pagine da soli, una luce dalla finestra di sbieco che resta sospesa nell’aria della stanza e vibra sul cagnolino maltese a muso levato…
Insomma, col passare degli anni mi vedo venire incontro da queste mura un Carpaccio sempre diverso, come se queste tele avessero il potere di riflettere i cambiamenti che avvengono dentro noi stessi.
Ma, prima di ogni interpretazione personale, dovrei ricordare l’origine di questo complesso pittorico. La Scuola di san Giorgio degli Schiavoni, ossia l’associazione dei marinai d’origine dalmata in Venezia, aveva chiesto a Carpaccio una serie di “teleri” ossia di grandi quadri con scene della vita dei santi patroni delle città dalmate. E Carpaccio, nei primi anni del Cinquecento- tra il 1502 e il 1507- dipinge, tra gli altri, quadri, dure cicli di tre “teleri” ciascuno su San Giorgio e San Gerolamo. Uno è un personaggio leggendario, l’altro un personaggio storico, un dottissimo padre della chiesa: non si potrebbero immaginare due temi più contrastanti. Eppure, come fu messo in rilievo dal critico inglese John Ruskin, questi due cicli carpacceschi di San Giorgio e di San Gerolamo, rappresentano due ideali di vita complementari, la vita come azione e la vita come conoscenza, il dominio sul corpo e il dominio sull’intelletto.
Abbiamo visto come la leggenda di san Giorgio, intessuta com’è di motivi ricorrenti nella tradizione popolare, dal mito pagano di Perseo e Andromeda alle fiabe di folklore, sia un grande pretesto per la fantasia di Carpaccio. Possiamo vederlo anche nella seocnda scena, in cui il guerriero conduce il drago nella piazza tenendolo al guinzaglio con la cintura della principessa, per dargli il colpo di grazia.
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Il re a cavallo, con la principessa a piedi tenuta per mano, assistono. E’ una gran festa per la città liberata, ma tutti hanno un’espressione grave; squillano le trombe, rullano i tamburi, è un’esecuzione capitale quella a cui stiamo assistendo, la spada di san Giorgio è sospesa in aria, tutti sentono, noi sentiamo che il drago non è solo l’altro, il nemico, il diverso da noi, ma è una parte di noi, è qualcosa di noi stessi che siamo chiamati a giudicare.
Ma il quadro più movimentato di tutti riguarda San Gerolamo.
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Carpaccio trova l’episodio nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, narratore popolare e fantasioso, che certo doveva trovarsi a malpartito con una vita come quella di Gerolamo, fatta di studi, di controversie teologiche, di traduzioni dei testi biblici, e allora si sbizzarrisce a raccontare la storia del leone; ed è questa la storia che Carpaccio, anche lui artista popolare e fantasioso, rappresenta.
Un lene sofferente si presenta ad un convento, i frati scappano, uno lascia cadere il breviario, vediamo un fuggi fuggi in tutte le direzioni, una tonaca triangolare come una vela da cui spunta uno stinco legnoso, figurine leggere che spariscono dietro le quinte e su per una scala, anche un pavone e un cervo si danno alla fuga. Ma Gerolamo capisce che il leone ha una spina nella zampa e lo cura, e il leone lo seguirà docilmente. Nel dipinto, attorno alle zone di movimento, ci sono zone dove regna la calma; siamo su uno scenario familiare della laguna veneziana, ma – poiché la leggenda si svolge in Oriente- come in una rappresentazione teatrale vengono introdotte comparse col turbante e gli animali di uno zoo esotico.
I modi tradizionali con cui gli artisti rappresentano San Gerolamo sono due: uno è il santo nello studio, come il famoso Antonello da Messina che è a Londra, alla National Gallery,
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e in questo tipo di quadro il santo scrittore Gerolamo può essere scambiato con un altro santo scrittore, Agostino; un uomo alla sua scrivania assomiglia a ogni altro uomo alla scrivania; il mestiere di scrittore non dà spunti pittoreschi esteriori; eppure abbiamo visto cosa fa Carpaccio del suo santo nello studio, che appunto prima si credeva un San Gerolamo mentre ora si tende a riconoscervi un Sant’Agostino che ha la visione di una luce e sente la voce di San Gerolamo che annuncia il paradiso. Che sia l’uno o l’altro non m’importa; quello che mi importa è ciò che rende per me sempre affascinanti questi quadri di santi nello studio: sono degli inetrni in cui la vita intellettuale è rappresentata attraverso oggetti, c’è un ordine negli spazi e nelle cose che corrisponde a un ordine mentale. O a un’inquietudine: c’è un Sant’Agostino di Botticelli agli Uffizi particolarmente nervoso, con tanti fogli appallottolati sparsi per terra.
