Poh! Poh! Ya poh? Ya poh!

Tavolini all’aperto sul terreno roccioso, stanze di pietra, niente luce elettrica, zanzariere per gli insetti, e tutt’intorno un paesaggio biblico. Un nero alto con un viso fiero, quasi orientale, abbraccia e saluta Haan, e per la prima volta sento il saluto rituale dogon, o meglio, un botta e risposta di suoni di cui solo dopo capisco bene il senso: Salve! Salve! Stai bene? Sì, sto bene. E tua moglie? Sta bene. E i tuoi figli? E il resto del mondo? e gli animali? Ma forse la cosa importante non è quello che si dice, è il fatto che la gente si saluta sempre così, a ogni occasione, come se incontrare altre persone fosse una cosa straordinaria, come se parlarsi e conoscersi reciprocamente fosse un bene così grande da richiedere l’utilizzo di formule. In quei giorni l’ho sentito centinaia di volte e alla fine li invidiavo perchè non lo sapevo fare anche io. “Poh! Poh! ya poh? Ya poh! Oe Seoah? Seoah! Umana Seoah? Seoah! Pégé Seoah? Seoah!” e così via all’infinito, per poi concludere con un soddisfatto e prolungato “aaaah!”.

(Cees Nooteboom, Moonland Mali (1971), in Hotel Nomade, Feltrinelli 2003

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