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Archive for maggio 2012

A tuffo nel relitto

Avendo prima letto il libro dei miti

e caricato la macchina fotografica,

e tastato la lama del coltello,

mi misi

l’armatura di gomma nera

le pinne assurde

la maschera seria e ingombrante.

mi tocca far questo

non come Costeau con la sua

équipe assidua

a bordo della goletta inondata di sole

ma qui da sola.

C’è una scala.

La scala c’è sempre

pende innocente

al fianco della goletta.

Sappiamo a che serve,

noi che l’abbiamo usata.

Altrimenti

è un pezzo di filamento marino

un attrezzo qualsiasi.

Scendo.

Piolo dopo piolo e ancora

l’ossigeno mi immerge

la luce azzurra

gli atomi chiari

della nostra aria umana.

Scendo.

Le pinne mi paralizzano,

striscio come un insetto giù per la scala

e non c’è nessuno

a dirmi quando l’oceano

comincia.

Prima l’aria è azzurra e poi

è più azzurra e poi verde e poi

nera vedo tutto nero eppure

la maschera è buona

pompa forza al mio sangue

il mare è un’altra storia

il mare non è questione di forza

devo imparare da sola

a muovere il corpo senza sforzo

nel profondo dell’elemento.

E ora: è facile dimenticare

perché sono venuta

in mezzo a chi è sempre

vissuto qui

agitando ventagli smerlati

fra le scogliere

e inoltre

si respira in modo diverso quaggiù.

Sono venuta a esplorare il relitto.

Le parole sono propositi.

Le parole sono mappe.

Sono venuta a vedere il danno che è stato fatto

e i tesori che sono rimasti.

Carezzo il raggio della mia lampada

lentamente lungo il fianco

di qualcosa di più duraturo

dei pesci o delle alghe

la cosa per cui venni:

il relitto e non la storia del relitto

la cosa stessa e non il mito

il volto annegato che sempre guarda

verso il sole

la prova del danno

erosa dal sale e dai flutti a questa bellezza consunta

le costole del disastro

che curvano  la loro asserzione

fra i cauti fantasmi.

Questo è il posto.

E sono qui, la sirena i cui capelli scuri

fluttuano neri, il tritone dal corpo corazzato.

Giriamo in silenzio

attorno al relitto

ci tuffiamo nella stiva.

Io sono lei: io sono lui

il cui volto annegato dorme a occhi aperti

i cui seni ancora portano il peso

il cui carico d’argento, rame, vermeil giace

oscuro nei barili

semi-incastrati e lasciati a marcire

noi siamo gli strumenti semi-distrutti

che un tempo tennero la rotta

il solcometro corroso dell’acqua

la bussola impazzita

Siamo, sono, sei

per viltà o per coraggio

quell’uno che torna sempre

a questa scena

portando un coltello, una macchina fotografica

un libro dei miti

nel quale

i nostri nomi non compaiono.

1972

Adrienne Rich, Esplorando il relitto, Poesie, Savelli Editore,1979, a cura di Liana Borghi

Me ne ha ricordata subito un’altra, La casa dei doganieri, per la bussola, certo, che anche lì  gira impazzita alla ventura, per gli strumenti che non riescono più a segnare la rotta e sono corrosi e arrugginiti, e non sono più in grado di dire niente.

Bello sarebbe sapere se Adrienne Rich ha mai letto Montale. Che del resto a me ha sempre ricordato, per una qualche assonanza, Orazio e il carpe diem: Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi quem tibi finem di dederint, non chiederti, non domandarti la fine, lascia stare, ascolta il rumore del mare che stanca le rive da una parte e dall’altra. Forse è il mare l’elemento che li accosta nella mia mente, forse che questi due uomini parlano entrambi a una donna giovane che non si vede o che se n’è andata.

Eppure mi pare che ci sia un filo che lega queste poesie, un filo che ancora non riesco a trovare.

Non pensare al futuro, dice Orazio, il tempo è invidioso della nostra felicità, fugge, ma tu non pensarci, lascialo andare e rimani qui con me, non pensare alla mia o alla tua morte, a quando sarà.  Non ricordi il passato, dice invece Montale, non puoi più ricordare quello che è stato, te ne sei andata insieme al tempo e io senza di te non sono più capace di  capire da che parte devo andare, tutto è in rovina, forse laggiù c’è una luce, chissà.

E poi c’è lei,una donna sola, che si arma come un guerriero, le pinne, la maschera, il coltello, la macchina per fissare i ricordi, e il libro dei miti, la storia, il passato,che scende lungo una scala o lungo un filamento marino, un pezzo di filo qualsiasi, il filo che ancora non si è addipanato. E’ sola, nessuno può dirle dove l’oceano comincia. Non le serve la forza. Deve imparare movimenti leggeri e sinuosi.

E’ venuta a esplorare il relitto, quello che rimane, di lei e di lui, della sirena e del tritone, ed è lui e lei e insieme anche tutti gli strumenti corrosi e incastrati e lasciati a marcire, che un tempo furono capaci di dare la rotta, ma che adesso non possono più servire. Altri strumenti servono, allora.

E’ lei, è una, e torna, sempre, a guardare.  E’ lei, è una che alla fine parla, dopo tanto silenzio, dopo che altri hanno parlato al suo posto e le hanno detto, non chiedere, le hanno detto, non ricordi più. E’ lei, e torna e osserva e cerca di trovare il danno e i tesori rimasti, laggiù nella luce azzurra e poi verde e poi nera, all’improvviso.  Per dirlo: perché le parole sono mappe.

e poi ancora:

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta

 e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde *

Giuseppe Ungaretti, Il porto sepolto, in Vita d’un uomo, Tutte le poesie, a cura di L.Piccioni, Mondadori, 1986 ( «Verso i sedici anni, ho conosciuto due giovani ingegneri francesi i fratelli Thuile, Jean e Hanri Thuile.
Mi parlavano di un porto, sommerso, che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era già un porto già prima d’Alessandro, che già prima di Alessandro era una città. Il titolo del mio primo libro deriva da quel porto: 
Il porto sepolto»)


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Fonte: NOTGELD – GERMAN EMERGENCY MONEY

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segnale orario

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Dubai vista dall’alto

Cupola del Duomo di Parma vista dal basso.

