un matrimonio in provincia 1

Dopo la campagna venivano poi loro [le cugine Bonelli] a salutarci prima di di tornare in collegio e , se riescivano a trovarci in casa, il che non era facile, le ricevevamo maestosamente in sala, dicendo: ” accomodatevi, sedetevi” e finalmente mettendoci a seder noi sul divano per dare l’esempio. E loro dicevano ” grazie, grazie” ma non sedevano mai, sfarfallavano un po’ intorno, toccavano tutte le cose sulla tavola, la scatola da guanti, i cerchi da tovagliolo, la coppa e domandavano ogni volta, chi aveva fatto questo e regalato quello; e noi ripetevamo la leggenda d’ogni oggetto.

Poi correva in sala il babbo, che noi avevamo fatto chiamare in aiuto, e non so come avvenisse che, dopo due minuti, stava narrando con grande enfasi e grandi gesti, qualche impresa eroica degli Aiaci, o qualche sfuriata di Orlando. E quelle ragazzine ridevano, capivano, suggerivano, e sapevano anche loro i nomi degli eroi di quei poemi del babbo, come fossero stati loro amici. La Titina diceva:

– E’ perché loro hanno già fatta la loro educazione letteraria.

Pel resto dell’anno, poi, si parlava di quelle visite fra noi e colla zia. La zia ci stava a sentire con un gran sorriso beato che scopriva tutte le avarie della dentiera; pareva che ci avesse gusto alle nostre chiacchierine; cercava anche di prendere parte al discorso. ma, quando si rideva, non le riesciva mai di afferrare il lato buffo della cosa, e rideva dal canto suo per tutt’altro motivo.

Una volta le Bonelli ci avevano narrato quel vecchio aneddoto, d’una signora che, dopo aver cercato sull’orario delle strade ferrate dove potrebbe fare una gita di piacere, vedendo “Novara, Trecate, Magenta, Milano e viceversa”, disse: “Andiamo a Viceversa!”

Noi ne ridemmo per l’appunto un anno; e l’anno seguente credevamo di riderne ancora colle cugine, che l’avevano dimenticato, e quando glielo ricordammo, sorrisero appena, e dissero che era “una vecchia stupidaggine”.

Ma, nelc olmo della nostra ilarità, la zia se l’era fatta raccontar molte volte; poi era scoppiata in una gran risata convulsa, esclamando: – Il Vice- versa! Il Vice-versa!- ed alzando la mano nell’atto di chi versa qualche cosa in una brocca.

C’era nella nostra parrocchia un vice-parroco. che, tra loro divote, chiamavano il Vice, e del quale si occupavano e parlavano continuamente. In quell’aneddoto credeva ce ci fosse un’allusione balorda a quel suo Vice, e fu impossibile distogleirla da quell’idea, che trovava enormente comica.

Del resto aveva poco tempo per chiacchierare. Soffriva di reumi, ed era occupata continuamente a mettersi una flanella in più, o a toglierla, appena la temperatura aumentava o diminuiva d’un grado.

Poi aveva le funzioni di chiesa, che le portavano via molte ore dle mattino. Poi c’era la serva, alla quale si figurava d’insegnare a far cucina, un’arte che le era perfettamente ignota, e per la quale aveva un’inettitudine fenomenale.

Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia, Einaudi Centopagine, Collezione di narratori diretta da Italo Calvino, 1973

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