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Archive for marzo 2013

Lisbon

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rompiamo gli indugi

altan

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i figli di tabucchi

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somewhere

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Roberto Calasso a Fahrenheit  (via Zanzibar )

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Ieri sera sentivo Calasso a Che tempo che fa. Diceva che tra cultura digitale e il libro di carta c’è un divario che non sarà mai eliminabile, ma che anzi tenderà ad accentuarsi sempre di più. La differenza tra queste due modalità  consiste, secondo Calasso, nel fatto che, mentre quando si ha che fare con un libro di carta quello che avviene in noi è una metamorfosi, una trasformazione, il libro ci cambia mentre lo leggiamo,  nell’informazione in rete, invece, cerchiamo solo un’espansione del nostro cervello, della nostra mente e tendiamo a utilizzare lo strumento più come una protesi di noi stessi che come una possibilità di cambiamento. Calasso faceva l’esempio della sensazione di panico, della rabbia che prende chi si accorge che il suo pc o il suo cellulare non funzionano più, per dire quanto stiamo affidando la sensazione di essere a strumenti esterni a noi: quando la protesi non funziona, ci sentiamo come se ci fosse stato tolto un pezzo del corpo, un arto.

Un tempo si nasceva vivi e a poco a poco si moriva. Ora si nasce morti- alcuni riescono a diventare a poco a poco vivi

(dall’introduzione di Roberto Calasso a Roberto  Bazlen, Scritti, Adelphi 1984)

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Perché detto così è troppo generico, colpisce nel mucchio, mi fa apparire come un vecchio misantropo rabbioso chiuso nel suo tabarro al buio di una stanza, che ringhia non appena qualcuno fa il verso di avvicinarsi. Quindi vorrei precisare, ché scripta manent. Anche se ho scoperto- e qui aprirò una piccola parentesi che subito chiuderò– che questa frase significava in origine l’esatto contrario di quella vagamente minacciosa intenzione con cui la pronunciamo adesso, “attento, attenta perché quel che scrivi rimarrà per sempre e lo potremo anche usare contro di te”. Scrive infatti nel suo libro, Storia della lettura, Alberto Manguel:

La frase classica scripta manent, verba volant – che ai giorni nostri è passata a significare “ciò che è scritto rimane, ciò che è detto svanisce nell’aria, esprimeva l’esatto opposto: fu coniata in lode della parola pronunciata ad alta voce, che ha le ali e può volare, rispetto alla parola muta scritta sulla pagina, che è immobile, morta.

Chiusa la parentesi.

La gente che non sopporto, quindi, non sono tutta la gente. Sono, sarò breve, quelli che – come si dice con un’espressione non molto bella, ma che per me rende bene l’idea- se la tirano, quelli che fanno calare dall’alto il loro (presunto) ruolo, quelli che pensano di essere chissà chi e  lo fanno pesare,  lo fanno pesare con il silenzio, magari, che non rispondono quando qualcuno chiede qualcosa, che gioiscono solo se uno stuolo di corteggiatori li segue inchinandosi al loro passaggio, piccolo corteo da primario ospedaliero in camice bianco, che vogliono essere sempre al centro dell’attenzione altrui, rivelando in questo la loro frustrazione- a me pare così- la loro insoddisfazione per quel ruolo che pensavano di meritarsi e che non hanno avuto ma vorrebbero tanto avere e di cui si costruiscono così un surrogato.

Questa la gente che , oggi, non sopporto.

No, non mi è capitato niente di particolare, oggi. Ma di gente così, in giro, ce n’è tanta, uh, se ce n’è tanta. Li vedo quasi ogni giorno tipi così.

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io (a volte) non sopporto la gente

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Ciliegi in fiore a Tokio

Detesta alloggiare in un hotel, per giunta in un quartiere tanto asettico, e si trasferisce, nel volgere di poche settimane, nella sua prima casa: a Senzoku, sulla sponda del lago omonimo, zona sudorientale della città. Più che un lago era uno stagno, mi diceva, ma – smanioso di precisarlo – uno stagno grande, alla Thoreau, non un piccolo stagno inglese. Prende possesso dell’abitazione in inverno. Sebbene gli abbiano parlato dei ciliegi che crescono nel giardino e lungo la sponda del lago, l’effetto scenico prodotto con l’arrivo della primavera lo coglie di sorpresa. Con il trascorrere delle settimane, lo spettacolo prende forma sotto i suoi occhi, finché la quantità di fiori diventa tale da trasformarsi, come mi disse lui stesso, in un’accecante nuvola bianca impressa sulla retina. Perdevi la cognizione delle distanze, non distinguevi più il primo piano dallo sfondo, ti sembrava di essere perennemente sospeso a mezz’aria.

(Un’eredita di ambra e avorio, Edmund De Wall, Bollati Boringhieri)

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