L’unico modo di difendere la lingua è attaccarla, ma sì Madame Straus!

Sto leggendo- dopo averlo finalmente trovato in biblioteca, ma mi sa che me lo comprerò dopo averlo finito- un bel libro che da più parti  era stato consigliato, Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust  di Mario Lavagetto. Ne avevo sentito parlare per la prima volta questa estate, poi di nuovo altri lo hanno citato e così alla fine mi sono decisa a leggerlo e per il momento ne vale davvero la pena. Così metto questo pezzo, contravvenendo ad una regola che ultimamente mi ero data, di non postare brani da libri in lettura. Ma tant’è, quando ce vo’ ce vo’. Il brano iniziale è tratto da una lettera di Marcel Proust a Madame Straus, ex-moglie di George Bizet. Buona lettura.
Le uniche persone che difendono la lingua francese (come l’esercito durante l’affare Dreyfus) sono quelle che « l’attaccano». L’idea di una lingua francese, che esiste al di fuori degli scrittori  e che si protegge, è inaudita. Ogni scrittore è obbligato a farsi la propria lingua così come ogni violinista è obbligato a farsi il proprio suono. E tra il suono di un qualsiasi mediocre violinista e quello (sulla stessa nota) di Thibaud, c’è qualcosa di infinitamente piccolo, che  tuttavia è un mondo intero. Non voglio dire di amare gli scrittori originali che scrivono male. Preferisco- e forse è una debolezza- quelli che scrivono bene. Ma non scrivono bene che a condizione di essere originali e di farsi la propria lingua. La correzione, la perfezione dello stile esistono, ma al di là dell’originalità, dopo avere attraversato gli errori, non al di qua. La correzione al di qua – «emozione discreta» «bonomia sorridente» «anno tra tutti abominevole» [ nota: nel passaggio precedente della lettera Proust parla degli stereotipi linguistici]- è qualcosa che non esiste.

E’ in questa luce che assume il suo pieno significato un altro principio molto caro a Proust e su cui dovremo tornare ripetutamente. Tutti i bei libri, dice, sono scritti in una lingua straniera: in una lingua- potremmo aggiungere- che obbliga il lettore a un radicale straniamento. Ogni scrittore deve costruirsela rompendo il sonno delle convenzioni e interrompendo l’uno dopo l’altro i circuiti consolidati in modo da rendere più lento e più problematico il processo di decodificazione da parte dei destinatari. L’originalità comincia facendo deflagrare le consuetudini e imponendo un nuovo modo di vedere e un nuovo mondo in misura così radicale da rendere obbligatoria la creazione di un’altra lingua che nessuno conosce o che nessuno conosce più. Nel pieno delle sue scoperte Freud aveva scritto a Fliess di essersi «rassegnato a vivere come una persona che parla una lingua straniera o come il pappagallo di Humboldt». Se avesse potuto conoscere queste parole, Proust le avrebbe senza dubbio sottoscritte, trovandovi  una conferma dell’assioma per cui l’atto inaugurale di qualsiasi creazione (scientifica o letteraria) è un atto iconoclasta. Lo scrittore deve iniziare con un sistematico, lucido, implacabile sabotaggio della vecchia grammatica:

L’unico modo di difendere la lingua è attaccarla, ma sì Madame Straus! Perché la sua unità non è fatta che di contrari neutralizzati, di un’apparente immobilità che nasconde una vita vertiginosa e perpetua. Non si «tiene» infatti al cospetto degli scrittori di un tempo che a patto di avere cercato di scrivere in modo del tutto diverso. E quando si vuole  difendere la lingua francese, in realtà si scrive in modo del tutto opposto a quello del francese classico.

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