ma io volevo che mi amassero prima loro ( lo stato di grazia, seconda parte)

Se mia madre era in casa quando tornavo da scuola, poteva darsi mi dicesse che la signora Leinberg aveva telefonato e voleva che andassi a badare ai bambini e allora mi trovavo immerso in un altro dei dilemmi di quegli anni. Dovevo fare quel lavoro per guadagnarmi i soldi della colazione a scuola e c’erano volte in cui, considerando il dilemma che dovevo affrontare dai Leinberg, avrei preferito non mangiare o mangiare poco piuttosto che fare il bambinaio. Ma non c’era scelta. Mamma aveva già accettato per me e si era fatta promettere dalla signora Leinberg di non fare molto tardi e non privarmi così del sonno. Di solito mi aveva già preparato un panino imbottito da mangiare, in modo che potessi precipitarmi là in tempo per consentire al signore e alla signora Leinberg di andare fuori a pranzo. In ogni caso mangiavo il mio panino leggendo, tanto per rifarmi, e poi partivo. Mentre andavo dai Leinberg, scendendo per le scale di dietro, dondolandomi, come al solito appeso alla ringhiera, per rafforzare i muscoli delle braccia, pensavo con un senso di smarrimento a quello che ero e desideravo che le cose fossero diverse, e non capivo me stesso né la mia solitudine né il senso di crudele privazione che la vista della strada sotto esprimeva.

C’era un breve tratto di strada tra il nostro cortile e l’edificio in cui abitavano i Leinberg, ma facevo sempre una piccola deviazione sino alle mie due robinie e mi fermavo qualche minuto ad amarle; per quel che ne sapevo allora, non amavo niente altro.

Poi giravo a destra e attraversavo la strada passando accanto a un edificio che formava un angolo retto con la strada, di fronte a una specie di piccolo pendio, che era stato una volta lo scavo fatto per un altro edificio, mai costruito a causa della crisi. Dall’altra parte del pendio, c’era un gruppo di tre fabbricati e il terzo era quello dei Leinberg, con appartamenti di almeno otto camere, la scala di servizio incorporata nell’edificio e le autorimesse degli inquilini. Tutto ciò lo rendeva speciale e di lusso, qualcosa di eccezionale nel quartiere.

Il signor Leinberg aveva una fabbrica di prodotti farmaceutici che andava molto bene. Lo giudicavo un uomo in gamba ma non lo ricordo molto chiaramente e potrei anche sbagliare; a quei tempi non guardavo mai gli uomini in faccia, ma giravo la testa con un senso di timidezza e di imbarazzo; avrebbero potuto indovinare quanto profondamente desiderassi essere uno di loro.

Certo l’atmosfera di quegli anni di guerra- eravamo nel 1943- era quella dei rapidi arricchimenti; per tutti quelli che potevano lavorare, naturalmente. In ogni caso, egli si stava arricchendo ed era soltanto questione di tempo e poi i Leinberg si sarebbero trasferiti, da quella casa di appartamenti, a Laclede o a Ladue in una casa propria da quarantamila dollari, con un acro o più di terreno intorno.

La signora Leinberg era molto graziosa; bruna come mia madre ma non così bella. Anzitutto, era troppo piccola; era alta sì e no un metro e mezzo e io torreggiavo letteralmente sopra di lei. In secondo luogo non era per niente regale. Ma non aveva mai i denti macchiati di rossetto e i suoi vestiti erano quasi sempre nuovi e i suoi occhi, dolci (gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata). La signora Leinberg mi invitava di solito, a servirmi nel frigorifero e poi mi scriveva il numero di telefono del posto dove stava per andare. “Tieni Edward in fondo all’appartamento, così non disturberà la piccola”, mi diceva. “Se la piccola si sveglia, prendila in braccio immediatamente. E’ molto importante. non prendevo mai su Edward e me ne pentirò sempre.” Lo diceva ogni volta, anche se potevo vedere Edward che spiava appiattato nel corridoio di disimpegno, in attesa che i suoi genitori se ne andassero; allora avrebbe potuto correre fuori e saltarmi addosso e il nostro mondo sarebbe tornato vivo un’altra volta. Egli ascoltava, il piccolo viso- aveva sette anni- fatto smorto dalla ferita e dallo sforzo di penetrare quella ferita senza comprenderla.

