non scuola

‎”Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. Quando Cristina Ventrucci parlò di non-scuola, la definizione fu accolta senza discussioni. Il gioco è ancora oggi l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare.”

‎”Per realizzare l’incontro c’è bisogno, in una prima fase, di svuotare il testo, perché i dialoghi sono all’inizio un impedimento autoritario che va spazzato via. Fatto a pezzi il monumento, si riparte dal gioco d’improvvisazione che i teatranti propongono agli adolescenti, gioco che consiste nel dare nuova vita alle strutture drammaturgiche del testo.”

‎”Immaginarsi gli autori da adolescenti, immaginarseli quando erano dei nessuno. Aristofane diciassettenne che scrive la sua prima commedia contro la guerra. Molière che abbandona la casa paterna e fa la gavetta in provincia. Rosvita che arrossisce e si ispira alle pagine di Terenzio. Büchner rivoluzionario fallito. Goldoni che scappa sulla barca dei comici, Bruno che scappa dal convento, non respira.”

Da Teatro delle Albe: non-scuola

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