lo stato di grazia (un racconto di Harold Brodkey)

E’ un racconto di Harold Brodley. Di lui ho letto, distrattamente come spesso mi capita, un libro da cui Pippo Del Bono aveva tratto, qualche anno fa, uno spettacolo teatrale che mi aveva emozionato. Allora comprai il libro che si intitola Questo buio feroce. Storia della mia morte e che racconta l’ultimo periodo di vita di Brodkey, morto per Aids contratto durante un viaggio in Oriente. Questo racconto fa parte di una raccolta pubblicata in Italia da Fandango, Primo amore a altri affanni. L’ho trovato ieri insieme al Sole 24 ore, con altri due racconti che ancora non ho letto, e mi è piaciuto, molto. Questa è la prima parte, presto la seconda.[Lo si può  anche stampare: in basso, sotto il post, c’è un Condividi, c’è anche scritto Stampa :)]

Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi- un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu- che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università. Quella gradazione di mattoni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (in inverno è soltanto un cielo grigio e un autobus affollato e impronte umide sul pavimento di linoleum della scuola), e quei mattoni e un cielo pallido sono la primavera. Sono anche la solitudine e lo strano, mortificato stupore del bambino la cui famiglia è stata colpita da una serie di sventure.

Ricordo bene quel colore di mattoni, soprattutto sul retro della nostra casa; era su tutte le case di quell’isolato e anche su quella dove abitava Edward- un bambino al quale badavo le sere in cui i suoi genitori andavano fuori. Venendo da scuola, passato il viale e i suoi orrori (la visione dei negozi di ciabattino, i magazzini di articoli da pochi centesimi, i parrucchieri, i negozi di animali domestici, il teatro di Tivoli e l’allora chiuso Piggly-Wiggly, che sarebbe poi diventato “Da Kroger”), passato il posto dove sorgeva il tempio massonico costruito nello stile di un antico monumento egizio e i due enormi piedistalli di cemento che fiancheggiavano il viale (che cosa sostenessero non riesco a ricordarlo, ma su ciascuno di essi, dipinto in marrone, c’era un grosso cuore e l’informazione che una certa Erica amava un certo Peter); passato l’ufficio postale, costruito ai tempi della depressione, in mattoni gialli e cromo, mi affrettavo verso il momento in cui finalmente, sull’altro lato della strada, oltre il viale che portava all’autorimessa degli Appartamenti Castelreagh, sarei arrivato dove cominciavano gli alberi, le grandi case di mattoni rosso scuro e la vuota quiete.

Nel mezzo di quella quiete e di quei mattoni rossi, c’era il mio quartiere, il luogo terribilmente familiare, dov’ero un esule meno a disagio che in qualsiasi altro posto. Lì c’erano due robinie, che mi sembravano tanto belle, forse perché erano piccole e potevo abbracciarle, non soltanto con la mente o con il cuore ma proprio con le mani. Poi veniva una casa di mattoni rossi (ma non proprio della sfumatura giusta) dove viveva un ragazzo che conoscevo e due bellissimi fratelli, i quali erano anche forti e gentili, ma molto più vecchi di me e assolutamente privi di ogni interesse nei miei confronti. Poi, un vicolo asfaltato e un altro panorama, che trovavo orrendo ma tristemente confortante, di autorimesse, buche per la cenere, pali del telegrafo e cortili delle case ad appartamenti- compresa la nostra su un lato, e di cortili delle case padronali sull’altro. Conoscevo parecchia gente degli appartamenti, ma nessuno delle case padronali e questa era per me, naturalmente, la prova definitiva della dolorosa miseria nella quale ero caduto, della profondità del mare che mi aveva sommerso. Ero proprio sul fondo e guardavo in alto, attraverso l’acqua, attraverso le mobili strisce di luce…. attraverso, oh!, complicazioni infinitamente più numerose di quelle che potessi affrontare, guardavo una barca a vela sospinta dal vento, un ragazzo che aveva una famiglia, una casa, come tutti gli altri.

Avevo tredici anni, ero alto un metro e ottanta e pesavo sessantacinque chili. per quanto mi rodessi ferocemente per il mio aspetto (avevo orecchie sporgenti e capelli che sembravano fil di ferro) sapevo però anche di essere attraente. Qualche ragazza mi aveva sorriso, ma nessuna di quelle che avrei potuto amare e certo nessuna di quelle sette o otto divine della scuola secondaria che frequentavo. Fin dal secondo anno, avevo sempre avuto i voti più alti- più alti di chiunque altro avesse mai frequentato quella scuola- e sbalordivo i miei compagni. Quel che più li sbalordiva era che, per quanto potessero vedere, non mi costava alcuno sforzo; era come un gioco di prestigio. Non mi importunarono, non mi tormentarono mai: mi lasciarono semplicemente in disparte. Ma ero conosciuto come “l’enciclopedia ambulante” e l’unica cosa che fui capace di fare, in questa situazione,  fu rinchiudermi in me stesso. Guardando indietro, sono quasi certo che avrei potuto avere amici, se avessi saputo fare il passo giusto, e che a tenerli lontani da me non era la mia condizione, ma il mio orgoglio scostante; però non ne sono sicuro. Avevo pochissimi vestiti e anche quei pochi me li aveva passati un cugino più grande. Non riuscii mai a vestirmi come gli altri ragazzi.