La signora Leinberg diceva ancora: “Telefonami, se la bambina si sveglia” e poi, in tono conciliante, al marito: ” Verrò a casa un momento per farla riaddormentare e tornerò subito alla festa”. Poi a me: “Ma la bambina dorme quasi sempre, perciò non ti preoccupare”.

“Andiamo, Greta. Lo sa che cosa deve fare”, diceva il signor Leinberg con impazienza.

Sentivo sempre una nota di disprezzo nella sua voce, disprezzo per la moglie,  per Edward e per me. Me ne stavo lì, in piedi vicino al frigorifero, guardando dall’alto in basso quei due piccoli coniugi. Il padre di Edward aveva la voce gelosa e petulante. “Andiamo, Greta”, diceva spazientito, e a me: “Saremo a casa per le undici”.

“Edward va a letto alle nove”, aggiungeva la signora Leinberg e la sua voce era cauta e simile a quella di un uccello, ma tremula di confusione e di incertezza. Poi era come spazzata fuori dalla porta principale, un elegantissimo scampoletto di donna, nella scia del marito. Quando la porta si chiudeva, Edward si precipitava nell’ingresso e si aggrappava alle mie ginocchia, se stavo ancora guardando i suoi genitori, ma se ero rivolto verso di lui si buttava contro il mio petto e nelle mie braccia.

“A che cosa giochiamo questa sera?”

Questa era la sua prima domanda e a me toccava pensare. Tremava di eccitazione perché sapevo inventare per lui giochi meravigliosi, come i suoi sogni a occhi aperti. Poiché era un bambino, si fidava di me quasi ciecamente e io potevo fare qualsiasi cosa di lui. Finché non andai all’Università e non cominciai finalmente a essere come tutti gli altri, ebbi sempre questo strano potere sui bambini.

Nella camera da letto di Edward c’era un grande armadio con uno scomparto per i vestiti, un lavabo, un tavolino pieghevole e quindi o venti ripiani.  Il tavolo e i ripiani erano pieni zeppi di giocattoli, giochi vari e attrezzi sportivi. Io possedevo un Monopoli che avevo ereditato da mia sorella maggiore, un vecchio guanto da baseball (era talmente da poco prezzo che non osai mai adoperarlo di fronte ai miei compagni di classe, i quali avevano veri guanti firmati da veri giocatori) e una collezione di cartoline. La prima volta che vidi quell’armadio, praticamente esplosi di gioia; tirai giù tutto, giochi, giocattoli, e li provai, uno dopo l’altro appena dopo qualche mossa, finché quel saltare diventava il vero gioco e il tono delle nostre risate, il vero divertimento.

Stavo così bene in quella stanza sul restro, solo con Edward nell’appartameto, perché finalmente io ero il capo; e non solo per questo, ma perché nessuno mi vedeva. Non c’era nessuno, lì, che potesse guardarmi dentro e pensare a quello che avrei dovuto essere e a come avrei dovuto comportarmi; ero sempre stato terrorizzato di quello che la gente poteva pensare di me, come se l’immagine che gli altri si facevano fosse una goffa e grossolana creatura che avrei dovuto affrontare se avessi preso una strada sbagliata.

Qui non c’erano strade. Edward e io prendevamo le pistole e ci davamo la caccia l’un l’altro intorno al letto. Altre volte, vi saltavamo sopra, fingendo che fosse la torretta armata di una nave da guerra in navigazione per dar battaglia alla flotta giapponese nell’Oceano Indiano. Edward chiudeva gli occhi e si rotolava beato quando gridavo :”Boom! Boom! Boom!”.

“Sta affondando! Sta affondando, vero?”

“No, scemo! Abbiamo soltanto colpito la ciminiera. bisogna sparare ancora. Boom! Boom!”

