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Archive for settembre 2012

sorrisi 1

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ascolti

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Mah… qualche anno fa si diceva l’immaginazione al potere, che sembrava uno slogan molto bello. Poi,  ripensandoci, il segreto è che l’immaginazione non prenda mai il potere, cioè non diventi parola d’ordine, non diventi programma obbligatorio.  (Italo Calvino, da Intervista ad Italo Calvino del 1981 [parte 5] )

grazie a g.

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Tavolini all’aperto sul terreno roccioso, stanze di pietra, niente luce elettrica, zanzariere per gli insetti, e tutt’intorno un paesaggio biblico. Un nero alto con un viso fiero, quasi orientale, abbraccia e saluta Haan, e per la prima volta sento il saluto rituale dogon, o meglio, un botta e risposta di suoni di cui solo dopo capisco bene il senso: Salve! Salve! Stai bene? Sì, sto bene. E tua moglie? Sta bene. E i tuoi figli? E il resto del mondo? e gli animali? Ma forse la cosa importante non è quello che si dice, è il fatto che la gente si saluta sempre così, a ogni occasione, come se incontrare altre persone fosse una cosa straordinaria, come se parlarsi e conoscersi reciprocamente fosse un bene così grande da richiedere l’utilizzo di formule. In quei giorni l’ho sentito centinaia di volte e alla fine li invidiavo perchè non lo sapevo fare anche io. “Poh! Poh! ya poh? Ya poh! Oe Seoah? Seoah! Umana Seoah? Seoah! Pégé Seoah? Seoah!” e così via all’infinito, per poi concludere con un soddisfatto e prolungato “aaaah!”.

(Cees Nooteboom, Moonland Mali (1971), in Hotel Nomade, Feltrinelli 2003

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notturni

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i benpensanti

Lei e lui alla posta, una fila tutto sommato modesta, ne ho viste di peggio. Lui al telefono che squilla spesso, parla a voce alta, come si conviene a un uomo del suo rango che voglia far sentire ai comuni mortali seduti in attesa del loro turno che ha un ruolo importante, è un medico. Sì, ti conviene andare al Pronto Soccorso, dai retta a me, se si tratta di una lussazione. Come dici? un’infezione? Ah, no, una lussazione. Allora sì, guarda, così ti steccano, te lo fermano, dai retta a me, camminando in su e giù. Lei gli sta alle spalle, lo guarda, anche lei parla a voce un po’ alta, mentre noi ci facciamo gli affari nostri, leggendo il giornale, un libro.
Loro in piedi, avanti e indietro. Sì, dice lei, è uno scandalo, è vero, hai ragione, solo due sportelli aperti, è vero, hai ragione, Paolo. Sì, hai ragione, dice lei, ci vorrebbe una protestina scritta.
Una protestina, penso, una minestrina, una cenetta, mettiti un golfino, mi raccomando vai pianino. Una signora per bene deve saper moderare i termini in pubblico.

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ehi…

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ODE A UN USIGNOLO
Di JOHN KEATS
I
Il cuore mi duole, e un sonnolento torpore affligge
i miei sensi, come se della cicuta io abbia bevuto,
o vuotato un greve sonnifero fino alle fecce
or è solo un minuto, e verso Lete sia sprofondato:
non è per invidia della tua felice sorte,
ma per esser troppo felice nella tua felicità,
che tu, Driade degli alberi dalle ali leggere,
in un melodioso recinto
verde di faggi, e dalle ombre innumerevoli,
canti dell’estate agevolmente a gola piena.
II
Oh, per un sorso della vendemmia! che sia stato
rinfrescato per lungo tempo nella terra profondamente scavata,
sàpido di Flora e del rustico prato,
di danza, e canzoni provenzali, e dell’assolata allegria!
Oh! per una coppa piena del tepido Mezzogiorno,
pieno del vero, del rosato Ippocrene,
con perlate bolle occhieggianti sull’orlo,
e la bocca macchiata di porpora:
ch’io potessi bere, e lasciare il mondo non veduto,
e con te vanire via nella foresta opaca:
III
vanir via lontano, dissolvermi, e affatto dimenticare
ciò che tu tra le foglie non hai mai conosciuto,
il languore, la febbre, e l’ansia
qui, dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere;
dove la paralisi scuote pochi, tristi, ultimi capelli grigi,
dove la giovinezza si fa pallida e spettrale, e muore;
dove pur il pensare è un esser pieni di dolore
e di disperazioni dagli occhi plumbei,
dove la Bellezza non può serbare i suoi occhi luminosi,
o il nuovo Amore struggersi per essi più là di domani.
IV
Via! via! perché io voglio fuggire a te,
non tratto sul carro da Bacco e dai suoi leopardi,
ma sulle invisibili ali della Poesia,
benché l’ottuso cervello confonda e ritardi:
già con te! tenera è la notte,
e forse la Regina Luna è sul suo trono,
con a grappoli intorno tutte le sue Fate stellari;
ma qui non c’è luce alcuna,
fuor di quanta dal cielo con le brezze spira
per verdeggianti tenebre e sinuose vie di muschi.
V
Io non posso vedere quali fiori siano ai miei piedi,
né che molle incenso penda sulle fronde,
ma, nella profumata oscurità, indovino ogni dolcezza
di cui il mese propizio dota
l’erba, il boschetto, e il selvaggio albero da frutta;
il biancospino, e la pastorale eglantina;
viole che presto appassiscono ricoperte di foglie;
e la figliuola maggiore del mezzo maggio,
la veniente rosa muscosa, piena di rugiadoso vino,
mormoreggiante dimora delle mosche nelle sere estive.
VI
All’oscuro io ascolto; e ben molte volte
son io stato a mezzo innamorato della confortevole Morte
e l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime
perché si portasse nell’aria il mio tranquillo fiato;
ora più che mai sembra delizioso morire,
aver fine sulla mezzanotte, senza alcun dolore,
mentre tu versi fuori la tua anima intorno
in una tale estasi!
ancora tu canteresti, ed io avrei orecchie invano
al tuo alto requie divenuto una zolla.
VII
Tu non nascesti per la morte, immortale Uccello!
le affannate generazioni non ti calpestano;
la voce ch’io odo in questa fuggevole notte fu udita
in antichi giorni dall’imperatore e dal villano:
forse la stessa canzone che trovò un sentiero
per il triste cuore di Ruth, quando, piena di nostalgia
ella stette in lagrime tra il grano straniero;
la stessa che spesse volte ha
affascinato magiche finestre, aperte sulla schiuma
di perigliosi mari, in fatate terre abbandonate.
VIII
Abbandonate! la parola stessa è come una campana
che rintocchi per ritrarmi da te alla mia solitudine!
Addio! la fantasia non può frodare così bene
com’ella ha fama di fare, ingannevole silfo.
Addio! addio! la tua lamentosa antifona svanisce
oltre i prati vicini, sopra la silenziosa corrente,
su per il fianco del colle; ed ora è sepolta profonda
nelle prossime radure della valle:
fu una visione, o un sogno ad occhi aperti?
fuggita è quella musica: son io desto o dormo?

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