Upilio Faimali, il toreador della savana

Upilio Faimali, Memorie di un domatore di belve, raccolte da Paolo Mantegazza, Milano, Gaetano Brigola e Comp., 1879.

Upilio, ovvero Opilio secondo l’atto di nascita, era venuto al mondo a Gropparello il 25 agosto 1826, ma scelse come patria d’adozione Pontenure, una borgata sul Nure (corso d’acqua dalle parti di Piacenza) dove, in una casa in località Colombare, trascorse gli ultimi suoi anni fino a quando morì, il 13 settembre 1894. Di famiglia poverissima, a undici anni aveva lasciato il natio borgo per andare in cerca di fortuna. Upilio iniziò la sua avventura per il mondo accettando di fare, come nella migliore delle tradizioni, i più umili mestieri. Il suo momento scoccò in Francia, quando il circo Didier Gauthier lo assunse come mozzo di stalla. Messosi d’impegno riuscì ad addestrare una scimmia facendone una cavallerizza provetta, numero che suscitò ammirazione. Riuscì a farle cavalcare lupi, iene, leoni e giaguari. Fatalmente un’epidemia fece morire tutte le sue bestie ammaestrate. Così, in preda allo sconforto, Faimali decise di partire per l’Africa a andare a cercarsi direttamente belve sane e robuste. In pochi mesi agguantò ventisette giaguari mettendoli in gabbia con una tecnica del tutto personale e quanto meno temeraria. Per catturare la fiera vantava d’avvicinarsi all’animale acquatato e quando questi gli balzava contro, scansandosi agilmente, tipo toreador della savana, buttava addosso alla belva una rete, immobilizzandola. Così raccontava in giro. Si autoproclamò “Re dei giaguari”, almeno nella pubblicità del suo spettacolo, portato in tournée per l’Europa, suscitando negli spettatori terrore e raccapriccio, specialmente quando, con mossa fulminea, infilava la testa tra le fauci dei leoni. Una leonessa, che non doveva aver gradito l’intrusione, strinse una volta un po’ troppo le mandibole e lui, dalla morsa, uscì sanguinante, ma impavido. Per lo spettacolo- pantomima, si agghindava da arabo. Dall’interno della gabbia esibiva con facondia avventure di caccia. Sparandole grosse la sua fama crebbe. Sposò una piacentina, tale Albertina Parenti, così tosta che gli fu impossibile domarla. Il “Re dei giaguari” fu costretto a lasciare il tetto coniugale con la coda fra le gambe. Faimali si accasò con una serva che, sfuggita anch’essa dalle furie della padrona, finì col condividere l’esilio domestico del domatore [……]. Paolo Mantegazza, il celebrato autore della Fisiologia del piacere, e di quella summa epistolare che è Un giorno a Madera in cui, tra Madera e Quinto, due tisici innamorati carteggiano, espettorando ardenti lettere coniugate al languore della imminente fine, dedicò una biografia a Upilio Faimali definendolo “uno dei più illustri domatori di fiere che abbia dato l’Italia” : un uomo piccolo di statura, tarchiato, il volto acceso di chi ha il sangue caldo ed è facile alla collera. Upilio Faimali riposa nel cimitero di Pontenure, cittadina dove anche una strada ricorda il suo nome e sulla facciata del municipio una lapide conclama i suoi meriti. Non gli è stato ancora eretto il monumento sulla piazza principale come si vagheggiò di fare nel 1960. I promotori dell’onorifico progetto sono tutti morti e nessuno ha raccolto ancora la loro eredità.

(Giuseppe Marcenaro, Libri. Storie di passioni, manie e infamie, Bruno Mondadori, 2010)

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