Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2013

Doveva essere un terremoto. E lo è stato. Da questa tornata elettorale il sistema politico italianoesce a pezzi. E non solo perché l’outsider assoluto, il cane in chiesa di
tutta la politica professionale – il teorico del «partito non-partito» -, balza al centro della scena politica per eccellenza. Né soltanto perché, per effetto di una legge elettorale scellerata, Camera e Senato si contraddicono a vicenda, mandando in cortocircuito il nostro bicameralismo simmetrico. E producendo l’unica cosa che tutti
avrebbero voluto evitare: l’ingovernabilità. Ma anche perché è la struttura stessa del nostro assetto istituzionale che subisce un cedimento strutturale. Sono i suoi «fondamentali» a sgretolarsi, tanto che è assai più facile dire che cosa finisca che non
che cosa nasca o anche solo si annunci.
Finisce sicuramente la cosiddetta Seconda Repubblica. Quella in cui due schieramenti,
di volta in volta identificati da una persona – di cui da una parte Berlusconi rappresentava la costante e dall’altra si ruotava – monopolizzavano il campo, e mimavano una sorta di alternanza.
Ora il meccanismo si è rotto: la platea dei competitor si è ampliata con una presenza
inaspettata, e l’impossibilità di alternarsi si conclude in una caduta libera. Finisce così
anche il bizzarro bipolarismo maggioritario e più o meno egemonico, che era stato teorizzato nel 2008 (ricordate Veltroni?) e che si era già schiantato nel novembre del 2011, col «governo del Presidente». Ora che la politica esce dal lungo tunnel dei tecnici a cui aveva abdicato, si rivela impotente e bloccata. Finisce anche, malamente, la cosiddetta «sinistra radicale», travolta dall’ottusità delle proprie burocrazie
residuali e dalla propria autoreferenzialità. Gli architetti istituzionali, che questo bradisismo l’avevano messo in conto, immaginavano però un tripolarismo rassicurante, con un «terzo polo» montiano al centro, capace di crescere tra i due litiganti incapacitati a governare e a garantire un baricentro di stabilità. Invece il terzo polo è nato, ma ellittico, fuori squadra, destabilizzante e radicale come appunto i 5 stelle sono, a squilibrare il carico e sparigliare tutte le carte senza poterne distribuire
nessuna. Tanto più che i due vecchi pilastri del sistema – Pd e Pdl – che si sono spartiti
quel meno del 50% di elettorato disposto ancora a credergli (quello che resta dopo aver sottratto il venticinque per cento del corpo elettorale che si è astenuto e l’altro circa venticinque che ha votato Grillo), sono fragili. Umiliati dal giullare diventato re. Rosicchiati dall’interno come quegli alberi apparentemente
robusti ma mangiati dalle termiti. Perché, nonostante la rimonta finale, il Pdl tutto è fuorché un partito, dipendente com’è da un leader bollito e squalificato universalmente, ancora in grado di toccare la pancia del proprio elettorato più sprovveduto ma non di governare un’accozzaglia di interessi e personalismi quale quella che abbiamo visto all’opera negli ultimi mesi, né di stabilizzare quell’alleanza con una Lega allo sbando che gli ha permesso di vincere in Lombardia al Senato. E per il Pd, c’è da scommettere che partirà presto la caccia al colpevole, e la rimessa in discussione di una leadership che dalla «vittoria mutilata» rischia di passare a una sconfitta non annunciata, e di liberare le tante anime non congruenti di quel partito dal patto di potere che le aveva tenute insieme. Da domani incomincerà un’altra partita, dall’esito imprevedibile. Dove nessuna delle vecchie certezze varrà più. E ad ogni snodo si presenterà una situazione inedita e probabilmente drammatica, perché la crisi non è superata, anzi. E l’Europa sta sempre lì, a guardarci con occhio severo da aquila che vola basso, mentre lo spread s’impenna. E non c’è più un presidente pronto a gestire lo «stato d’eccezione» da sovrano. E il disagio sociale, ignorato, rimosso, trascurato e incompreso per anni, continuerà ad allargarsi come una piaga infetta… In questa situazione inedita, soprattutto di fronte all’ipotesi di un nuovo voto, nessuno s’illuda di poter riproporre la
propria continuità, di classe dirigente. Di organizzazione. Di programma. Di «facce» e di routines. Anche di linguaggio. E a proposito di questo, almeno una preghiera: si abolisca il termine «antipolitica», soprattutto se riferita a chi – ci piaccia o meno – ha rappresentato oggi l’unico fatto politico rilevante in un panorama desolante.