Il nostro appartamento era al terzo piano. Di solito, salivo per le scale posteriori, esterne all’edificio e sostenute da un’intelaiatura di acciaio. Le preferivo, una forma morbosa, come toccarsi un punto dolente per assicurarsi che ci sia ancora- perché erano ripide e brutte, con i bidoni della spazzatura sui pianerottoli e la biancheria stesa fuori ad asciugare, mentre la porta principale si apriva in un cortile dove crescevano cespugli di rose e le scale erano di un marmo locale giallo chiaro, fresco e piacevole agli occhi e al tatto. Arrivato alla nostra porta, aprivo la zanzariera e chiamavo forte per vedere se mia madre era in casa. Se non c’era, voleva dire, di solito, che era andata a trovare mio padre, il quale agonizzava da quattro anni all’ospedale e ne avrebbe impiegati altri due per morire del tutto. Per quel che ne so, questo fu l’unico segno di carattere che mostrò in tutta la sua vita e suppongo non fu cosa da poco, ma io speravo, qualche volta persino pregavo, che morisse- non soltanto perché così non avrei più dovuto tornare all’ospedale, dove le camere dalle pareti bianche erano piene di odori e di vecchi ammalati (e di una tangibile paura che mi dava la sensazione di un’interiore caduta senza fine, come quando si affonda nell’inconscio sotto l’effetto di un anestetico), ma perché mia madre avrebbe potuto risposarsi e farci tutti ricchi e felici come una volta. A quel tempo era ancora piacente, ancora accesa dalla strana incandescenza della bellezza fisica e c’era un uomo che l’aveva amata per vent’anni e l’amava ancora e voleva sposarla. Desideravo tanto che mio padre morisse, ma lui non si decideva. Se mia madre era in casa mi preparavo a qualcosa di sgradevole, perché a lei non piaceva che mi sedessi e mi mettessi a leggere; detestava vedermi leggere. Voleva mandarmi fuori, all’aria aperta, dove sarei potuto diventare un atleta ed essere un ragazzo come gli altri, conosciuto e apprezzato da tutti. La riempiva di rabbia vedere che non le davo ascolto e aprivo il libro; una volta mi si precipitò addosso, il viso acceso di collera, afferrò il libro (doveva essere Orgoglio e pregiudizio), e lo scaraventò dalla finestra del terzo piano. Allora, me ne restai seduto e tentai un sorrisetto sprezzante, pensando che fosse un po’ pazza, con quella sua rabbia esagerata, e così sciocca da non capire che potevo anche non essere come lei mi voleva. Ma adesso penso- forse con malinconia- che fosse soltanto disperata, spinta agli estremi dalla sua ansia di salvarmi. Sentiva, sapeva, in realtà, che sarebbe venuto il momento in cui, come un acrobata, avrei dovuto montare sulle sue spalle e sulle spalle di tutte le cose che aveva fatto per me e gettarmi in una vita che non poteva immaginare ( la vita che sto conducendo adesso) e se voleva mandarmi fuori avvolto in luoghi comuni, in un corpo da atleta, con il dovuto rispetto per il denaro, era perché pensava che questa fosse la più calda protezione.

Ma allora, a tredici anni, potevo solo chiedermi come mai una persona tanto bella potesse essere tanto insopportabile. Non so come, riusciva a farsi odiare ben più di quanto l’amassi, anche se poi, prima di addormentarmi, avrei pensato al suo viso, lasciando che la memoria cominciasse dal delicato incurvarsi delle palpebre e inseguisse tutto intorno il tenue gioco di ombre e di incavi e di ossa e il vago ricordo del suo petto caldo. Allora mi sembrava che quella visione di lei, ritta in piedi in una mezza luce (come probabilmente doveva averla vista una volta quando ero più piccolo e a letto malato, forse, per quanto non riesca a ricordarlo), fosse bella, per me, soltanto come il disegno di un antico tappeto persiano sbiadito dal tempo.  Nella mia visione, come nel tappeto, potevo seguire le linee del disegno dentro e fuori e provavo un indefinibile piacere, ma non voleva dir quasi nulla per me, oppresso com’ero dal problema di essere suo figlio.

Anche il fatto di essere ebreo mi dava fastidio, perché significava non poter essere uno degli eletti- i biondi atleti dal fascino disinvolto. Se la mia famiglia fosse stata ricca, forse avrei sentito diversamente, ma ne dubito.