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nei giorni

avverti un senso di decadenza. Non sai se è l’età, che tuo padre e tua madre- come è nella natura delle cose- sono vecchi e per la prima volta lo sanno; non sai. Non sai se è il tempo in cui vivi e se ad altri accade lo stesso, di accorgersi così che siamo mortali, come lampi.

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Desideravo andare a Novara, città che non conoscevo e di cui avevo sentito parlare per la prima volta qui. Mi sembrava però un luogo lontano e proibito come l’Africa o la Siberia, come ci sembrano lontani e proibiti tutti i paesi di cui si parla nei libri. Sapevo che a Novara avrei visto solo strade e gente di cui non m’importava nulla: eppure mi sembrava impossibile non trovarvi immediatamente il parrucchino della matrigna, il paravento della zia, le otto seggiole rosse e le otto seggiole verdi, il messaggio d’amore appiccicato sul pezzo di manzo umido, i due gelati spariti nei cinque piattini; mi sembrava impossibile che non si sentissero dire per strada le frasi che io sapevo a memoria: “Quanto sei bella, Denza!” “Domenica verrò in Duomo”, “Badi che i ghiacciai ingannano. L’Etna ha il fuoco dentro…” [ …..]

Se ho raccontato ora delle impressioni tanto remote, è perché nel parlare di questo romanzo mi è impossibile districarlo da loro. Penso che nella vita di ognuno esista un libro simile, che da bambini non ci siamo limitati semplicemente a leggere, ma abbiamo perlustrato e rovistato in ogni angolo come una stanza. Un libro simile, rovistato come una stanza, scrutato e interrogato come una faccia in ogni tratto e ogni ruga, non lo potremmo giudicare come si giudica un libro, perché esso ha lasciato per noi la zona dei libri ed è venuto a vivere nella zona delle memorie e degli affetti.

Natalia Ginzburg, Un matrimonio in provincia, in Non possiamo saperlo, Saggi 1973-1990, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2001

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Dopo la campagna venivano poi loro [le cugine Bonelli] a salutarci prima di di tornare in collegio e , se riescivano a trovarci in casa, il che non era facile, le ricevevamo maestosamente in sala, dicendo: ” accomodatevi, sedetevi” e finalmente mettendoci a seder noi sul divano per dare l’esempio. E loro dicevano ” grazie, grazie” ma non sedevano mai, sfarfallavano un po’ intorno, toccavano tutte le cose sulla tavola, la scatola da guanti, i cerchi da tovagliolo, la coppa e domandavano ogni volta, chi aveva fatto questo e regalato quello; e noi ripetevamo la leggenda d’ogni oggetto.

Poi correva in sala il babbo, che noi avevamo fatto chiamare in aiuto, e non so come avvenisse che, dopo due minuti, stava narrando con grande enfasi e grandi gesti, qualche impresa eroica degli Aiaci, o qualche sfuriata di Orlando. E quelle ragazzine ridevano, capivano, suggerivano, e sapevano anche loro i nomi degli eroi di quei poemi del babbo, come fossero stati loro amici. La Titina diceva:

– E’ perché loro hanno già fatta la loro educazione letteraria.

Pel resto dell’anno, poi, si parlava di quelle visite fra noi e colla zia. La zia ci stava a sentire con un gran sorriso beato che scopriva tutte le avarie della dentiera; pareva che ci avesse gusto alle nostre chiacchierine; cercava anche di prendere parte al discorso. ma, quando si rideva, non le riesciva mai di afferrare il lato buffo della cosa, e rideva dal canto suo per tutt’altro motivo.

Una volta le Bonelli ci avevano narrato quel vecchio aneddoto, d’una signora che, dopo aver cercato sull’orario delle strade ferrate dove potrebbe fare una gita di piacere, vedendo “Novara, Trecate, Magenta, Milano e viceversa”, disse: “Andiamo a Viceversa!”

Noi ne ridemmo per l’appunto un anno; e l’anno seguente credevamo di riderne ancora colle cugine, che l’avevano dimenticato, e quando glielo ricordammo, sorrisero appena, e dissero che era “una vecchia stupidaggine”.

Ma, nelc olmo della nostra ilarità, la zia se l’era fatta raccontar molte volte; poi era scoppiata in una gran risata convulsa, esclamando: – Il Vice- versa! Il Vice-versa!- ed alzando la mano nell’atto di chi versa qualche cosa in una brocca.

C’era nella nostra parrocchia un vice-parroco. che, tra loro divote, chiamavano il Vice, e del quale si occupavano e parlavano continuamente. In quell’aneddoto credeva ce ci fosse un’allusione balorda a quel suo Vice, e fu impossibile distogleirla da quell’idea, che trovava enormente comica.

Del resto aveva poco tempo per chiacchierare. Soffriva di reumi, ed era occupata continuamente a mettersi una flanella in più, o a toglierla, appena la temperatura aumentava o diminuiva d’un grado.

Poi aveva le funzioni di chiesa, che le portavano via molte ore dle mattino. Poi c’era la serva, alla quale si figurava d’insegnare a far cucina, un’arte che le era perfettamente ignota, e per la quale aveva un’inettitudine fenomenale.

Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia, Einaudi Centopagine, Collezione di narratori diretta da Italo Calvino, 1973

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