Read Full Post »

30291_01_0

Gabriele Basilico

Read Full Post »

Disorientati. Andiamo alle urne come chi cammina nella notte. Forse mai come questa volta si è votato al buio: senza sapere “chi” si vota. Chi siano diventati, in questo lungo
anno di apnea della politica, i nostri vecchi rappresentanti. Quali metamorfosi non dichiarate e indichiarabili abbiano subito. E senza sapere “che cosa” si vota: quale politica faranno una volta eletti (e se eletti). L’unico fatto certo è che ognuno agirà – inutile nascondercelo – in modo diverso da quanto annunciato in questa misera campagna elettorale. Inevitabilmente. Perché i condizionamenti esterni sono giganteschi (fa ridere il balletto intorno alle “preferenze” della Merkel). E perché il quadro interno – la geografia parlamentare che ne emergerà – sarà liquido. Non farà
emergere nessun vero “dominus”, sia che – come da molti temuto – si risolva con il famigerato pareggio al Senato. Ma anche se – come da molti sperato – si concludesse con un chiaro successo del centro-sinistra, che gli offra un simulacro di autosufficienza,
attraversato com’è da un reticolo fitto di differenze e fratture. Composto instabile.
Agglomerato di forze, gruppi, interessi, cordate eterogenei. Solo nominalmente riconducibile alla vecchia “forma- partito”, in realtà arcipelago mobile. Instabile. E destinato probabilmente a scomporsi al primo vero urto. Eppure, come si direbbe in
una brutta commedia, «il momento è fatale». Siamo di nuovo a cavallo di una linea di faglia che si allarga a dismisura, e segna un nuovo spartiacque storico, un po’ come avvenne quasi vent’anni or sono, con un’altra elezione politica. Allora, ricordiamolo
(era il 1994), il voto fece emergere un Parlamento in cui tutto il sistema politico della Prima Repubblica – quel che restava della vecchia Dc e del vecchio Pci, del Psi e del Pri,
insomma il cosiddetto “arco costituzionale” – era stato ridotto in una metà dell’emiciclo o poco più. Un visconte dimezzato. Mentre irrompeva arrogante il partito-impresa alleato con il partito-terra. Oggi, ancor prima del voto, l’intero panorama della
Seconda Repubblica appare dimezzato. Non c’è bisogno del verdetto delle urne: i sondaggi alla vigilia dell’ultima settimana di campagna elettorale ci parlavano di un residuo trenta per cento di elettorato ancora incerto. Qualcosa come un terzo del corpo elettorale. E di un Movimento 5 stelle difficile da valutare, ma piazzato intorno a
un 15%. Il che significa che quasi la metà degli elettori sta fuori. Magari alla fine andrà a mettere la scheda, con i piedi, ma con la testa sta comunque altrove rispetto al ceto politico “ufficiale”: al panorama su cui si orientano i politici di professione e fanno i loro calcoli – sbagliandoli – gli strateghi di ogni colore, usando carte geografiche ormai scadute (per usare l’espressione di Ilvo Diamanti). Allora finì una Repubblica. Oggi
ne finisce un’altra. Mentre irrompe, con ancor maggior fragore di allora un altro oggetto sconosciuto, che catalizza tutto il potenziale esplosivo di un sociale che non sta più dentro le maglie strette di una rappresentanza esaurita. E la sinistra? si dirà. E verrebbe da rispondere «Se ci sei, batti un colpo». Ma la sinistra non c’è. Dovrebbe incarnare per vocazione e per tradizione il bisogno di discontinuità, che attraversa
come una corrente elettrica il corpo del Paese: la domanda di rottura che dappertutto si avverte da chi voglia appoggiare l’orecchio al suolo. E che appare come l’unica, vera proposta concreta per affrontare la crisi, dal momento che la continuità con le vecchie politiche – tutte – porta comunque all’asfissia. Invece si affida a ogni continuità,
illudendosi di rassicurare, chiusa com’è nel suo conformismo di maniera. Nell’ossequio
ai troppi poteri che la circondano. In un legalitarismo che non riesce comunque mai
a onorare finendo per apparire stucchevole o ipocrita. E lascia la voglia di cambiamento – tutta- ad un iceberg da Titanic che ha nella sua punta emersa un nome e un cognome: Beppe Grillo, di professione comico. E nel suo corpo una enorme X.
Un’incognita da sorpresa pasquale che potrà rivelarsi virtuosa o mortale, liberatoria o liquidatoria, ma che comunque un risultato lo produrrà: nessuno potrà più illudersi di riprodurre nel luogo geometrico della rappresentanza, le vecchie pratiche. E coltivare gli eterni vizi. A qualcuno – non gli do torto – tutto questo apparirà con un retrogusto weimariano: un Parlamento bloccato nella propria crisi incompiuta e un Paese in
preda alle convulsioni nel proprio bisogno di una transizione impossibile farebbero paura a qualunque Pollicino in marcia nella notte. A qualcun altro potrà suggerire l’inedita possibilità di sperimentare finalmente in corpore vili – sul “grande malato” – nuove, più adeguate forme di rappresentanza. Certo è che con questo voto noi entriamo in una terra di nessuno da cui è difficile immaginare come ne usciremo. O come stabilmente l’abiteremo.

