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Archive for marzo 2012

Domanda: Se tu dovessi modificare la poesia ed esprimere l’idea che tu hai dell’amore, quali parole useresti? a quali immagini ti piacerebbe associare questo sentimento?

A mio parere l’amore non è associabile a nessuna immagine. Alcune si avvicinano all’idea del sentimento, ma nessuna di esse lo completa. Secondo me l’amore è lo scorrere del tempo con la persona a te cara ogni singolo giorno. Lo svegliarti con lei che ti avvolge in un abbraccio delicato, il calore del suo corpo, l’odore che emana, sperando ogni giorno che lei non sia un sogno, un’immagine creata da te. L’immagine dell’amore è la ragazza amata, solo lei, le altre sono solo grezze e povere immagini, o idee. (Gabriele, 15 anni)

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie,
in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.
(Ibico, Frammento 6, in S. Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a cura di G.Finzi. Mondadori, 1983)

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A  Alberto Carocci, Roma
8 ottobre 1954
Caro Carocci,
ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante e interessante per “Nuovi Argomenti”.¹
L’autore, Leonardo Sciascia, maestro elementare, è un giovane letterato molto intelligente che dirige laggiù una rivistina assai pulita ( “Galleria”) e delle edizioncine di poesia.
Coi più cordiali saluti.
¹ L. Sciascia, Cronache scolastiche, in “Nuovi Argomenti”, n. 12, gennaio-febbraio 1955
(Italo Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, Einaudi, 1991)

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ascolti

 

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Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.
Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa
sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue
ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo dormire.
(1974)
Adrienne Rich, da The Dream of a Common Language, 1978, in cartografie del silenzio, Crocetti

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Adrienne Rich (1930-2012)

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Splitscreen: A Love Story from James W Griffiths on Vimeo.

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domenica mattina

Mi sto vestendo per uscire, suonano.
Al citofono una voce indecisa di ragazzo. Stiamo cercando persone, mi fa, per un’importante celebrazione che si terrà il 5 aprile in tutto il mondo (fa una pausa) la commemorazione della morte del Signore.
(faccio una pausa, molto lunga, credo)

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che leggi da una parte, madeleine! , e ti viene in mente, fraan!, un posto dove l’hai letto da poco- del resto funziona così, no? –  e ti viene voglia di dirglielo subito, e allora lo scrivi qui.
Combray non si chiamava Combray ma Illiers: oggi però i cartelli stradali e le guide lo designano per Illiers- Combray. Quivi un museo intitolato a Marcel Proust: otto sale di prime edizioni, fotografie, calamai, flaconi di pastiglie per l’asma, giacche da camera, fazzoletti cifrati, canne da passeggio, ricco materiale tuttavia svalutato dalla sua stessa collocazione, che distendendosi dalla seconda all’ultima sala, lo fa successivo all’unico oggetto presente nella prima sala, in una teca di plexigas cm 35 x 20 x 25: la madeleine.
Nei primi anni del museo la madeleine era di autentica pasta frolla: ad essa provvedeva il custode, che ogni lunedì mattina apriva la teca, rimuoveva il biscotto e lo sostituiva con uno fresco. Cosa poi il custode facesse del vecchio non è dato sapere: è verosimile lo mangiasse, non per questo deducendone alla crassità dei suoi lobi illuminazioni mnemoniche. La sostituzione settimanale della madeleine era dovuta alla sua impossibilità di indurirsi seccando: anzi come porosa e burrosa l’instabile pasta tendeva a disgregarsi perdendo dopo una dozzina di giorni uno spolviglio di forfora rancia, cui si aggiungevano più cospicui frammenti se qualcuno urtasse la teca. Il direttore del museo aveva chiesto al pasticcere di mettere più burro nell’impasto, ma l’esito non era stato buono: concotto dal calore degli interni faretti, quel sovrappiù di manteca allargava ben presto nella superficie spugnosa della madeleine fiori brunastri che le davano un incongruo aspetto leopardato: quando non evocassero la sofferenza della foglia di vite arrugginita dalla peronòspera.  A non dir delle camole e dei piccoli vermi che, a dispetto di ogni ermetismo, nascevano sponte nella pasta rafferma: uscendone poi per darsi all’avventurosa esplorazione del loro tabernacolo-mondo, come a irridere ancora, i putrigeni, alle positive dimostrazioni di Spallanzani e Pasteur.
Così il custode sostituiva, e continuò a sostituire fino al giorno in cui andò in pensione. Quello stesso giorno il direttore si trovò ad affrontare un problema sindacale. Il nuovo custode fece notare che il proprio mansionario non prevedeva quella speciale corvée, e che se proprio si doveva, che gli fosse pagata a parte. Umo puntiglioso, il direttore non volle sottostare: onde, dopo aver lasciato invecchiare quell’ultima madeleine ben oltre i limiti tollerabili, elaborò una soluzione che vige tuttora. Fu così che, commissionata a un laboratorio di giocattoli di Rouen, venne acquisita al museo una madeleine di plastica: un’imitazione perfetta, non fosse per il segno della saldatura fra le due valve della conchiglia-biscotto: secondo l’infallibile legge del PVC.
Tu la vedi, questa cosa, e ridi: ma è un pianto; e dici: se la letteratura genera questo, è questo, la letteratura. Ed è la vendetta del mondo, perchè la letteratura che non si difenda dal mondo cos’è, se non mondo? E il mondo è qui polimero, fuso: ma fuso a forma di letteratura, così, volessimo uscire, sappiamo che non si può, nemmeno ogni tanto.
… e però, invece, ha virtù letteraria, la cosa: perché guardandola io ricordo, sì, ricordo una vita e non mia; vedo la faccia drammatica di un uomo che cammina nei passages di Parigi; un uomo che chiama  Walter Benjamin. 
(Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffeil, Einaudi, 2002)

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