Edward si premeva le dita sulle palpebre in uno spasmo di gioia incontenibile. Il suo delirante corpicino di bimbo cadeva teso all’indietro sui cuscini soffici e rimbalzava e la sua schiena si inarcava; uno scoppio di risa eccitate e affannose gli sgorgava di bocca, come una cascata di foglie in primavera, una esplosione di lillà in fiore.

Sotto il letto, in una trincea (Edward aveva un cappello da lupetto dei boy-scout e io avevo il suo elmetto da soldato, in plastica) respingevamo le orde gialle da Guadalcanal. A Edward piaceva moltissimo venir ferito. “Mi hanno colpito!” gridava. “Mi hanno colpito!” Si premeva la mano contro lo stomaco e si contorceva sul pavimento. “Mi hanno preso nella pancia…”

Non mi andava quel suo farsi ferire così presto, perché allora lo spettacolo era finito; sia il suo che il mio senso realistico non potevano permettere che uno fosse ferito e poi si rialzasse in piedi. Ricordo come fu entusiasta quando escogitai l’idea che uno, dopo essere stato ferito, poteva diventare un altro; così mentre strisciavamo sotto il letto, decidevamo di essere otto o dieci o venti marines, dieci ciascuno, per farci ferire, uccidere e mutilare, come giudicassimo conveniente, riservando un certo numero di superstiti in modo che, usciti carponi di sotto il letto, potevamo assalire la posizione giapponese sotto il tavolo della sala da pranzo e lasciarla disseminata di cadaveri.

Edward era particolarmente in gamba nel gioco della polizia, molto più complesso e difficile. Per questo gioco, andavamo in cucina e io gli dicevo che ci avevano avvisati per telefono di un delitto. A eccezione di quando giocavamo a Tarzan, non trovavamo mai necessario essere personaggi particolari, però avevamo sempre un nome. Nel gioco dei poliziotti, eravamo di solito Sam e Fred. Ricevevamo una telefonata che ci diceva chi era stato assassinato e allora tornavamo in camera da letto a esaminare il cadavere e a interrogare le persone sospette. Sparavo domande a una sedia vuota. Qualche volta Edward si stancava di essere il mio aiutante, si lasciava andare sulla sedia e faceva la parte del tremante indiziato. Altre volte si metteva a quattro zampe e girava per tutta la casa, ispezionandola con una lente di ingrandimento, mentre io tempestavo e gridavo al sempre astutissimo sospettato:” Dove eravate, signor Cucurbiti (risatine di Edward) alle dieci, quando il signor Cucurbiti (risata senza ritegno e piena di gusto, di Edward) fu ucciso con il coltello da dolci?”

“Ehi, Fred! Ho trovato delle macchie di sangue.

La voce di Edward vibrava in una buona imitazione di un eccitato poliziotto della radio.

“Macchie di sangue? Dove, Sam? Dove? Potrebbe esserci la traccia per risolvere il caso.”

Edward era in grado di sostenere la Commedia dell’Arte per ore, se volevo. Era un ragazzino delicato e precoce che soffriva della malattia di non essere amato. Quando giocavamo, il suo cuore sembrava ritrovare se stesso, e il difficile mondo nel quale la sua indefinibile fame restava insaziata e le madri e i padri erano figure confuse e lontane- e lontano, troppo lontano, quel punto dolente per poterlo mai raggiungere, toccare, guarire- quel mondo scompariva, insieme col mondo in cui io non avevo muscoli abbastanza sviluppati e non ero abbastanza audace per conquistarmi la mia parte di stima. (Che cosa poteva avere indotto mia madre a sposare quell’imbecille che non era stato capace di tenersi stretto il suo denaro? Ricordavo quando avevamo una casa più grande ed ero stato felice; perché, lei, aveva lasciato che tutto questo finisse?) Mi angustiava che la madre di Edward avesse così poco amore per lui e tanto invece per la figlia e che il padre di Edward non apprezzasse l’intelligenza del bambino- egli pensava che Edward fosse un rammollito e un effeminato. Avrei potuto insegnare a Edward atteggiamenti virili. Ma suo padre non aveva molta considerazione di me: ero solo un bambinaio e un rammollito, anche. E perché, allora, Edward avrebbe dovuto avere da suo padre più considerazione di quanta ne avessi io? No, non lo avrei amato e non gli avrei dato spiegazioni.

