citazioni

Dice, ti seppellisci nelle citazioni, sotto tre metri di pietre citate. Sì, mi seppellisco, è vero, ma è come se consegnassi all’ addetto al magazzino che c’è dentro tutte queste parole scritte pensando che un giorno forse mi serviranno. Tutto questo dolore o tutto questo amore o tutto questo un giorno ti sarà utile, no?

E poi, un pochino, anche perché le parole una volta messe qui dentro- è uno dei vantaggi, dei pochi forse di questa macchina che pare un polmone artificiale e ci mantiene in vita tutti quanti-  le parole qui dentro rimbalzano e sono capaci di attraversare le distanze, loro, non hanno bisogno di grandi invenzioni e di neutrini veloci più della luce.

E allora anche oggi, per la gioia di questo illustre pubblico, un pezzo copiato, trovato ieri sul Manifesto, su Cortázar e un suo libro postumo, uscito or ora per i tipi Einaudi (eh, questa non te l’aspettavi!),  uno di quei libri a cui alla prossima, toccherà, inevitabilmente, fare spazio tra gli altri. A meno che non vinca la resistenza.

Il libro si intitola Carte inaspettatecurato da A. Bernández e C. Álvarez Garriga, tradotto da J. Riera Rehen, prefazione di Antonio Tabucchi, 318 pagine al costo di 20 euro.

Carte inaspettate, la copertina

Ma veniamo al dunque.

Cortázar non fa nulla per rendere più facile l’accesso al mondo che propone: il rivoluzionario Cortázar sa che la letteratura per essere veramente popolare non può trattare il lettore come un bambino da portare per mano. Per fare buona letteratura il narratore deve lavorare sulla propria scrittura e fare in modo che essa si carichi come una dinamo e sia quindi possibile al lettore partecipare a quella energia senza che se ne perda nulla. Se sia buona o cattiva letteratura sarà infatti solo il lettore a deciderlo. Questa la democraticissima legge che sovrintende al lavoro dello scrittore, un lavoro che ha a che fare con il numinoso, un numinoso che non sta in un altrove lontano, ma risiede precisamente nel qui e ora in cui abitano i mortali. Ma la presenza del numinoso può essere percepita solo se lo scrittore trova un punto eccentrico (rispetto al tempo o allo spazio), un punto che è intervallo di discontinuità che si rivela per epifanie, intercapedine tra universi paralleli. O, come scrive in Manoscritto trovato accanto a una mano: « in una di quelle distrazioni che ci capitano quando siamo molto concentrati». Precisamente per questa ragione Cortázar sostiene che non esista altra letteratura realista se non quella fantastica, quella che si insinua nelle pieghe e nei recessi del reale linguisticamente codificato e decifra i segni in base a un cifrario che ne rende di fatto il significato alternativo rispetto alla pratica comune.
La scrittura di Cortázar è primariamente un’esperienza nel backstage della mente, uno spazio simile a quello in cui precipita l’Alice carrolliana: dove niente è come dovrebbe essere, ma come potrebbe essere se solo la mente abbandonasse i meccanismi che le consentono una lettura automatica ed economica dei fenomeni. Cortázar è quel demiurgo creatore che è perché getta un fascio di luce che rivela al lettore un universo vivente di vita propria e completamente sottratto al controllo dell’autorità razionale, un mondo nel quale l’accadere dei fenomeni si capovolge, la conseguenza si estroflette in causa e l’ordine si rivela un accidente momentaneo del disordine. Una volta che la scrittura sia riuscita a rendere tangibile e visitabile l’altra parte dello specchio nell’autore come nel lettore, le cose non possono essere più come prima: il guanto è stato rovesciato e il dentro impensabile e oscuro calpesta la terra alla luce del sole nella sua non più negabile esistenza. Per entrare in questa altra dimensione si possono seguire vari ‘conigli’ nelle profondità scavate secondo traiettorie invisibili da fuori. Uno di questi è il refuso tipografico, su cui argomenta in modo capriccioso in Lucas, suoi refusi, l’errore rapido come un ratto, l’errore-cavallo-di-Troia che si introduce in territorio nemico e ne disarticola le difese. Un altro è la resa attiva allo straniamento e per questo si legga il fulminante Peripezie dell’acqua , uno dei pezzi più stupefacenti nel quale l’inclinazione al mistero si intreccia a un umorismo irresistibile, dove si dimostra come una mente implacabilmente palindroma possa ottenere risultati strabilianti a partire da ingredienti semplicissimi. Già dall’incipit («Basta conoscerla abbastanza per capire che l’acqua è stanca di essere un liquido») abbiamo l’immagine di un universo noto reso definitivamente irriconoscibile dalla potenza di un linguaggio che permette una silenziosa ma definitiva irruzione dell’altro nel nostro mondo stanco di essere insensatamente e tetramente reale. La linea è quella gloriosa e antica che passa, a dir poco, per Cervantes, Poe, Kafka, Lautréamont, Borges, fino ad arrivare almeno a Calvino e Manganelli.
(da Nel backstage delle mente, di Graziella Pulce, in Alias del Manifesto di domenica 26 febbraio)
Dal sito dell’Einaudi, invece, questo frammento dal libro:  La teoria del granchio

4 thoughts on “citazioni

  1. Siccome anch’io mi sto seppellendo sotto le citazioni, potremmo scavare-costruire là sotto delle gallerie (non chiamiamoli tunnel, è meglio…), degli androni insomma, una lampada e una poltrona negli incroci, aspettando serenamente che un giorno una parola nostra ci faccia crollare il tutto addosso.

  2. Sai che questa tua immagine dei cunicoli mi fa venire in mente due cose. Una sono i sottopassi delle ferrovie, qui ce ne sono diversi a collegare qualche piazza o strada dove la città è attraversata dai binari e uno di questi, da tanto tempo, è stato preso “in gestione” da alcuni senza fissa dimora o senza fisso lavoro, che forse è più vero. Insomma, lo tengono pulito, mettono musica, si ritrovano a chiacchierare tra loro. L’altra immagine è quella- più cupa- di Alfredo Rampi, il bambino di Vermicino, perché ho appena letto, su di lui, un racconto di Mancassola, che però nel libro riesce, nella tragedia che è stata questa storia, a essere un po’ leggero e quasi fiabesco. Pensa che io in quei giorni non ero in Italia e ho sempre pensato che non ho partecipato a questo delirio collettivo che deve essere stata questa storia, a come la raccontano. Ci sono anche altri libri- tipo uno di Genna- che ne parlano e adesso ho visto anche wolterweltroni. Insomma ho mancato un evento, non ho fatto un’esperienza, è per questo che vado avanti a citazioni. Però, anche se forse le immagini non sono così allegre le due, in tutte e due c’è l’idea del conversare, del trovarsi sotto terra. E sotto le citazioni ci sono i commenti. Grazie del passaggio e scusa la lunghezza della replica.

  3. Preziosa, questa citazione.

    Riguardo alle citazioni, ho trascorso diverso tempo trascrivendo brani, anche lunghi, tratti dai libri che leggevo. La chiamavo “la terapia della trascrizione”. Lo vivevo come una sorta di atto magico, il trascrivere dico. Terapeutico. Beh, poi ho smesso.

  4. A me piace molto trascrivere, come una lettura a voce alta, un’immedesimazione totale. Solo così, credo, prendo atto veramente di quello che c’è scritto nelle pagine di un libro o di un giornale, lo faccio mio, per un po’ mi risuona dentro. Un atto magico, quindi, anche per me, a quanto pare.

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