Il Manifesto, 24 febbraio 2013

Read Full Post »

“Si doveva a lui- scriverà Proust diversi anni più tardi- se molti dipinti lasciati incompiuti venivano infine ultimati” Ed era anche amico degli artisti. “E’ già giovedì- gli scrive Manet- e non ho ancora ricevuto vostre notizie. Siete evidentemente troppo ammaliato dall’intelligenza della vostra ospite… Orsù dunque, prendete la penna migliore e datevi da fare”.  Charles acquista da Manet un quadro raffigurante un mazzo di venti asparagi legati da uno spago, una delle sue straordinarie, piccole nature morte in cui dal buio emerge un limone, o una rosa. Manet gli chiede ottocento franchi, una somma relativamente cospicua, ma Charles, entusiasta dell’opera gliene invia mille.

manet-edouard-39

Una settimana dopo, presso l’Hotel Ephrussi viene recapitata una piccola tela firmata semplicemente con una M. Raffigura un gambo di asparago appoggiato su un tavolo, ed è accompagnata da un biglietto : ” Questo era scivolato dal mazzo”.

manet-asperge-orsay

Edmund De Wall, Un’eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri 2011

Su Charles Ephrussi e Proust, qui e qui

Read Full Post »

meteoriti

Read Full Post »

Sembra di sognare: che tra don Girolamo secondo e il commendator Aristide Laurìa, oggi felicemente regnante sui contributi unificati dei regalpetresi, ci sia stato un tempo in cui uomini come Venturelli e Vagginelli si siano preoccupati dei fatti di questo paese con così aperto sentimento di giustizia, pare davvero incredibile; il borgese di Regalpetra mai riuscirebbe a crederlo.

Quel che oggi succede con i contributi unificati è degno degli anni di Girolamo secondo  e dunque il regalpetrese pensa che è sul pianeta che tasse e balzelli debbano qui accanirsi, da secoli la stessa storia. Sulle carte del catasto gli agenti dei contributi unificati vedono doppio, il territorio del Comune, che è di circa settemila ettari, diventa doppio per una misteriosa operazione, chi ha una salma di terra implacabilmente si trova a pagare per due. Il solo nome del commendator Laurìa, a pronunziarlo, suscita nei piccoli proprietari febbricose visioni: quel piccolo uomo se ne sta tranquillo dietro una scrivania, i reclami gli volteggiano intorno come farfalle, reclami spediti da cinque, da dieci anni, con lettere raccomandate sollecitati; mai che il commendatore alzi la mano ad acchiapparne uno, li guarda deliziosamente vorticare, viene uno spiffero d’aria e i reclami volano via. – “Il reclamo di cui fate cenno nella Vs del… non può essere preso in considerazione perché non pervenuto nei termini stabiliti”; oppure -” perché non corredato dell’estimo catastale storico”.

