molto andrebbe perduto

L’arco di tempo preso in considerazione abbraccia così quasi due secoli, il che ci permette di constatare come, in questo lungo periodo, ben poco sia cambiato in quello strano disturbo del comportamento che costringe a trasformare tutti i sentimenti in parole scritte e che, pur mirando alla vita, riesce sempre con sorprendente precisione a mancare il centro. Ciò che più di tutto mi ha stupito mentre mi dedicavo a queste riflessioni, è stata l’incredibile pertinacia degli uomini di lettere. Contro il vizio della scrittura non sembra esserci rimedio: coloro che ne sono caduti preda, vi si accanisco perfino quando la voglia di scrivere li ha già abbandonati da un pezzo, e financo in quell’età critica nella quale, come osserva Keller, corriamo tutti i giorni il rischio di rincitrullire e nulla desideriamo così intensamente quanto di poter mettere un freno, una buona volta, alle rotelle che senza posa girano nella nostra testa. Rousseau che, nel suo rifugio sull’isola si San Pietro, già a cinquantatré anni vorrebbe smettere con quell’eterno rimuginare, continuerà invece a scrivere fino alla morte. E Morike apporta sempre nuovi ritocchi al proprio romanzo, anche quando da tempo non ne vale più la pena. A cinquantasei anni Keller lascia il suo impiego di dipendente pubblico, per dedicarsi in tutto e per tutto all’attività letteraria, e Walser riesce a liberarsi dalla coazione a scrivere, solo promuovendo per così dire la propria interdizione. [……] Evidentemente scrivere è una faccenda dalla quale non ci si libera così su due piedi, persino quando ci è diventata odiosa o impossibile. Dalla prospettiva di colui che vi si dedica, non si può addurre quasi nulla a sua difesa, tanto poco gratificante è lo scrivere. Forse davvero sarebbe meglio accontentarsi di metter nero su bianco, come si proponeva in origine Keller, un breve romanzo su un giovane artista dalla carriera tragicamente interrotta e con una conclusione fosca come un cipresso sotto cui tutto viene sepolto, e poi posare la penna. Non c’è dubbio che, in questo caso, molto andrebbe perduto per il pubblico, perché i poveri scrittori, prigionieri del loro mondo di parole, a volte sanno dischiudere scenari di una tale bellezza e intensità, quali ben di rado può fornire la vita stessa.

W.G.Sebald, (dalla premessa a) Soggiorno in una casa di campagna, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi 2012

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