nella terra di nessuno (Marco Revelli)

Disorientati. Andiamo alle urne come chi cammina nella notte. Forse mai come questa volta si è votato al buio: senza sapere “chi” si vota. Chi siano diventati, in questo lungo
anno di apnea della politica, i nostri vecchi rappresentanti. Quali metamorfosi non dichiarate e indichiarabili abbiano subito. E senza sapere “che cosa” si vota: quale politica faranno una volta eletti (e se eletti). L’unico fatto certo è che ognuno agirà – inutile nascondercelo – in modo diverso da quanto annunciato in questa misera campagna elettorale. Inevitabilmente. Perché i condizionamenti esterni sono giganteschi (fa ridere il balletto intorno alle “preferenze” della Merkel). E perché il quadro interno – la geografia parlamentare che ne emergerà – sarà liquido. Non farà
emergere nessun vero “dominus”, sia che – come da molti temuto – si risolva con il famigerato pareggio al Senato. Ma anche se – come da molti sperato – si concludesse con un chiaro successo del centro-sinistra, che gli offra un simulacro di autosufficienza,
attraversato com’è da un reticolo fitto di differenze e fratture. Composto instabile.
Agglomerato di forze, gruppi, interessi, cordate eterogenei. Solo nominalmente riconducibile alla vecchia “forma- partito”, in realtà arcipelago mobile. Instabile. E destinato probabilmente a scomporsi al primo vero urto. Eppure, come si direbbe in
una brutta commedia, «il momento è fatale». Siamo di nuovo a cavallo di una linea di faglia che si allarga a dismisura, e segna un nuovo spartiacque storico, un po’ come avvenne quasi vent’anni or sono, con un’altra elezione politica. Allora, ricordiamolo
(era il 1994), il voto fece emergere un Parlamento in cui tutto il sistema politico della Prima Repubblica – quel che restava della vecchia Dc e del vecchio Pci, del Psi e del Pri,
insomma il cosiddetto “arco costituzionale” – era stato ridotto in una metà dell’emiciclo o poco più. Un visconte dimezzato. Mentre irrompeva arrogante il partito-impresa alleato con il partito-terra. Oggi, ancor prima del voto, l’intero panorama della
Seconda Repubblica appare dimezzato. Non c’è bisogno del verdetto delle urne: i sondaggi alla vigilia dell’ultima settimana di campagna elettorale ci parlavano di un residuo trenta per cento di elettorato ancora incerto. Qualcosa come un terzo del corpo elettorale. E di un Movimento 5 stelle difficile da valutare, ma piazzato intorno a
un 15%. Il che significa che quasi la metà degli elettori sta fuori. Magari alla fine andrà a mettere la scheda, con i piedi, ma con la testa sta comunque altrove rispetto al ceto politico “ufficiale”: al panorama su cui si orientano i politici di professione e fanno i loro calcoli – sbagliandoli – gli strateghi di ogni colore, usando carte geografiche ormai scadute (per usare l’espressione di Ilvo Diamanti). Allora finì una Repubblica. Oggi
ne finisce un’altra. Mentre irrompe, con ancor maggior fragore di allora un altro oggetto sconosciuto, che catalizza tutto il potenziale esplosivo di un sociale che non sta più dentro le maglie strette di una rappresentanza esaurita. E la sinistra? si dirà. E verrebbe da rispondere «Se ci sei, batti un colpo». Ma la sinistra non c’è. Dovrebbe incarnare per vocazione e per tradizione il bisogno di discontinuità, che attraversa
come una corrente elettrica il corpo del Paese: la domanda di rottura che dappertutto si avverte da chi voglia appoggiare l’orecchio al suolo. E che appare come l’unica, vera proposta concreta per affrontare la crisi, dal momento che la continuità con le vecchie politiche – tutte – porta comunque all’asfissia. Invece si affida a ogni continuità,
illudendosi di rassicurare, chiusa com’è nel suo conformismo di maniera. Nell’ossequio
ai troppi poteri che la circondano. In un legalitarismo che non riesce comunque mai
a onorare finendo per apparire stucchevole o ipocrita. E lascia la voglia di cambiamento – tutta- ad un iceberg da Titanic che ha nella sua punta emersa un nome e un cognome: Beppe Grillo, di professione comico. E nel suo corpo una enorme X.
Un’incognita da sorpresa pasquale che potrà rivelarsi virtuosa o mortale, liberatoria o liquidatoria, ma che comunque un risultato lo produrrà: nessuno potrà più illudersi di riprodurre nel luogo geometrico della rappresentanza, le vecchie pratiche. E coltivare gli eterni vizi. A qualcuno – non gli do torto – tutto questo apparirà con un retrogusto weimariano: un Parlamento bloccato nella propria crisi incompiuta e un Paese in
preda alle convulsioni nel proprio bisogno di una transizione impossibile farebbero paura a qualunque Pollicino in marcia nella notte. A qualcun altro potrà suggerire l’inedita possibilità di sperimentare finalmente in corpore vili – sul “grande malato” – nuove, più adeguate forme di rappresentanza. Certo è che con questo voto noi entriamo in una terra di nessuno da cui è difficile immaginare come ne usciremo. O come stabilmente l’abiteremo.

Il Manifesto, 24 febbraio 2013

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