Mia madre aveva una cugina che io chiamavo zia Rachele e di solito andavamo a trovarla tre o quattro volte l’anno. Era una cosa che detestavo. Viveva in quello che chiamavano il Ghetto, una zona di vecchie case, nella parte commerciale di St. Louis, con piccoli portici sul davanti  e due porte, una al piano di sopra e una al piano di sotto. La maggior parte della gente viveva in quelle case soltanto in attesa di potersi trasferire in un posto migliore; a nessuno era mai piaciuto abitare là. E per questo, il quartiere si faceva notare per la sua trascuratezza; l’erba non era mai ben tagliata, le persiane non venivano ridipinte, nessuno si prendeva cura del posto né lo amava. Era lì che vivevano gli immigranti quando arrivavano con treno da New York, prima di potersi trasferire nella parte residenziale della città, negli appartamenti vicino al Delmar Boulevard e magari nelle zone periferiche- Clayton, Laclede o Ladue. Zia Rachele viveva al piano di sotto. La stanza di soggiorno era molto piccola e aveva una tappezzeria color giallo scuro che la zia non cambiò mai. E neanche la puliva mai; una volta vi feci un segno per vedere se l’avrebbe pulita e lo ritrovai sempre tale e quale. L’arredamento era vistoso e spaventevole; era come quel momento dell’incubo in cui le cose si mettono così male che uno decide di svegliarsi. A me toccava sempre sedere sul divano, un divano che si espandeva in grandi curve rigonfie di crine e di finto amoerro color magenta scuro e marrone e verde scuro, in una stanza che non riceveva luce da nessuna parte. Al di là dalle vecchie, consunte tende di satin, comprate di seconda mano, c’era aria fresca e la luce del sole, ma non l’avreste mai saputo. Quello che zia Rachele era riuscita a mettere insieme, comprando i mobili nei negozi più a buon mercato, era molto simile a una bicocca di campagna. E c’erano sempre quegli odori, di minestra di cipolle e aglio e di bietole. Era l’unico posto in cui mi mostrassi sgarbato verso mia madre in pubblico. Era sempre pieno di gente che appena conoscevo ma che conosceva me: dovevo esibirmi. Mia madre mi diceva: ” Di’ ai signori quali sono stati i tuoi voti sulla pagella”, oppure: “Recita la poesia che piaceva tanto a Miss Huntington”: Era il momento in cui la sensazione di irrealtà si faceva più forte. Guardando indietro, adesso, penso che fosse la loro veemente pressione a spaventarmi; dovevo diventare ricco e famoso e dare così significato e valore a tutte le loro tribolazioni. Ma io non volevo quella responsabilità. In ogni caso, se ero veramente destinato a diventare quello che volevano diventassi e se dovevo essere quello che ero, era aspettarsi troppo da me che li accettassi così com’erano. Dovevo superarli e disprezzarli, ma prima dovevo essere con loro- e questo non era giusto.

Era come se le mie palpebre fossero tenute aperte a forza e dovessi vedere cose che non volevo vedere. Mi sentivo come se avessi preso parte a qualcosa di vergognoso e per questa ragione non fossi più una persona per bene. era come le mie prime esperienze sessuali: e se qualcuno fosse venuto a saperlo? se tutti se ne fossero accorti?… Come diavolo avrei mai più potuto essere fiero e spensierato?

Avevo letto troppi libri di scrittori inglesi e della Nuova Inghilterra e volevo ormai solo cose graziose e istruttive, veder soltanto case rivestite di legno, bianche su verdi prati. Potevo sempre consolarmi col pensiero che il mio cervello mi avrebbe reso famoso (il cervello serviva a qualcosa, no?), ma allora sarebbero stati i miei bambini ad avere una buona infanzia, non io. Io ero irrevocabilmente defraudato ed era l’irrevocabilità che mi faceva male e che alla fine mi allontanò da ogni ragionevole adattamento alla vita, fino a condurmi alla convinzione che i sogni dovevano avverarsi o altrimenti non valeva proprio la pena vivere. E se i sogni si avveravano, allora, in un modo o nell’altro, avrei avuto la mia infanzia, un giorno.

(continua…)

2 thoughts on “lo stato di grazia (un racconto di Harold Brodkey)

  1. Ti ringrazio. Lessi “Questo buio feroce” perché l’avevi citato (e perché il titolo è accattivante). Non mi piacque (sempre che si possa liquidare con “piacque” libri la cui tematica è, diciamo così, puro esistenzialismo). Brodkey, di cui non ho letto altro, mi era stato segnalato anche dal compianto Maria Strofa, aka Carlo Berselli il quale, non so se l’hai conosciuto, realmente o virtualmente; era un’enciclopedia vivente. La circostanza fu un post pseudoerotico che mannaggiammé scrissi in un blog bell’e che deceduto. Sbocciò una polemica. Maria Strofa disse “Quello di fuoridaidenti è un aforisma se paragonato a “Orra” di Harold Brodkey (Storie in un modo quasi classico) dove la leccata di figa è una faccenda che si prolunga per una ventina di pagine”. Io quel racconto, “Orra”, non l’avevo e non l’ho letto. Leggerò questo, ma solo quando posti il secondo tempo. Ho in uggia le cose lasciate appese.

  2. Intanto vedo che hai ricominciato anche tu. Bene, non può fare che piacere. Tra poco la seconda e ultima puntata, poi ti dico quello che ne penso io. Ciao, grazie.

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