con una mano sul cuore

Quando dava un appuntamento agli amici, arrivava sempre in ritardo. Giungeva a passo di corsa, con un sorriso imbarazzato sul volto, e teneva la mano sul cuore come per dire: «Sono innocente ». L’attore Lòwy lo attendeva a lungo sotto casa. Se vedeva la luce accesa nella stanza di Kafka, supponeva: «Sta ancora scrivendo»: poi la luce si spegneva di colpo, ma restava accesa nella stanza vicina, e allora si diceva: «Sta cenando»: la luce si riaccendeva nella sua camera, dove lui, dunque, si stava lavando i denti: quando si spegneva, Lòwy pensava che stesse scendendo velocemente le scale; ma ecco che si riaccendeva di nuovo, forse Kafka aveva dimenticato qualcosa… Kafka spiegava che adorava aspettare: una lunga attesa, con lente occhiate all’orologio e indifferente andare e venire, gli era piacevole quanto starsene coricato sul divano con le gambe distese e le mani nelle tasche. Aspettare dava uno scopo alla sua vita, che altrimenti gli sembrava così indeterminata: aveva un punto prefisso davanti a sé, che segnava il suo tempo, e lo assicurava di esistere. Forse dimenticava di dire che arrivare in ritardo era per lui un modo di eludere il tempo: di vincerlo, spossandolo a poco a poco e sottraendosi al suo battito regolare.
Gli amici lo scorgevano da lontano, vestito in modo sempre pulito e ordinato, mai elegante: abiti grigi o blu scuri, come un impiegato.
(Pietro Citati, Kafka, gli Adelphi)

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