il juego del revés

La saudade, diceva Maria do Carmo, non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno, lo ha detto un grande poeta. E allora cominciava a parlare di Fernando Pessoa. Passavo a prenderla dalla sua casa di Rua das Chagas verso le sei del pomeriggio, lei mi aspettava da dietro una finestra, quando mi vedeva imboccare Largo Camões apriva il pesante portone e scendevamo verso il porto girovagando per Rua dos Fanqueiros e Rua dos Douradores, facciamo un itinerario fernandino, diceva lei, questi erano i luoghi prediletti di Bernardo Soares, aiutante contabile nella città di Lisbona, semieteronimo per definizione, era qui che faceva la sua metafisica, in queste botteghe di barbiere. A quell’ora la Baixa era affollata di gente frettolosa e vociante, gli uffici delle compagnie di navigazione e delle imprese commerciali chiudevano gli sportelli, alle fermate dei tram c’erano lunghe file, si sentiva il grido propagandistico dei lustrascarpe e degli strilloni. Ci infilavamo nella confusione di Rua da Prata, attraversavamo Rua da Conceição e scendevamo verso il Terreiro do Paço, bianco e malinconico, dove i primi traghetti affollati di pendolari salpavano per l’altra riva del Tago. Questa è già una zona di Alvaro de Campos, diceva Maria do Carmo, in poche strade  siamo passati da un eteronimo all’altro.
A quell’ora la luce di Lisbona era bianca verso la foce e rosata sulle colline, gli edifici settecenteschi parevano un’oleografia e il Tago era solcato da una miriade di battelli.  Avanzavamo verso i primi moli, quei moli dove Alvaro de Campos andava ad aspettare nessuno, come diceva Maria do Carmo, e lei recitava qualche verso dell’Ode Marittima, il passo in cui il piccolo piroscafo disegna la sua sagoma all’orizzonte e Campos sente un volano che comincia a ruotare dentro al suo petto. Il crepuscolo stava calando sulla città, si accendevano le prime luci, il Tago brillava di riflessi cangianti, negli occhi di Maria do Carmo c’era una grande malinconia. Forse sei troppo giovane per capire, alla tua età io non avrei capito, non avrei immaginato che la vita fosse come un gioco che giocavo nella mia infanzia a Buenos Aires. Pessoa è un genio perché ha capito il risvolto delle cose, del reale e dell’immaginato, la sua poesia è un juego del revés.

(Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, 1991)

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