Di fronte alla richiesta di un estratto catastale storico la devozione alla Madonna, professata dai regalpetresi anche con una sopratassa sui generi alimentari, crolla di colpo: un barocco di bestemmie esplode nell’aria, auguri di un sollecito canchero, di una subitanea botta di sangue, di una schioppettata ben data, di un improvviso crollo di pavimenti e soffitti volano verso l’ufficio da cui la lettera proviene; senza contare gli attributi che a tre a tre sbocciando, come le vecchie rettoriche raccomandavano, toccano a mogli sorelle e figlie in età da marito di tutti quelli che mangiano pane lavorando in quell’ufficio. Il commendatore, uomo notoriamente pio, diventa una figura diabolica, galleggia nella fantasia dei proprietari con sberleffi e cachinni, di notte li sveglia sussurrando la cifra da pagare all’esattore, suggerisce l’immagine del sequestro, dell’annata di grano e mandorle divorata dai contributi…

Dal commendatore l’incubo sale al prefetto, al presidente della regione, al presidente del consiglio; lo Stato ghigna sordo e lontano.

(Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, 1967)

Read Full Post »

nietzsche a torino

 

Read Full Post »

Paolo Poli

Il mio lavoro è dal vivo, in mezzo alle persone, non esiste gioia più grande per me. Osservo la gente all’inizio dei miei spettacoli e a volte noto qualche volto stanco o incupito per una faticosa giornata lavorativa ma a poco a poco nasce il sorriso e la gioia grazie a una mia battuta o a una mia canzone e non c’è denaro che mi ripaghi di una gioia così. Da giovane facevo il cinema come si facevano le marchette, per soldi, e ho fatto anche tantissimi fotoromanzi: una volta ero a casa di Zeffirelli e Franco non c’era, impegnato in America per delle regie di opera lirica, così presi tutte le sue giacche e i suoi completi perché mi facevano fare sempre il figlio dei ricchi insieme a Laura Tavanti, la moglie di Paolo Ferrari. Rimpianti? Nessuno, il cinema è bello farlo se sei un regista poiché l’attore non conta: in Torna a casa Lassie era più bravo il cane di Liz Taylor, persino il cavallo di Granpremio era più espressivo della Taylor e di Mickey Rooney. Ho rifiutato un ruolo in 8 e½del mio amico Federico Fellini e pure nel Pinocchio di Carmelo Bene: mi offrì la parte di Lucignolo ma avevo i miei impegni teatrali. Anni dopo ho fatto con Marco Messeri un Pinocchio per la Rai ma io ero la Fata Turchina e Benigni, se era più intelligente, pigliava me come Fata!

(intervista con Paolo Poli, da Alias 19 gennaio 2013, a cura di Cecilia Ermini)

 

 

Read Full Post »

Mi resta da dire che ho apportato qualche correzione a Morte dell’ Inquisitore, giovandomi di suggerimenti che generosamente qualche lettore mi ha dato, e ho aggiunto in nota un articolo su un recente ritrovamento nel palermitano palazzo dello Steri, che fu sede dell’Inquisizione. Non ho mutato nulla nelle Parrocchie: e non avevo del resto, né soggettivamente né oggettivamente, ragione alcuna per mutare qualcosa. Il che, soggettivamente, può essere una presunzione; ma oggettivamente, per l’immutata realtà del paese, è una tragedia.

(Leonardo Sciascia, dalla prefazione a Le parrocchie di Regalpetra, 1967)

Read Full Post »

Read Full Post »