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E c’è un secondo modo tradizionale di rappresentare san Gerolamo ed è l’eremita del deserto, deserto per modo di dire perché spesso si vede una città che spunta in fondo al quadro, come in una famosa incisione di Dürer. Ma forse questo è il vero modo in cui essere eremiti ha un senso, trovare la propria solitudine senza staccarsi troppo dalla vita degli altri, creare una distanza che può essere la vera vicinanza. per questo i quadri di Gerolamo eremita mi interessano sempre, e mi piace molto il leone mansueto, simbolo del dominio sulle passioni.
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In Carpaccio il leone sarà l’unico a disperarsi quando Gerolamo muore: lancia un ruggito lamentoso nell’afa della campagna d’estate. Siamo in un cortile veneziano, ma anche in Oriente, con le palme, strani animali sonnacchiosi… Questa scena di suprema calma, di accettazione serena della morte, traguardo della vita del saggio… Il macabro è relegato solo in margine, il teschio sui rami secchi di un albero, con la mandibola caduta in un’acquasantiera… La vita che continua, prosaica, i nasi dei frati, gli occhiali…
A furia di girare lo sguardo su questi dipinti, mi sono convinto che essi formano un’unica storia, la vita di un solo personaggio, d’un uomo che passa dalla giovinezza combattiva alla conquistata saggezza della vecchiaia, fino alla morte: un personaggio in cui arrivati a un certo momento della vita tutti vorremmo riconoscerci.
Potremmo cominciare questo racconto d’una vita dall’infanzia, comprendendovi il quadro di San Trifone, meno bello degli altri, o almeno meno ben conservato.
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Questo Trifone è un altro patrono dalmata, un santo bambino, un piccolo guardiano d’oche che la leggenda dice liberasse dal demonio la figlia di un imperatore romano. Il basilisco che il bambino evoca davanti al trono imperiale è parente del drago che Giorgio trafiggerà con la sua lancia: forse è lo stesso mostro che qui è solo un cucciolo, un giocattolo.
Scopriamo che il motivo di fondo di queste scene è il rapporto con un animale feroce: balisisco, drago, leone, forse l’animale che portiamo in noi stessi e che cambia forma nelle varie epoche della nostra vita. Il bambino lo evoca come un gioco, sotto gli occhi benevoli dei grandi; poi il giovane scaricherà su di esso la sua aggressività, lo identificherà con l’altro da sé, col nemico, ma si sente davvero di dargli il colpo di grazia? Forse comprende che guerriero e drago sono due elementi inscindibili d’un’unica figura. Il grande passo sarà accettare questa presenza, […] ciò che incombe su di noi come eredità biologica della specie e delle specie che ci hanno preceduti, come parte oscura della nostra storia collettiva e individuale, farne una nostra ombra vivente e dolorosa, stabilire un patto con la natura dentro e fuori di noi, trasformare le pulsioni distruttive in una forza, come il leone del savio vegliardo.
Italo Calvino, inedito del 1973, in Album Calvino, a cura di Luca Baranelli ed Ernesto Ferrero, Oscar Mondadori 2003

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ci vuole un’altra vita

lucy franco

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lo scalpellino

E poi hai ragione tu, la pietra va scalfita, l’involucro va tolto. Mi viene in mente, quando ci penso, la glassa porosa di certo non so cosa, una glassa spessa e dolciastra di certi dolci, forse.

E’ nelle paure, nelle esitazioni, nei dubbi, che lo scalpello entra e fa leva.

Ma scalpellino e pietra sono tutt’uno ed è la tua natura che devi forzare, lasciando che lo scalpellino lavori sulle tue spalle, perché è lì che comincia, è lì che lo senti armeggiare.

Una silenziosa e confortante presenza.

Lascialo fare, lascialo lavorare, abbandónati al tuo tocco.

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ad alta voce (2)

Ma non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie.

Caro Michele, di Natalia Ginzburg

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