Questo, naturalmente, era il mio terribile dilemma. La sua casa, per quanto più grande della mia, era fatta dei medesimi mattoni rosso scuro, e io non volevo amarlo. A ogni modo, era una cosa vergognosa per un ragazzo della mia età volere bene a un bambino. E chi era Edward? Non era certo brillante e in gamba come ero stato io alla sua età. Alla sua età avevo già visto il male negli occhi della gente e avevo già cominciato a costruire le mie difese. Ma la famiglia di Edward era assai più ricca e il freddo soffio dell’insicurezza (dove troveremo i soldi?) non aveva ancora lacerato la sognante crisalide della sua fanciullezza. Egli era ancora immerso nell’indistinto umido stupore delle ali ripiegate che avrebbero potuto aprirsi se qualcuno lo avesse amato; forse, come l’inconsapevole farfalla, egli ancora sperava primavera e calore. Come fanno male le ali, ripiegate così, in attesa; tanto male, finché si atrofizzano.

Ecco, io avevo tredici anni ed Edward sette e voleva che lo amassi, ma non era ancora grande e forte abbastanza per aiutarmi. Non poteva far sì che i suoi genitori dividessero con me il loro benessere e le loro comodità, non poteva costringerli a darmi un posto nella loro casa. Edward era come la maggior parte della gente che conoscevo: ansioso e bisognoso del mio amore; perché ero un tipo speciale e sapevo inventare giochi meravigliosi che erano meglio del cinema, meglio di quello che il suo cuore potesse desiderare. Ero un sogno diventato realtà. Ero brillante e pieno di virtù (nessuno sapeva che di tanto in tanto rubavo nel negozio da dieci cent il pezzo) e abbastanza attraente, forse persino molto attraente, ero spesso divertente e sempre interessante, avevo letto tutto, sapevo tutto e a scuola avevo voti incredibili: naturalmente, volevano che li amassi! Mamma, i miei insegnanti, mia sorella, le ragazze a scuola, gli altri ragazzi, tutti volevano che li amassi.

Ma io volevo che mi amassero prima loro.

Nessuno lo faceva. Ero fiero e solitario e aspro, quando tornavo impettito da scuola, passavo l’ufficio postale, tutto mattoni gialli e cromo, e i miei due alberi di robinie (acqua, acqua dappertutto e non una goccia da bere) e non c’era nessuno che mi amasse per primo. vedevo centinaia di vigliaccherie negli occhi della gente che conoscevo, migliaia di difetti, milioni di debolezze. Se dovevo amare per primo, avrei amato soltanto la perfezione. Naturalmente, avrei potuto far loro del bene se li avessi amati. No, mi dicevo, perché dovrei dar tutto, se a me non danno niente?

Quanti colpi e quanti timori e quanto salire per quelle scale di servizio mi avevano reso così? Non lo so. Tutto quello che so è che Edward aveva bisogno del mio amore e che io non volli darglielo. Avevo solo tredici anni. Non c’è molto che si possa rimproverare a un ragazzo di tredici anni, ma non penso ai rimproveri; penso a tutti gli anni che avrebbero potuto essere… se soltanto avessi saputo allora quello che so adesso. Lo spreco, l’orribile spreco.

Ecco, la storia è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bambino che era Edward. Questo, e il terribile desiderio di volgermi di colpo e di correre indietro, gridando, per i corridoi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cercandolo fino a scovarlo e picchiandogli forte sul petto: “Amalo, maledetto idiota, amalo”.

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2 thoughts on “ma io volevo che mi amassero prima loro ( lo stato di grazia, seconda parte)

  1. Mi è piaciuto anche in seconda lettura, anzi di più, quindi vuol dire che è bello davvero. Oddio, certe cose forse le poteva anche evitare (certe similitudine, ad esempio, certi aggettivi) ma ci sono dei passaggi che sono come dei lampi (gli occhi della madre, lui che si rinforza le braccia scendendo dalla scala, Edward che cerca indizi con la lente).

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